ACCADDE OGGI / Assassinata a Ginevra la principessa Sissi

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Il 10 settembre 1898  Elisabetta di Baviera, meglio conosciuta come la Principessa Sissi, viene assassinata a Ginevra dall’anarchico Luigi Lucheni

Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, nata duchessa in Baviera (in tedescoElisabeth Amalie Eugenie, Herzogin in BayernMonaco di Baviera, 24 dicembre 1837 – Ginevra, 10 settembre 1898), meglio nota come Sissi (più correttamente, “Sisi”), fu imperatrice d’Austriaregina apostolica d’Ungheriaregina di Boemia e di Croazia come consorte di Francesco Giuseppe d’Austria.

Nonostante fosse cresciuta relativamente libera da vincoli sociali e di comportamento normalmente imposti alla nobiltà mitteleuropea del XIX secolo e generalmente insofferente alla disciplina di corte a Vienna, nonché alle politiche imperiali e alle condizioni di vita dei popoli sottoposti alle autorità dell’Impero austro-ungarico, rimase un simbolo della monarchia asburgica, e per tale ragione il 10 settembre 1898 fu uccisa a Ginevra, in Svizzera, dall’anarchico italiano Luigi Lucheni.

Infanzia in Baviera

Elisabetta Amalia Eugenia nacque il 24 dicembre 1837 a Monaco di Baviera, quarta dei dieci figli del duca Massimiliano Giuseppe in Baviera e di Ludovica di Baviera, figlia del grande elettore Massimiliano di Wittelsbach, divenuto poi re come Massimiliano I Giuseppe di Baviera.

Entrambi i genitori appartenevano alla famiglia Wittelsbach, ma il padre discendeva da un ramo collaterale dei duchi “in Baviera”, mentre la madre apparteneva al ramo principale della famiglia reale. Pertanto il titolo e il trattamento di Elisabetta alla nascita furono quelli di “Sua altezza la duchessa Elisabetta in Baviera“. Il 21 marzo 1845 il re Ludovico I, fratello della duchessa Ludovica, concesse al cognato Massimiliano Giuseppe e ai suoi discendenti il trattamento di altezza reale. La futura imperatrice fu da quel momento nota come “Sua altezza reale la duchessa Elisabetta in Baviera” (in tedesco Ihre Königliche Hoheit, Herzogin Elisabeth in Bayern[1]).

Il matrimonio dei genitori di Elisabetta non fu felice: il duca Massimiliano, non particolarmente interessato alla vita familiare, ebbe numerose amanti e figli illegittimi; la duchessa Ludovica, che a differenza delle sue sorelle, sposate a principi di case reali, aveva preso in marito un nobile di rango più modesto, non partecipava alla vita di corte bavarese, ma preferiva rimanere in disparte e occuparsi personalmente dell’educazione dei figli, cosa piuttosto singolare per quei tempi. I figli di Max in Baviera ritratti da Joseph Karl Stieler

Elisabetta, tuttavia, trascorse la sua infanzia serenamente a Monaco nel palazzo di famiglia, mentre i mesi estivi erano trascorsi nel castello di Possenhofen, una residenza a cui la giovane duchessa, amante della natura, fu molto legata per tutta la vita. Di animo sensibile, cresciuta con molta semplicità in modo che non sviluppasse un carattere orgogliosamente aristocratico, sin da piccola fu abituata a trascurare i formalismi e a occuparsi dei poveri e degli infermi. Nell’inverno 1853 erano in corso alcune trattative fra la duchessa Ludovica e sua sorella, l’arciduchessa Sofia, per far sposare la figlia della prima, Elena, col figlio della seconda, l’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria. La scelta dell’arciduchessa Sofia era caduta su Elena, dopo due falliti progetti con principesse prussiane e sassoni, dal momento che desiderava insediare accanto al figlio una tedesca, rafforzando il ruolo dell’Austria nell’area germanica. Benché Elena non fosse membro di una famiglia reale, rappresentava comunque un legame con la Baviera, una delle regioni tedesche e cattoliche più fedeli all’Austria.

Ludovica e Sofia decisero di far incontrare i figli a Ischl, residenza estiva dell’imperatore, durante la festa di compleanno di quest’ultimo e annunciare pubblicamente il loro fidanzamento. Ludovica decise di portare con sé anche Elisabetta, nella speranza di strapparla alla malinconia nella quale era sprofondata e con l’intenzione di vagliare un suo possibile fidanzamento con Carlo Ludovico, fratello minore di Francesco Giuseppe.

Il fidanzamento e le nozze con Francesco Giuseppe

La duchessa Ludovica e le figlie arrivarono a Ischl il 16 agosto 1853. Nel pomeriggio ci fu un primo incontro con Sofia, Francesco Giuseppe ed Elisabetta di Prussia, un’altra sorella di Ludovica. Fin da quel primo e formale incontro, fu evidente ai presenti che Francesco Giuseppe si era infatuato non di Elena, ma della più giovane e acerba sorella Elisabetta.

L’arciduchessa Sofia scrisse in merito a sua sorella, Maria di Baviera: «Era raggiante, e tu sai come il suo volto si illumina quando è contento di qualcosa. La cara piccina non aveva la minima idea dell’impressione da lei destata in Franz. Fino all’istante in cui la madre le parlò apertamente, Sissi era solo intimidita e intimorita dalla gente che le stava intorno».

Il giorno dopo Francesco Giuseppe disse alla madre che la sua scelta era caduta su Elisabetta, nonostante l’arciduchessa Sofia preferisse Elena. Nel ricevimento dato quella sera, l’imperatore ballò il cotillon con Elisabetta, un chiaro segno per tutti, ma non per la futura sposa. Anche durante la cena del 18 agosto, compleanno di Francesco Giuseppe, Elisabetta fu fatta sedere accanto a lui.

Il giorno seguente Ludovica, per conto dell’imperatore, chiese a Elisabetta se era condiscendente alle nozze e, ottenuto il consenso, lo comunicò per iscritto alla sorella Sofia. Da quel momento fino al 31 agosto, la coppia di fidanzati trascorse molto tempo insieme e si mostrò pubblicamente.

Intanto incominciarono le trattative con la Santa Sede per ottenere la necessaria dispensa papale, poiché gli sposi erano primi cugini. Questa stretta parentela, come di consueto per quel tempo, non fu tenuta di conto, nonostante diversi membri della famiglia Wittelsbach avessero già mostrato le tare ereditarie della loro dinastia. Francesco Giuseppe ed Elisabetta (1854).

Dal fidanzamento fino alle nozze Elisabetta fu sottoposta a un corso di studio intensivo, nella speranza di colmare le numerose lacune della sua scarsa istruzione. Dovette imparare al più presto il francese, l’italiano e soprattutto la storia dell’Austria. Nello stesso periodo fu allestito rapidamente il corredo della sposa, pagato quasi del tutto dall’imperatore e non dal padre della sposa, come avrebbe dovuto essere. Nel marzo 1854 fu ufficialmente firmato il contratto nuziale e la dote fu fissata in 50.000 fiorini pagati dal duca Massimiliano e 100.000 fiorini pagati dall’imperatore.

Il 20 aprile 1854 Elisabetta lasciò la sua casa paterna di Monaco. Il viaggio durò tre giorni e il 23 aprile la futura imperatrice fece il suo ingresso ufficiale a Vienna, dove ricevette una calorosa accoglienza. Le nozze furono celebrate con grande sfarzo la sera del 24 aprile nella Chiesa degli Agostiniani. Dopo i numerosi festeggiamenti, la coppia fu condotta nella camera da letto soltanto dalle rispettive madri, contrariamente alle usanze del tempo che prevedevano la presenza di numerose persone. Le nozze furono consumate la terza notte.

Primi anni alla corte di Vienna

Fin dal suo primo ingresso a corte, Elisabetta dovette accorgersi delle difficoltà che l’attendevano. Nata e cresciuta in una famiglia di costumi semplici sebbene nobile, si trovò al centro della rigida corte di Vienna, ancora legata a un severo “cerimoniale spagnolo“, cui inizialmente la giovane imperatrice dovette sottostare. Privata dei suoi affetti e delle sue abitudini, Elisabetta cadde presto malata, accusando per molti mesi una tosse continua, febbre e stati di ansia, dovuti a turbamenti di origine psichica.

L’arciduchessa Sofia si prese l’onere di trasformare la nuora in una perfetta imperatrice, ma nell’agire in tal senso e restando fermamente attaccata all’etichetta finì per inimicarsi Elisabetta e ad apparire ai suoi occhi una donna malvagia. Solo successivamente la ragazza si rese conto che la suocera aveva agito sempre a fin di bene, pur in maniera imperiosa e imponendo sacrifici. A differenza di Sofia, che infatti era rispettata da tutta la corte, Elisabetta veniva criticata per la sua scarsa istruzione e per la sua inesistente attitudine alla vita di società.

Non molto tempo dopo le nozze Elisabetta rimase incinta, e il 5 marzo 1855 partorì la sua prima figlia, chiamata Sofia in onore della nonna paterna. L’arciduchessa si occupò personalmente della bimba, alla quale fu legatissima. Le stanze della bambina furono allestite accanto alle sue e fu lei a scegliere l’aia (educatrice) e la bambinaia. Già poco più di un anno dopo, il 12 luglio 1856, Elisabetta partorì un’altra bambina, Gisella, parimenti allevata dalla nonna. In seguito Elisabetta espresse il proprio rammarico per non essersi potuta occupare dei figli. Nel settembre di quell’anno Elisabetta incominciò a far valere i suoi diritti di madre e durante un viaggio in Stiria e in Carinzia si riavvicinò molto al marito, solitamente compiacente con l’arciduchessa Sofia. L’imperatrice capì che i viaggi di Stato erano un’occasione preziosa per stare da sola col marito e far valere la sua posizione di sposa e madre.

Elisabetta riuscì a ottenere che la figlia Sofia accompagnasse lei e il marito durante il loro viaggio in Italia nell’inverno tra il 1856 e il 1857. Per la prima volta, l’imperatrice, sempre acclamata da folle festanti austriache, si rese conto che l’impero non aveva il consenso di tutte le sue popolazioni. Il regime militaristico austriaco aveva portato come conseguenza il disprezzo e l’odio degli italiani nei confronti degli Asburgo. Elisabetta, solitamente pronta ad assentarsi dagli impegni ufficiali a Vienna, rimase tuttavia accanto al marito in difficoltà per l’intero programma di viaggio nel Lombardo-Veneto. A Milano, nel ricevimento indetto per la nobiltà, gli aristocratici lombardi mandarono al loro posto, in segno di disprezzo, i propri servi; al concerto al Teatro alla Scala fu intonato il “Va, pensiero” di Giuseppe Verdi, che allora era l’inno dei patrioti italiani. A Venezia, poi, la famiglia imperiale attraversò Piazza San Marco acclamata soltanto dai soldati austriaci, mentre la folla di italiani rimase in silenzio. Il console inglese lì presente riferì a Londra: «Il popolo era animato da un unico sentimento, dalla curiosità di vedere l’imperatrice la cui fama di donna meravigliosamente bella è arrivata anche qui».

Poche settimane dopo il rientro dall’Italia, si prospettava un altro viaggio di Stato in un’altra inquieta provincia, l’Ungheria. Tra i magiari era già risaputo che la giovane imperatrice nutriva un profondo interesse per la loro cultura, grazie alle lezioni datele dal conte Majláth, e speravano che influenzasse positivamente il marito. Anche stavolta Elisabetta si scontrò con la suocera, riuscendo a ottenere la presenza delle sue bambine per il viaggio. Come nel Lombardo-Veneto, anche in Ungheria la coppia imperiale fu accolta con freddezza, sebbene la bellezza dell’imperatrice avesse avuto il suo solito successo. Durante il viaggio nelle province ungheresi, la piccola Sofia si ammalò. La diciannovenne imperatrice vegliò per undici ore sulla figlia, che spirò il 19 maggio 1857. Quando tornarono a Vienna, Elisabetta si chiuse in se stessa e nella propria solitudine, rifiutando di mangiare e di apparire in pubblico. L’imperatrice, che aveva insistito per ottenere la presenza delle bambine durante il viaggio, rinunciò al suo ruolo di madre, ritenendosi colpevole della morte della figlia, e affidò Gisella all’educazione della nonna.

La nascita del principe ereditario e la seconda guerra d’indipendenza italiana

La Famiglia imperiale al completo a Gödöllő nel 1870. Da sinistra il Principe ereditario Rodolfo, accanto seduto l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, al centro l’imperatrice Elisabetta con in braccio l’arciduchessa Maria Valeria, e per ultima l’arciduchessa Gisella.Acquerello raffigurante Elisabetta con i figli Rodolfo e Gisella nel castello di Laxenburg. Alla parete un ritratto di Sofia, la figlia deceduta nel 1857.

Nel dicembre del 1857 Elisabetta manifestò i sintomi di una nuova gravidanza. Il 21 agosto 1858 nacque l’arciduca Rodolfo, principe ereditario dell’Impero d’Austria. Il parto risultò piuttosto difficoltoso: Elisabetta si ammalò e la febbre le tornava a distanza di brevi periodi; dal momento che tra l’autunno e l’inverno le sue condizioni di salute non erano ancora migliorate, furono convocati la duchessa Ludovica e il medico di famiglia dei Wittelsbach. La diagnosi di quest’ultimo rimane sconosciuta e nei diari dell’arciduchessa Sofia ci sono solo accenni a dei sintomi: febbre, debolezza, mancanza di appetito.

Elisabetta sembrava migliorare soltanto quando stava con qualcuno della sua famiglia bavarese e nel gennaio 1859 poté godere della compagnia di una delle sue sorelle minori, Maria Sofia. La giovane aveva già sposato per procura il principe ereditario di Napoli, il futuro Francesco II delle Due Sicilie. Elisabetta, nonostante la salute cagionevole, accompagnò Maria Sofia sino a Trieste, dove si sarebbe imbarcata alla volta del Regno delle Due Sicilie.

Il 1859 fu un anno particolarmente difficile per l’Austria. Napoleone III e Cavour, già accordatisi segretamente a Plombières, riuscirono a far dichiarare guerra al Regno di Sardegna da parte dell’Austria. Nel giro di pochi giorni le ultime monarchie asburgiche autonome italiane caddero e a Vienna confluirono i deposti Leopoldo II di Toscana e Francesco V di Modena, con tutti i loro familiari. Le truppe austriache subirono una grave sconfitta nella battaglia di Magenta (4 giugno 1859), a seguito della quale Francesco Giuseppe decise di lasciare Vienna e di comandare personalmente l’esercito. Elisabetta accompagnò il marito sino a Mürzzuschlag e al momento del commiato si appellò al conte Grünne, generale austriaco: «Lei manterrà certamente ciò che ha promesso e starà molto attento all’imperatore; la mia unica consolazione in questi tempi terribili è che lei lo farà sempre e in ogni circostanza. Se non ne fossi convinta, morirei per l’angoscia».

Elisabetta cadde in un profondo stato di disperazione, piangendo in continuazione, al punto da chiedere all’imperatore di poterlo raggiungere in Italia, ottenendo però un rifiuto. L’imperatrice allora si dedicò a drastiche cure dimagranti e a sfiancanti cavalcate; disertò tutti gli impegni sociali organizzati dall’arciduchessa Sofia, attirandosi le critiche della corte. Francesco Giuseppe le scrisse, chiedendole di mostrarsi a Vienna e di visitare gli istituti per sollevare il morale della popolazione e ottenere l’appoggio dell’opinione pubblica. Il 24 giugno ci fu la decisiva Battaglia di Solferino, che risultò vittoriosa per i franco-piemontesi. Le conseguenze della disfatta ricaddero sull’imperatore Francesco Giuseppe, che mai era stato mal visto dal popolo come in quei mesi: la critica si spinse al punto da chiedere l’abdicazione del sovrano in favore di suo fratello Massimiliano. Intanto un gran numero di feriti fu portato in Austria e l’imperatrice stessa organizzò un ospedale militare nel castello di Laxenburg, poiché i normali ospedali non avevano posti a sufficienza. La guerra fu ufficialmente conclusa con l’armistizio di Villafranca, che costringeva l’Austria a rinunciare alla Lombardia, una delle più ricche province dell’impero.

La malattia e le fughe da Vienna

Parimenti alla crisi politica del 1859-60, si sviluppò anche una crisi privata della coppia imperiale, dovuta ai soliti contrasti con l’arciduchessa Sofia e al dilagare, per la prima volta in sei anni di matrimonio, di notizie riguardanti le infedeltà di Francesco Giuseppe, che rappresentava per lei l’unico legame con una corte che non amava. Elisabetta, memore dell’infelicità della madre, temeva forse di subire lo stesso destino di donna tradita e messa da parte. L’imperatrice reagì allora con un atteggiamento di sfida, insultando la corte: organizzò, infatti, numerosi balli a cui erano invitati i rampolli dell’alta società viennese, ma non i loro genitori (una cosa contraria all’usanza e all’etichetta).

In aggiunta alla delicata situazione, nel maggio 1860 giunse anche la notizia dell’imminente crollo del Regno delle Due Sicilie, assediato dai garibaldini. Sebbene Francesco Giuseppe e l’arciduchessa Sofia fossero favorevoli ad aiutare i Borbone, le condizioni economiche dell’Austria non lo permettevano; la preoccupazione per l’amata sorella Maria Sofia ebbe su Elisabetta un’influenza negativa, inficiando anche i suoi rapporti col marito. A luglio Elisabetta prese con sé Gisella, lasciò improvvisamente la corte di Vienna e si diresse a Possenhofen. Tuttavia, per evitare uno scandalo, dovette tornare a Vienna per il compleanno del marito, il 18 agosto.

Nell’ottobre del 1860 la salute dell’imperatrice subì un tracollo, dovuto a numerose crisi nervose e cure dimagranti. Il dottor Škoda, specialista in malattie polmonari, consigliò una cura presso un paese dal clima caldo: a suo parere la sovrana non sarebbe riuscita a superare l’inverno a Vienna. Fu consigliata Madeira, forse su desiderio della stessa Elisabetta: l’arcipelago portoghese, infatti, non era un luogo rinomato per la cura di malattie polmonari, come lo era ad esempio Merano.

Molto probabilmente l’imperatrice scelse un luogo così lontano per evitare troppi contatti con Vienna e l’imperatore. Sebbene la diagnosi ufficiale di Škoda fosse quella di una gravissima malattia polmonare, esistono ancora molti dubbi sulla vera natura del male di Elisabetta. Sanissima in gioventù, cominciò a star male a contatto con l’ambiente della corte imperiale, dove, per sopperire alle sue numerose crisi di nervi, si sottoponeva a diete drastiche e intensi esercizi di ginnastica. Nei diari dell’arciduchessa Sofia non ci sono indizi sulla malattia misteriosa della nuora, così come nelle lettere della duchessa Ludovica.

La corte viennese si indignò per la partenza della sovrana tanto quanto nel resto del mondo ci fu una generale preoccupazione per l’imperatrice “in fin di vita” (la regina Vittoria mise a disposizione per Elisabetta il suo panfilo privato Victoria and Albert). Con tutta probabilità i disturbi fisici di Elisabetta erano dovuti a un disturbo psichico: la storica Brigitte Hamann ipotizza che l’imperatrice d’Austria soffrisse di una forma di anoressia nervosa, la quale comporta irrequietezza, rifiuto del cibo e del sesso. Ciò potrebbe anche spiegare il fatto che Elisabetta sembrava riprendersi subito non appena si allontanava da Vienna e dall’imperatore. In quegli anni ebbe una lunga amicizia con il cugino Ludwig II di Baviera, che quando salì al trono convinse a fidanzarsi con la sorella minore Sofia.

Regina d’Ungheria

L’incoronazione a regina d’Ungheria avvenne l’8 giugno 1867 a Buda, al tempo capitale dell’Ungheria. In seguito la coppia ottenne la residenza a Gödöllő, dove Elisabetta visse la maggior parte del tempo. L’ultima figlia, Maria Valeria, la prediletta da Elisabetta, nacque nel 1868. Fu volutamente fatta nascere a Budapest, un omaggio della regina d’Ungheria ai suoi sudditi favoriti. Inoltre Elisabetta si occupò personalmente della sua educazione, cosa che non aveva fatto con gli altri tre figli.

Mayerling

Il 24 aprile 1879 Elisabetta e Francesco Giuseppe festeggiarono le nozze d’argento, ma successivamente una serie di lutti si abbatté su Elisabetta. Nel 1886 morì in circostanze misteriose il cugino re Ludwig di Baviera. Nel 1888 muore il padre, il duca Max. Ma la vera tragedia avvenne a Mayerling, dove nel 1889 il figlio Rodolfo, l’erede al trono (Kronprinz), morì suicida insieme con l’amante, la baronessa Maria Vetsera, forse uccisa dallo stesso Rodolfo.

Secondo la leggenda, da quell’anno Elisabetta decise di vestirsi solo di nero e di rinunciare anche all’amata poesia.

Per superare la depressione dell’ambiente di corte, l’imperatrice riprese i suoi viaggi per tutta Europa. Si recò diverse volte a Roquebrune-Cap-Martin in Costa Azzurra e in tale località, esattamente all’Hotel du Cap Martin, ebbe anche un incontro nel 1891 con Eugenia de Montijo, imperatrice dei francesi dal 1853 al 1870, moglie dell’imperatore dei francesi Napoleone III. Oltre a Elisabetta, si recavano a Cap Martin anche altri importanti nobili europei. Nel 1892 fu completata la costruzione della Villa Cyrnos, a Cap Martin, una residenza in stile neoclassico che dava sul mare e l’ex imperatrice Eugenia vi passò molto tempo, sia con la regina Vittoria del Regno Unito, sia con Elisabetta (tant’è che Cap Martin fu soprannominato le Cap des Impératrices).

Appassionata della cultura greca, Elisabetta fece costruire l’anno successivo a Corfù l’Achilleion, palazzo residenziale (poi diventato un museo) eretto in stile neoclassico sul tema dell’eroe mitologico Achille. Nel 1896 fu celebrato il millenario della fondazione dell’Ungheria ed Elisabetta vi partecipò a fianco dell’imperatore come ultima apparizione ufficiale, preferendo ormai vivere il più possibile lontano dalle folle e dalle corti.

L’attentato e la morte

Nel 1897 Elisabetta trascorse il Natale a Parigi insieme alle sorelle Matilde e Maria Sofia, ex regina del regno delle Due Sicilie. Il Natale era una delle sue feste preferite e, almeno fino alla morte del figlio Rodolfo, festeggiò sempre con gioia e gran trasporto; con la tragedia di Mayerling, smise per sempre di festeggiare le festività natalizie.

Nel settembre 1898, l’imperatrice si recò in incognito a Ginevra prendendo alloggio all’Hotel Beau-Rivage, sul lungolago ginevrino, dove già aveva soggiornato l’anno precedente. Il 10 settembre, sempre vestita di nero dopo il suicidio del figlio Rodolfo, celava il viso dietro una veletta – un ventaglio o un ombrellino – ed era difficile da riconoscere. Doveva prendere il battello per Montreux alle ore 13,35 di quel giorno accompagnata dalla contessa Irma Sztáray, quando l’anarchico italiano Luigi Lucheni, informato sull’indirizzo dell’Imperatrice e sulle sue sembianze da Giuseppe della Clara, si appostò sul Quai du Mont-Blanc, dietro un ippocastano, armato della sua lima nascosta in un mazzo di fiori. Luigi Lucheni colpisce l’imperatrice Elisabetta con una lima.

Al passaggio dell’imperatrice la pugnalò al petto, con un unico colpo preciso; tentò poi di fuggire lungo la Rue des Alpes, gettando l’arma del delitto dinnanzi l’ingresso del civico n. 3. Fu poco dopo arrestato da quattro passanti, non lontano dal luogo dell’attentato. Al commissario che lo interrogava chiedendogli il motivo del suo gesto, pare abbia risposto: «Perché sono anarchico. Perché sono povero. Perché amo gli operai e voglio la morte dei ricchi».Placca commemorativa posta nel punto esatto in cui Elisabetta fu assassinata. Sul terzo piano, il getto d’acqua di Ginevra.

L’imperatrice, che correva verso il battello (la sirena della partenza aveva già suonato) si accasciò per effetto dell’urto, ma si rialzò e riprese la corsa, non sentendo apparentemente nessun dolore. Fu solo una volta arrivata sul battello che impallidì e svenne nelle braccia della contessa Sztáray. Il battello fece retromarcia e l’Imperatrice fu riportata nella sua camera d’albergo; spirò un’ora dopo, senza aver mai ripreso conoscenza. Aveva 60 anni.

L’autopsia, effettuata dal dottor Mégevand, mostrò che la lima aveva trafitto il ventricolo sinistro e che Elisabetta era morta d’emorragia interna. La sua tomba, a differenza delle sue volontà (voleva esser sepolta a Corfù), si trova a Vienna nella Cripta Imperiale, accanto a quelle del marito e del figlio.La tomba di Elisabetta situata nella Cripta Imperiale a Vienna.

Sul luogo dell’omicidio oggi sorge una placca commemorativa che ne ricorda l’assassinio; un monumento all’imperatrice, inoltre, è stato eretto poco distante dallo stesso luogo.

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