Dino Valle

ACCADDE OGGI / Si innalza il muro attorno al Ghetto di Varsavia

Il 16 novembre 1940, nella Polonia occupata, i nazisti isolano il Ghetto di Varsavia dal mondo esterno con un muro che lo circonda completamente

Il ghetto ebraico di Varsavia (in tedesco Jüdischer Wohnbezirk in Warschau) fu istituito dal regime nazista il 16 ottobre 1940 nella città vecchia di Varsavia. Con i suoi 450.000-500.000 abitanti fu il più grande tra i ghetti nazisti in Europa. Il quartiere Nalewki, pieno di condomini e privo di spazi verdi, era la zona tradizionalmente abitata dalla comunità ebraica di Varsavia, allora la più numerosa al mondo dopo quella di New York. Oltre al polacco, vi si parlavano l’yiddish, l’ebraico e il russo (dagli ebrei che erano fuggiti dalla Russia). Prima dell’invasione tedesca della Polonia nel settembre 1939, nella zona abitavano anche non-ebrei e gli ebrei avevano piena libertà di spostarsi e stabilirsi anche negli altri quartieri della città. Sotto il Governatorato Generale Tedesco, l’istituzione del ghetto come luogo esclusivo di residenza coatta della popolazione ebraica locale fu il primo passo nel processo che avrebbe portato nel giro di pochi anni allo sterminio della quasi totalità dei suoi abitanti.

L’invasione della Polonia

L’esercito tedesco invase la Polonia il 1º settembre 1939 dando inizio alla Seconda guerra mondiale; l’esercito polacco, comandato dal maresciallo di Polonia Edward Rydz-Śmigły, schierato in massima parte a ridosso del confine con la Germania, venne velocemente sopraffatto dalla nuova tattica militare della guerra lampo ed il giorno 8 settembre la 4ª divisione corazzata tedesca, comandata dal generale Georg-Hans Reinhardt, punta avanzata dell’8ª armata, comandata dal generale Johannes Blaskowitz, raggiunse il limite del distretto di Varsavia. Inutilmente la popolazione polacca attese un intervento da parte degli AlleatiFrancia e Gran Bretagna, i quali avevano dichiarato guerra alla Germania il 3 settembre. Le einsatzgruppen, le unità di eliminazione delle SS, in vista dell’esecuzione dell’operazione Tannenberg, uccisero migliaia di cittadini polacchi mediante esecuzioni di massa ed il 21 settembre, mentre le operazioni militari erano ancora in corso, il Brigadeführer Reinhard Heydrich, comandante della Gestapo insieme ad Heinrich Himmler, elaborò un progetto di deportazione e di trasferimento nei ghetti urbani delle città polacche di centinaia di migliaia di ebrei, sostenendo che questo sarebbe stato il primo passo verso la endlösung, la soluzione finale della questione ebraica.

Immediatamente dopo la sconfitta e la spartizione della Polonia le regioni del paese occupate militarmente furono annesse al Reich mentre le zone meridionali ed orientali furono occupate, andando a costituire una sorta di “colonia”, la quale assunse la denominazione di governatorato Generale, ossia un luogo privo di garanzie costituzionali ed internazionali, governato unicamente in base al “diritto di occupazione”, dove risiedevano tra i 12 ed i 15.000.000 di abitanti, e dove, nei piani di Heydrich, avrebbero dovuto essere trasferiti circa 1.000.000 di ebrei, allo scopo di lasciare spazio vitale allo spostamento verso est della popolazione di etnia tedesca ed al posto di governatore, o Reichsprotektor, fu nominato Hans Frank.

La creazione del ghetto e lo Judenrat

Parallelamente alle attività di repressione, nella Polonia occupata iniziarono quelle di segregazione e di isolamento della popolazione ebraica: questa, che prima della guerra viveva in buona parte in ghetti privi di mura, venne costretta dapprima ad indossare bracciali raffiguranti la stella di David e successivamente ad essere completamente “concentrata” all’interno dei ghetti ed anche a Varsavia tutti gli ebrei che vi vennero trasferiti furono obbligati a risiedere nel ghetto:

«Fin dall’estate del 1940, i Tedeschi facevano costruire nelle strade dei muri, per isolare i gruppi di case. A poco a poco, questi tronconi di muri si congiungevano, isolando un quartiere, verso il quale venivano avviati gli ebrei espulsi dai villaggi e dalle cittadine di provincia. Dal 1º luglio 1940, fu loro vietato di risiedere altrove che nel settore così delimitato. L’ordinanza del 16 ottobre prescriveva il trasferimento in questo quartiere dei centoquarantamila ebrei di Varsavia che abitavano fuori dai confini di esso, e l’evacuazione degli ottantamila polacchi che vi risiedevano. E dal 16 novembre gli ebrei di Varsavia non poterono più uscire dal ghetto senza speciale autorizzazione».

Il ghetto di Varsavia occupava uno spazio di quattro chilometri di lunghezza e circa due e mezzo di larghezza, esso comprendeva, oltre l’antico ghetto medievale, le vie del rione industriale e l’autostrada per Berlino e per Poznań lo attraversava dividendolo in due parti, il ghetto grande ed il ghetto piccolo. Nell’ottobre del 1939, dopo la fine della campagna di Polonia, le autorità tedesche censirono la popolazione ebraica della capitale, quantificandola in 359.827 persone, a cui se ne aggiunsero circa altre 150.000 trasferite dalla provincia; il ghetto fu istituito nell’estate del 1940 come campo di quarantena e successivamente, con un’ordinanza emanata il 2 novembre dal governatore del distretto di Varsavia Ludwig Fischer, venne motivata la sua creazione al fine di evitare il pericolo di epidemie e la cifra di 500.000 persone residenti al suo interno costituiva circa la metà dell’intera popolazione della città, mentre la sua superficie equivaleva a circa un ventesimo dell’intero territorio metropolitano.

Al momento della sua creazione il ghetto disponeva di 14 accessi e la circolazione tra la zona ebraica ed il resto della città, seppure non libera, non era soggetta a prescrizioni eccessivamente rigide ma progressivamente alcuni iniziarono ad essere chiusi, mentre quelli rimasti aperti vennero controllati con barriere e filo spinato e i residenti poterono uscire solo per motivi di lavoro e scortati da guardie polacche e ucraine; la segregazione peggiorò ulteriormente nell’agosto del 1940 quando iniziarono i lavori di costruzione del muro che circondò completamente il ghetto. I lavori ebbero termine il 16 novembre e le disposizioni del governatore di Varsavia consentirono di aprire il fuoco sugli ebrei che si avvicinavano troppo e, poiché il muro tagliava cortili ed isolati, lo spazio fu ulteriormente ristretto, murando gli ingressi dei palazzi e delle finestre che davano sull’esterno.

Le restrizioni alla vita della popolazione ebraica del ghetto non si limitavano alla residenza coatta all’interno dello spazio circondato dal muro: le comunicazioni postali furono proibite, le linee telefoniche e tranviarie furono interrotte e all’interno del ghetto era consentita solo una linea di tram a cavalli, contrassegnata dalla stella di David, gestita dalla ditta Kohn & Heller, due ebrei confidenti della Gestapo, non vi erano aree verdi ed il gas e la luce elettrica spesso mancavano. Le razioni alimentari furono ridotte al minimo e ad ogni persona spettavano settimanalmente 920 grammi di pane e mensilmente 295 grammi di zucchero, 103 grammi di marmellata e 60 grammi di grassi, e, sempre per disposizione dell’autorità tedesca, a ogni residente di Varsavia spettavano giornalmente: 2.310 calorie ai tedeschi, 1.790 agli stranieri, 634 ai polacchi e 184 agli ebrei, e le terribili condizioni di vita, unite al tifo che iniziò lentamente a diffondersi, contribuirono a decimare progressivamente la popolazione.

Le condizioni di vita peggiorarono ulteriormente all’inizio del 1941: lo spazio a disposizione dei residenti fu ulteriormente ridotto e la media di mortalità per fame, malattie e maltrattamenti crebbe in maniera esponenziale, tanto che, prima dell’arrivo dell’estate, si registrò una media di 2.000 decessi al mese e questo fece solo da preludio a quanto sarebbe accaduto un anno dopo, a seguito delle decisioni prese durante la conferenza di Wannsee del gennaio del 1942, dove fu definitivamente pianificato lo sterminio di tutta la popolazione ebraica residente in Europa e Hans Frank, il quale aveva accolto favorevolmente l’ordinanza, disposta nel 1940, che consentiva alla polizia tedesca di sparare a vista agli ebrei per la strada, sostenne apertamente che la guerra avrebbe avuto come scopo, oltre alla conquista dello spazio vitale, l’eliminazione totale dell’ebraismo.

Una volta che i nazisti ebbero segregata la popolazione ebraica nel ghetto, al suo interno i tedeschi non ne esercitarono direttamente il controllo, preferendo affidarlo, a Varsavia come in altri ghetti, a “consigli ebraici”, o Judenräte, eletti dagli ebrei o selezionati dai tedeschi, i quali avevano la responsabilità di porsi come tramite tra l’autorità tedesca e i residenti nei ghetti. Tra i loro compiti principali vi erano quelli di reclutare manodopera ebraica per i lavori forzati, quali quelli da svolgere nelle industrie tedesche, civili e belliche, per la pulizia delle strade, per lo scavo di canali e per costruire installazioni militari; lo Judenrat era responsabile inoltre dell’ordine pubblico, con la creazione di una propria forza di polizia, della distribuzione delle razioni alimentari fornite dai tedeschi e del controllo delle epidemie di tifo e di tubercolosi che si diffusero nel ghetto.

Nel ghetto di Varsavia lo Judenrat era presieduto da un ingegnereAdam Czerniaków, e svolgeva, oltre alle funzioni sopracitate, anche quelle scolastiche e soprattutto amministrative che si svolgevano all’interno del ghetto, e furono riscontrati in molti ghetti, soprattutto nel dopoguerra, numerosi casi di corruzione ed anche di collusione con le autorità naziste, e il caso più eclatante tra quelli segnalati fu quello di Chaim Rumkowski nel ghetto di Łódź.

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