Vittoria di Pirro per Conte, ora è scontro su chi dovrà spendere l’euromalloppo

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La festa è già finita. La standing ovation in Parlamento è ormai soltanto un ricordo. Degli applausi tributati a Giuseppe Conte dalla sua maggioranza per l’accordo strappato sul Recovery fund rimane solo l’eco.

BRUSSELS, BELGIUM - JULY 17: Prime Minister of Italy Giuseppe Conte arrives to attend EU summit to discuss...

Innanzitutto perché, passata l’euforia del momento, ci si è resi conto che forse quella di Conte non è stata una vittoria. O meglio più probabilmente è stata una vittoria di Pirro. La vera vincitrice della maratona europea di poker è come sempre lei, Angela Merkel, sagace più che mai nel consolidare intese e alleanze in vista del suo semestre europeo, insieme a Viktor Orban e ai Paesi frignoni. Il resto è pura e semplice propaganda. Vedremo con il tempo se davvero il portare a casa 209 milioni è da considerarsi una vittoria o un bluff ricco di insidie.

Poi perché il premier non era ancora tornato da Bruxelles che davanti a Palazzo Chigi si stava già formando la fila dei questuanti che, cappello in mano, sono ben decisi a rivendicare una parte del malloppo. Probabilmente passerà almeno un anno prima di vedere un euro, ma sui soldi del Recovery Fund destinati all’Italia – 81,4 miliardi in sussidi e 127,4 in prestiti – è già partito l’assalto da parte di associazioni di categoria, enti territoriali, politici locali, tutti reattivi nel prenotarsi una fetta della torta in vista delle spartizioni future. 

In ultimo ma non per ultimo, Partito democratico, Italia viva e Movimento 5 stelle non ci stanno a lasciare nelle mani del premier le decisioni sul come e quanto spendere. E le rassicurazioni filtrate da Palazzo Chigi su una cabina di regia politica che opererà le scelte e su una task force formata da uomini dei ministeri senza ruolo decisionale non sono bastate. E, anzi, sono servite solo a scaldare gli animi fra le forze d’opposizione, che ora pretendono a gran voce di essere coinvolte.

Insomma, la “vittoria” di Bruxelles avrebbe dovuto consolidare la posizione di Conte e rafforzare il suo Governo, mettendo a tacere le opposizioni e allontanando sensibilmente una crisi che fino alla settimana scorsa sembrava inevitabile. Senza neppure dover ricorrere alla paventata proroga dello stato di emergenza, che gli consentirebbe di traccheggiare per altri sei mesi in barba alla Costituzione. Invece si è trasformata in un accerchiamento, con tutti i partiti di maggioranza, nessuno escluso, a chiedere che Montecitorio e Palazzo Madama siano investiti di un ruolo cruciale nella pianificazione e distribuzione dei soldi del Recovery fund.

Il premier, perplesso più che irritato, non se lo aspettava, non in questo modo. Perplesso per una mossa non concordata, per un accerchiamento senza aver avuto nemmeno il tempo di rimettere piede a Roma dopo 96 ore di negoziati serrati da cui è uscito vincitore: “Che si debba coinvolgere il Parlamento è chiaro”, continua a ripetere ai suoi collaboratori. Ma il meccanismo immaginato rende sì le Camere centrali, ma espone alla luce del sole i contrasti in maggioranza e rallenta le decisioni su qualunque tipo di scelta.

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