Covid: la Svizzera abbandona gli anziani al loro destino

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La civilissima Svizzera ha deciso: lascerà morire gli anziani malati di Coronavirus. Nelle ultime 24 ore Oltreconfine si sono registrati 6.592 contagi e 10 morti: numeri assai pesanti, in percentuale i più alti d’Europa. Cifre che hanno spinto l’Accademia svizzera delle scienze mediche (ASSM) e della Società svizzera di medicina intensiva (SSMI) a “rinfrescare” il personale medico e paramedico degli ospedali sulle decisioni da adottare in sede di triage dei pazienti in terapia intensiva. Un protocollo, di più una sorta di scala di priorità tra la vita e la morte, in vigore dal 20 marzo, anche se ufficialmente non ancora adottata.

In teoria, in caso di “emergenza di difficile gestione”, non è prevista alcuna differenza tra i pazienti giunti in ospedale perché affetti da Covid e gli altri che, per patologie differenti ma altrettanto gravi, debbano fare ricorso alla terapia intensiva. Stessi criteri, stessi diritti. Sempre in teoria. Perché “se le risorse a disposizione non sono sufficienti, occorre prendere decisioni di razionamento (?)”. Di medicinali? O, peggio, di medici? O, peggio ancora, di posti letto? E quindi decidere chi salvare e chi lasciar morire? Deontologia a parte, con quale criterio?

“Se a causa di un totale sovraccarico del reparto specializzato si rende necessario respingere pazienti che necessitano di un trattamento di terapia intensiva – si legge testualmente nel documento -, il criterio determinante a livello di triage è la prognosi a breve termine: vengono accettati in via prioritaria i pazienti che, se trattati in terapia intensiva, hanno buone probabilità di recupero, ma la cui prognosi sarebbe sfavorevole se non ricevessero il trattamento in questione; in altri termini, la precedenza viene data ai pazienti che possono trarre il massimo beneficio dal ricovero in terapia intensiva”. E quindi, salvo, rare eccezioni, ai più giovani, che fisiologicamente hanno maggiori probabilità di sopravvivenza rispetto ai soggetti più anziani.

Così non dovrebbe essere: “L’età in sé e per sé non è un criterio decisionale applicabile – recita ancora il protocollo – in quanto attribuisce agli anziani un valore inferiore rispetto ai giovani e vìola in tal modo il principio costituzionale del divieto di discriminazione”. Ma alla fine ecco che, al di là delle belle parole, la verità salta fuori: “Essa, tuttavia, viene considerata indirettamente nell’ambito del criterio principale «prognosi a breve termine», in quanto gli anziani presentano più frequentemente situazioni di comorbidità (la coesistenza di più patologie diverse in uno stesso individuo). Nelle persone affette da Covid-19, peraltro, l’età rappresenta un fattore di rischio a livello di mortalità, occorre quindi tenerne conto”.

E quindi? Saranno “respinti” i pazienti di “Età superiore a 85 anni. Età superiore a 75 anni accompagnata da almeno uno dei seguenti criteri: cirrosi epatica, insufficienza renale cronica stadio III, insufficienza cardiaca di classe NYHA superiore a 1 e sopravvivenza stimata a meno di 24 mesi“. E come la mettiamo col giuramento di Ippocrate, che viene prestato dai medici prima di iniziare la professione? “Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro – recita tra gli obblighi che si accollano solennemente i sanitari – di curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna, promuovendo l’eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della salute”. Roba da… vecchi?

Certo, nella Mecca del cosiddetto “suicidio assistito”, il passo verso l’eutanasia è davvero breve. Se i civilissimi e algidi svizzeri non non si fanno troppi problemi etici né tantomeno morali, consentite a noi, zotici sentimentali, perlomeno di inorridire!

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