La (furba) retorica del capro espiatorio

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Ogni giorno si leggono e sentono interpretazioni vere o fasulle sulla vicenda di Piacenza, dove risultano coinvolti appartenenti all’Arma dei Carabinieri, nel migliore dei casi paragonati ai “guappi” di savianesca Gomorra.

Resta e si rafforza il sospetto di una strumentalizzazione del fatto su ragionamenti che vogliono coinvolgere la struttura dell’Arma. Un atto inammissibile e vergognosamente strumentale per denigrarla, coinvolgendo militi che, con devozione, serietà, sacrificio personale e familiare, dedicano o hanno dedicato alla Patria onestà e professionalità con comportamenti esemplari.

Chi ha sbagliato deve pagare, e senza sconti, tramite la giustizia verso la comunità e anche verso la propria coscienza. Ma non è giusto fare di tutta l’erba un fascio. L’episodio va condannato, anche moralmente, auspicando sia fatta luce per chiarire ogni responsabilità, anche a tutela di chi ogni giorno svolge con serietà e professionalità il proprio dovere.

A tale proposito, riporto integralmente un’intervista rilasciata dall’avvocato penalista e cassazionista Massimiliano Annetta a L’Opinione delle Libertà:

“Tra le molte strade percorrendo le quali ci si poteva avvicinare alla vicenda dei carabinieri di Piacenza l’informazione mainstream ha scelto, al solito, la più comoda. Lo schema è persino usurato. La conferenza stampa del Procuratore di turno ad ammansire con l’elenco dei buoni e dei cattivi, le frattaglie di atti di indagine sapientemente impastate per far lievitare il solito indigeribile mappazzone di sgomento, sconcerto ed indignazione et voilà il capro espiatorio è servito. Lo spartito è talmente scontato che passa pure la voglia di evocare la presunzione di non colpevolezza, ché pure il più paziente dei musici finisce per annoiarsi a forza di suonare sempre la stessa canzone.

Beninteso, un poliziotto o un carabiniere delinquente, oppure solo prepotente, rappresenta una ferita intollerabile per la democrazia. Pure, però, il costante infischiarsene dell’art. 27 comma 2 della Costituzione Repubblicana e dell’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, i quali si limitano peraltro a ribadire l’ovvietà che non possano esserci colpevoli prima e senza di un processo, significa prenderla a schiaffoni quella stessa democrazia. Con una differenza: gli odiosissimi reati dei Carabinieri sono ancora tutti da accertare, il vizio di prendere per oro colato ogni ipotesi – pure la più strampalata – che esca dalle Procure della Repubblica è conclamato.

Ma, a ben vedere, non è questo il punto nodale della questione. Nell’ordinanza che ha spedito in carcere i Carabinieri si legge di “modus operandi criminale” diventato “modalità ordinaria di gestione […] della quotidianità lavorativa”. Con un’unica esigenza: “aumentare la produttività, intesa come numero di arresti, senza correlativamente sostenere il peso di indagini articolate e complesse”.

Verrebbe da chiedersi se dopo il rito ambrosiano emerso ai tempi di Tangentopoli tocchi ora fare i conti pure con il rito piacentino. Consta infatti, che la Polizia Giudiziaria continui a dipendere dai Pubblici Ministeri ed il controllo giurisdizionale continui a competere ai Giudici e, francamente, questa novella – che sia Bolzaneto o la Caserma Levante – che i cattivi facciano sempre tutto da soli comincia ad essere stucchevole.

Perché, cari i miei indignati in servizio permanente effettivo, funziona così. Le Forze dell’Ordine – i Carabinieri di Piacenza non fanno eccezione – vedono il loro potere di indagine orientato, riscontrato e verificato da un Pubblico Ministero, o almeno così dovrebbe essere. Poi c’è un Giudice che deve controllare con assoluta terzietà (avete capito ora perché abbiamo questa strana fissazione della separazione delle carriere?) e pure in questo caso tocca dire almeno così dovrebbe essere.

Mica è finita qui, peraltro. Perché poi c’è il processo nel quale verificare nel pubblico contraddittorio e in condizioni di assoluta parità tra Accusa e Difesa le ipotesi della prima. Pure stavolta, però, bisogna dire almeno così dovrebbe essere, perché tra patenti di credibilità privilegiata più o meno larvatamente riconosciute ai testi di Polizia Giudiziaria e il fastidio crescente di una parte della magistratura verso il giusto processo, pur costituzionalizzato all’art. 111, proprio tutti uguali di fronte alla legge non siamo.

Tutto questo, cari miei sconcertati benpensanti, è avvenuto e avviene innanzitutto grazie a voi che, tanto per dirne una, vi spellate le mani quando quel Tale che sbatterebbe in gattabuia pure quelli beccati in divieto di sosta o qualche suo epigono minore vanno in televisione a dire che il processo non serve, che rito accusatorio e garanzie difensive son blandizie borghesi e che basterebbe prender subito per buono quello che scrivono gli Ufficiali di Polizia Giudiziaria per fare presto e bene.

Allora, come si sul dire nelle curve calcistiche, fuori gli attributi. O abbiamo il coraggio di dire, senza infingimenti, che il sistema è marcio, per intero. O continueremo a farci indicare, ormai a cadenza settimanale, sempre nuovi capri espiatori, che siano il tatuato Appuntato Montella o l’incravattato Dottor Palamara.

Se decidete di intraprendere la via più impervia fate un fischio. Altrimenti avviatevi pure da soli. Prima o poi ci ritroveremo, perché, finché il sistema resterà questo, la campana potrà suonare per chiunque, sotto forma di un collega di Montella che vi tira giù dal letto alle quattro del mattino perché qualcuno anziché Tortona ha letto Tortora e quella consonante significa anni di galera. Se del caso ci troverete sempre qui, dalla parte del torto, a difendervi, nonostante voi”.

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