ACCADDE OGGI / L’esercito piemontese libera Torino dall’assedio

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Il 7 settembre 1706 ha termine l’Assedio di Torino: decisiva risulta la vittoria dell’esercito piemontese che sconfigge le forze di Luigi XIV.

L’assedio ebbe inizio il 14 maggio quando le truppe franco-spagnole (composte ora da oltre quarantamila uomini) si appostarono strategicamente di fronte alla fortezza. Due giorni prima, si verificò l’eclissi totale di Sole del 12 maggio 1706, che alle ore 10:15 aveva oscurato la volta celeste, facendo risaltare la Costellazione del Toro. Il Sole era per antonomasia il simbolo di Luigi XIV (detto il Re Sole) e questo avvenimento diede grande slancio agli animi dei torinesi, che si immaginarono una facile vittoria. L’avvenimento astronomico è ricordato da alcuni versi del poemetto in lingua piemontese L’Arpa Discordata, scritto negli anni successivi all’assedio:

Il maresciallo di Francia Sébastien Le Prestre de Vauban, esperto ideatore di tecniche d’assedio, avrebbe preferito un attacco laterale alla città, ritenendo la fitta rete di gallerie di contromina predisposte dagli assediati un ostacolo insidioso; ma de La Feuillade lo disattese facendo predisporre da quarantotto ingegneri militari lo scavo di numerose linee di trincea.

Il Maresciallo Vauban non partecipò fisicamente all’assedio di Torino, pur interessandosene personalmente. Nel 1705 era stato incaricato da Luigi XIV di stendere un progetto per la conquista della città, che egli sapeva molto ben difesa. Nel luglio del 1706 si trovava a Dunkerque, da dove scrisse il giorno 23 una lettera di disapprovazione dell’approccio deciso dall’assediante generale La Feuillade. La sua partecipazione, a parte il progetto dell’anno precedente, fu quindi una partecipazione per corrispondenza. Quello che per Vauban era un pericoloso “cavillo delle mine” si rivelerà infatti fatale.

Dal canto loro, gli assediati, sostenuti dalla popolazione (che partecipò direttamente alla battaglia) e forti della fitta rete di gallerie tanto temute da Vauban, infersero numerose perdite all’esercito nemico. La battaglia andò avanti per tutta l’estate del 1706.

L’8 giugno il duca della Feuillade mandò un messaggero a Vittorio Amedeo, nel quale veniva offerta la possibilità al duca di uscire liberamente da Torino per fuggire dalle bombe. Il Re Luigi aveva dato ordine che non si mettesse a repentaglio la vita del sovrano nemico, ma questi rifiutò anche di comunicare l’ubicazione dei suoi appartamenti, affinché non venissero bombardati: «Il mio alloggio è là dove la battaglia è più furiosa», avrebbe risposto.

Comunque, il duca non aveva intenzione di rimanere in città per molto: il 17 giugno Vittorio Amedeo II lasciò Torino alla testa di 4.000 cavalieri dando vita ad una lunga serie di azioni di guerriglia nel basso Piemonte che avevano lo scopo di distogliere il maggior numero possibile di truppe dall’assedio della capitale. Effettivamente La Feuillade, lasciato il comando delle operazioni di assedio al generale Chamarande, si lanciò al suo inseguimento con quasi 10 000 uomini, fino a quando il duca di Savoia si rifugiò nelle valli occupate dai valdesi. Ritenuti eccessivi i rischi di ingaggiare il nemico in un territorio ostile e ben conosciuto da esso, il duca de la Feuillade fece ritorno al campo dinnanzi a Torino il 20 luglio.

A seguito della sortita del duca da Torino il comando della piazza militare era passato al generale imperiale Virich von Daun, stretto collaboratore del principe Eugenio. Le operazioni d’assedio andarono comunque avanti portando gli assedianti a ridosso della mezzaluna del Soccorso che proteggeva uno degli accessi alla Cittadella. Nel frattempo la città veniva sottoposta ad un durissimo e continuo bombardamento di artiglieria.

Ben presto in città, in seguito al blocco totale degli approvvigionamenti dall’esterno, cominciò a scarseggiare la polvere nera ed entro breve l’artiglieria piemontese dovette limitare il tiro per non consumarne troppa.

Tra i principali obiettivi dei francesi vi fu lo scovare l’ingresso di un cunicolo per potervi penetrare in massa. L’operazione non si rivelò facile: tra il 13 e il 14 agosto venne scoperta un’entrata, e gli assedianti vi penetrarono dopo ingenti perdite. Sembrava già tutto perduto, ma i piemontesi ricorsero a far esplodere il cunicolo, seppellendo i nemici. 

Dieci giorni dopo i francesi si lanciarono in un attacco sanguinosissimo alla Mezzaluna di Soccorso, forti di 38 compagnie di granatieri. I piemontesi si difendevano utilizzando anche materiale infiammabile. Alla fine, la vittoria fu dei torinesi, che costrinsero i nemici a ritirarsi ancora, ma sul campo erano rimasti oltre 400 vittime dalla sola parte sabauda.

È a questo punto che si colloca il celebre episodio di Pietro Micca, che sacrificò la propria vita per frenare l’ennesimo attacco francese nelle gallerie sotterranee. La situazione sembrava destinata a precipitare per i piemontesi, tant’è che il duca d’Orléans, capitano dell’esercito di Luigi XIV, era arrivato a Torino e voleva darle il colpo di grazia.

Gli assedianti però sapevano che il tempo a loro disposizione era poco, in quanto da maggio il cugino del Duca, il Principe Eugenio di Savoia, comandante in capo delle truppe imperiali, dopo alcuni scontri vittoriosi contro i franco-spagnoli, stava marciando alla testa di un’armata di soccorso composta da circa 20 000 uomini alla volta di Torino.

Quando a fine agosto l’armata imperiale si trovava già in Piemonte, il Principe Eugenio alla testa dell’avanguardia giunse a Villastellone, nei pressi della capitale sabauda. Lì fece accampare i suoi soldati esausti e andò ad incontrare il cugino Vittorio Amedeo nella notte del 29.

La battaglia

“Sua maestà il duca di Savoia ha messo a repentaglio la sua persona non solo per la sua gloria immortale, ma anche per il maggior bene della causa comune e per il sollievo e la pace dei suoi sudditi e paese, si è esposto intrepidamente al maggior fuoco e vi ha preso parte dall’inizio alla fine, ed ha condotto personalmente i soldati e respinto il Nemico al di là del Po”. (Relazione sulla battaglia portata dal conte Hamilton alla corte di Vienna)

Il 2 settembre i due Savoia salirono sulla collina di Superga, da cui si domina l’intera città, per studiare la tattica di controffensiva e decisero di aggirare il nemico impiegando il grosso dell’esercito ed una parte della cavalleria verso la zona nord-ovest della città, la più vulnerabile, anche se ciò comportava un grosso rischio per la vicinanza delle linee francesi.

Questi, da parte loro, non potevano fare altro che cercare febbrilmente di rinchiudersi nelle loro stesse trincee; l’arrivo di un contingente di soccorso di tali proporzioni li coglieva chiaramente impreparati. Eugenio si espresse in modo sprezzante: “Ces gents là sont dejà a demi battues” (“Quelli sono già mezzi sconfitti”).

Il 5 settembre a Pianezza fu intercettato dalla cavalleria imperiale uno dei convogli diretto al campo francese. Grazie a Maria Bricca fu possibile introdursi lì dentro da un passaggio segreto. Si trattò di un importantissimo successo strategico da parte del principe Eugenio di Savoia; i francesi avrebbero combattuto con le munizioni razionate. La carica del principe d’Anhalt, copia da affresco (distrutto) di E. Knackfuss, prima conservato allo Zeughaus Berlin.Andreas Matthäus Wolfgang/August Vind: Assedio di Torino, 1714.

Il 6 settembre la manovra di aggiramento portò le truppe sabaude a posizionarsi fra i fiumi Dora Riparia e Stura di Lanzo. Lo scontro finale iniziò il 7 settembre quando le forze austro-piemontesi si disposero sull’intero fronte e respinsero ogni tentativo di controffensiva dei franco-ispanici.

Il piano del principe Eugenio prevedeva lo sfondamento dell’ala destra francese, da effettuarsi tramite le disciplinate fanterie prussiane del principe Leopoldo I di Anhalt-Dessau. L’attacco, su questo lato, fu particolarmente sanguinoso, e solo al quarto tentativo i prussiani riuscirono a vincere la resistenza francese. In particolare il reggimento La Marine, che difendeva l’estrema destra francese, si ritrovò senza più munizioni nel bel mezzo dell’attacco decisivo e, senza rinforzi e rifornimenti disponibili, andò in rotta.

A questo punto, dopo aver respinto il contrattacco della cavalleria dell’Orléans, la vittoria era solo una questione di tempo. La cavalleria imperiale fu riorganizzata dal principe Eugenio per distruggere definitivamente quella avversaria, attacco al quale partecipò anche Vittorio Amedeo II. Numericamente inferiori, i francesi furono costretti alla fuga verso i ponti di Po, abbandonando al proprio destino l’ala sinistra.

Le forze imperiali del centro e dell’ala destra avevano il compito di tenere impegnate le truppe francesi contrapposte. Un tentativo di attacco riuscì a portare alla rottura temporanea del fronte dell’Orléans, il quale si vide costretto ad intervenire con parte della cavalleria per chiudere la falla. In questa azione fu ferito e il Marsin venne colpito a morte. Lucento, potentemente fortificato e difeso da due dei migliori reggimenti francesi, Piemont e Normandie, non venne mai occupato da un assalto, ma fu abbandonato dai difensori, dopo aver coperto la ritirata dei reparti che coprivano il centro e la sinistra francese.

Epilogo

“A questo stato era ridotto nell’orribil punto l’oste testé pure tanto fiorita del re Luigi; nelle lacere trincee a mucchi i cadaveri dei difensori, le armi sparse e rotte, il suolo sanguinoso ed orrido per molto sangue e tronche membra, le campagne piene di uomini che fuggivano e di uomini che gli perseguitavano. Nel medesimo tempo le liete ed alte voci sì dei vincitori che Torino liberato avevano, e sì dei torinesi che, dopo quattro mesi di crudele assedio, a libertà fra tanti pericoli e spaventi risorgevano, ferivano l’aria e miste ai gemiti dei moribondi ed agli scoppi che qua e là sparsamente ancora s’odivano, componevano una scena di cui niuna si può immaginare né più stupenda né più tremenda”. (Carlo Botta)

I francesi avevano perduto circa 6.000 uomini, contro i 3.000 austro-piemontesi. Nei giorni seguenti, quasi 7.700 francesi caddero ancora negli scontri con i sabaudi o per le ferite riportate.

Vittorio Amedeo II e il principe Eugenio di Savoia entrarono nella città ormai liberata da Porta Palazzo e si recarono al Duomo per assistere ad un Te Deum di ringraziamento. Sulla collina di Superga, a ricordo della vittoria, venne fatta costruire dai Savoia l’omonima Basilica nella quale tuttora, ogni 7 settembre, viene celebrato un Te Deum.

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