Per la seconda volta in poche ore il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha dovuto scendere in campo, costretto dagli eventi legati al Covid-19, in frenetica evoluzione. La situazione politica rischia di sfuggire al controllo, se già non l’ha fatto, con effetti imprevedibili e comunque negativi.
Palazzo Chigi annaspa vistosamente, in preda a una confusione tanto imbarazzante quanto palpabile. I partiti della coalizione di maggioranza, cui poco o nulla importa degli italiani, costretti a dibattersi per non affogare nella m… elma, che essi stessi hanno profuso a piene mani. Sono impegnati in laceranti e logoranti litigi sul cadreghino che verrà. I partiti di opposizione, più che impegnarsi in una costruttiva azione di vigilanza e in una fiera difesa dei diritti collettivi, preferiscono la comoda rendita di posizione assicurata da un’opposizione sterile e caciarona, rumorosa e di corto respiro. Si aggiunga una crescente sfiducia e malcontento che serpeggia nel Paese, e gruppuscoli violenti e irresponsabili, che sistematicamente si infiltrano nelle manifestazioni e si rendono protagonisti di azioni criminali e teppiste. In questo scenario di evidente affanno per Giuseppi e il suo traballante governo, Mattarella non può che giocare la carta del richiamo al senso di responsabilità collettivo, oltre che individuale.

Lo fa andando a deporre una corona al cimitero di Castegnato, dove degli sciagurati hanno rubato una croce in memoria dei caduti per il Covid-19. Parole inequivocabili: “Sono venuto qui per rivolgere un pensiero a tutti i defunti e tra di loro alle vittime del Coronavirus, ai tanti morti in solitudine. Ho scelto di farlo in questo cimitero dove è avvenuto il furto ignobile della croce posta a memoria delle vittime della pandemia. Ricordare i nostri morti è un dovere che va affiancato a quello della responsabilità di proseguire nell’impegno per contrastare e sconfiggere questa malattia così grave, mettendo da parte partigianerie, protagonismi ed egoismi per unire le forze di tutti e di ciascuno…”

Poteva essere l’occasioneper i leader di LegaFratelli d’Italia e Forza Italia, di dimostrare senso civico e responsabilità. Matteo Salvini e Giorgia Meloni (in misura sempre minore Silvio Berlusconi), invece, preferiscono cavalcare il malcontento e la paura: fosse per loro il governo Conte dovrebbe essere sfrattato, i ministri chiave (Interno, Esteri, Scuola, Finanze, Sanità) dovrebbero dimettersi, si dovrebbe andare ad elezioni anticipate.

Una posizione a questo punto irrealistica, inattuabile, e per diverse ragioni: l’economia, già in profondo rosso, ne ricaverebbe il colpo definitivo. Mercati e borse internazionali ritirerebbero quel residuo di fiducia che ancora nutrono nei confronti del bel Paese. La una nuova legge elettorale è ancora di là da venire, così pure la delimitazione delle nuove circoscrizioni, indispensabili dopo la riforma costituzionale che ha ridotto il numero dei deputati e dei senatori. Ragione per cui più della metà degli attuali parlamentari è consapevole che non rimetterà più piede a Montecitorio o a Palazzo Madama, ed è dunque ben intenzionata a difendere lo scranno con le unghie e con i denti sino a fine mandato. Così, diverse formazioni politiche sono consapevoli di essere destinate a sparire. Senza contare, poi, che è ormai dietro l’angolo il cosiddetto “semestre bianco”, che precede l’elezione del nuovo presidente della Repubblica e in cui le Camere non possono essere sciolte.

Dunque, Giuseppi e il suo governo sono destinati a traccheggiare sino alla fine della legislatura. Anche per questo un po’ tutti si sentiranno (e già si sentonoautorizzati a sollevare polemiche e speculazioni di ogni tipo. Indicativo che il capogruppo al Senato del Partito Democratico, Andrea Marcucci, si sia sentito in dovere di chiedere un rimpasto di governo, senza neppure darsi pena di avvertire la segreteria del suo partito. Richiesta non a caso parallela a quella della irrequieta Italia Viva di Matteo Renzi. Il segretario del PD Nicola Zingaretti non nasconde lo strappo con tutto il suo disappunto, ma ci mette una toppa e fa buon viso a cattivo gioco. In un altro contesto Marcucci sarebbe stato prontamente rimosso dal suo incarico: non è accaduto.

La verità è che la situazione ha raggiunto un livello tale che nessuno sa bene che cosa si possa e si debba fare. Conte sforna nottetempo e a ripetizione decreti ministeriali che hanno il sapore delle proverbiali grida manzoniane. Siamo arrivati al DPCM numero 13 (e un quattordicesimo verrà a ore). Di fatto siamo ancora fermi alle banali e normali raccomandazioni di buon senso delle prime ore: mascherine, distanziamento, igiene. Inutile illudersi: sarà un inverno brutto e duro, preceduto da un lento, inesorabile, scivolare verso il lockdown, che comporterà prezzi durissimi da pagare, ma che al momento appare purtroppo l’unica soluzione in un quadro ancor più estremo.

Si può forse accordare a Conte il dubbio della buona volontà, ci si può chiedere che cosa si saprebbe e potrebbe fare se ci si trovasse al suo posto. Ma concesse queste attenuanti, al tempo stesso non ci si può esimere dall’osservare che il governo sforna quotidianamente esortazioni e norme insulse se non proprio perniciose, che lasciano il tempo che trovano, accompagnate da sfilze di numeri, grafici, proiezioni, indici Rt, parametri. Algidi rendiconti burocratici, che rivelano la più completa assenza di una visione d’insieme e almeno a medio termine. Le periodiche, serali conferenze stampa suonano beffarde e hanno il sapore della comunicazione prefettizia. Manca la politicaperché mancano i politicie i politici non si improvvisano. Non è vero, come ingenuamente qualcuno si ostina a sostenere come un mantra, che “uno vale uno”.

Un governo troppo debole e privo di visione nazionale; per paradosso, dotato di sufficiente forza per non essere sostituito, visto il vuoto politico delle opposizioni. Più che altrove, in Italia si sconta e patisce una micidiale miscelacostituita dal peggio del “vecchio” coniugato col peggio del “nuovo”. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti.