Il terrore di Nicola Zingaretti di pagare per tutti

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Il film, per chi in questi giorni se lo è mentalmente proiettato più volte, è apparso particolarmente orribile: il Pd che arriva lacerato al referendum e assiste, il giorno dello spoglio, a una vittoria del Sì che, comunque vada, non è sua perché è chiaro che un pezzo del suo popolo, al netto delle nomenklature, voterà No. E, nello stesso giorno, rischia di perdere alle Regionali, con la Toscana che al momento appare contendibile e la Puglia che rischia di essere fatale.

Ed è apparso particolarmente orribile, agli occhi del segretario del Pd, immaginare il momento in cui dovrà andare di fronte alla telecamere a spiegare la sconfitta, frutto anche della mancata alleanza con i Cinque stelle, proprio mentre Di Maio, su un altro canale, potrà vantare un plebiscito su una questione essenziale, che comunque interpreta un sentimento diffuso nel paese. Insomma, al Pd il monopolio della sconfitta, ai Cinque stelle una vittoria sia pur mutilata. 

Se dopo questa scena calassero i titoli di coda, sarebbe solo un brutto momento. Il problema è che, invece, al Nazareno già si intravede il trailer di una seconda parte. E cioè che, a quel punto, magari il Governo va avanti, per mancanza di alternative, di coraggio, per inerzia, perché è autunno e in autunno non si vota e non cadono i Governi, per istinto di autoconservazione, per tutta una serie di ragioni più o meno nobili. Ma l’effetto del voto, con le sue tensioni, si scarica non su Conte, inabissatosi come se la contesa non lo riguardasse, ma sul Pd, dove qualcuno, in particolare una parte di coloro che si sono posizionati sul No, da Giorgio Gori a Matteo Orfini a Tommaso Nannicini chiederanno di discutere, nella sede opportuna ovvero in un Congresso di partito, un’alleanza che non funziona e dunque una leadership che questa prospettiva l’ha interpretata a difesa. E, al Congresso potrebbero sostenere la candidatura di Stefano Bonaccini, che al referendum vota Sì come Zingaretti, ma è già vissuto come un competitor su un’altra linea politica.

Proprio la partecipazione del governatore dell’Emilia alla scuola politica di Matteo Renzi è stata letta come un segnale, anzi come “il” segnale. Raccogliendo umori e ragionamenti di persone vicine a Zingaretti, sul film che verrà, si ricava questa sintesi: “È partita l’opa di Renzi sul Pd. Si è reso conto che Italia Viva è fallita e vuole rientrare con Bonaccini su una linea ultra-riformista”. Il che, inevitabilmente, avrebbe delle ricadute sul Governo, perché se balla una gamba del tavolo è chiaro che balla tutto il tavolo.

È questo il non detto dell’intervento di Nicola Zingaretti su Repubblica, in cui il segretario del Pd si dichiara “stufo delle ipocrisie”, attacca chi vota no in modo “strumentale” indebolendo “Governo e Pd”, invita o sfida i nemici interni a venire fuori. Intervento che, nei toni e nelle argomentazioni, è apparso a molti, anche a lui vicini, particolarmente irrituale e nervoso. Quasi uno sfogo. L’intervento di un leader che si sente sotto assedio e carica la discussione interna di pathos, al punto da legare il destino del Governo all’esito del referendum. Una tensione come se fosse in atto già un complotto o comunque una manovra per disarcionarlo. E, il che non è un dettaglio, come se la sconfitta fosse inevitabile. A quindici giorni dal voto, e a pochi giorni dalla direzione di partito sul referendum, è difficile non leggere il ragionamento come una preparazione del dopo voto, propria di chi teme un lungo logoramento. Anche in termini di linea.

In fondo il suo è, più che una minaccia, un appello – al partito, alle sue correnti, alle sue varie anime, a chi finora non si è pronunciato in modo limpido e trasparente – a indicare, se c’è, un’altra strada “chiara e praticabile”, perché “il Pd è pronto ad affrontare qualsiasi scenario”, anche il voto anticipato. Sono le parole di un segretario che non annuncia una conta su una linea irrinunciabile, ma si pone comunque come garante di equilibrio interno, così come qualche mese fa si pose come garante di un equilibrio accettando di formare un governo di cui non era affatto persuaso.

Non è dato sapere dove porterà la fantasia politica di un partito unanimemente contagiato, in tutte le sue sensibilità, dal virus governista, ma il cronista non può non registrare che un cambio di linea già c’è rispetto allo stesso segretario che, solo qualche settimana fa, invocava una “svolta” perché insoddisfatto del Governo su immigrazione e decreti sicurezza, Mes e crisi industriali da Ilva ad Alitalia e, prima ancora, prescrizione. E cioè: un po’ su tutti i terreni su cui i Cinque stelle sono riusciti con successo a difendere le proprie bandiere, pur perdendo la metà dei voti. I più maliziosi potrebbero notare che, per dirne una, se il Governo avesse messo mano all’Ilva magari le elezioni in Puglia non sarebbero vissute con questo cardiopalma, altro che referendum. Dite voi cosa volete fare, è dunque il titolo di oggi. Pare che gli unici a saperlo, al momento, siano gli alleati di governo.

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