Dino Valle

Arcuri fa il buco anche con le siringhe

Il Covid cambia anche le nostre abitudini ludiche. Quest’anno, per chi potrà festeggiare il Natale con la famiglia, il gioco Asso-pigliatutto lascerà il posto al nuovo gioco Arcuri-pigliatutto. Dopo i successi di “Manca la mascherina”, di “Fai un giro sul banco a rotelle” e di “Pronto chi parla il call center di Immuni” pensavo di aver visto proprio tutto. E invece mi sbagliavo: non avevo fatto i conti col vaccino. Il super-mega-commissario-galattico ci rassicura sull’arrivo dei vaccini ma ci dice anche che la campagna di vaccinazione potrebbe essere compromessa da una terza ondata del virus. Come dire: state tranquilli che se va tutto bene ci ammaliamo tutti. Inoltre per somministrare il vaccino Arcuri sceglie di acquistare le costosissime e di difficile reperimento siringhe ‘luer lock’, anche se per legge si dovrebbero adoperare le siringhe col cappuccio, che sono una protezione per l’operatore. Insomma, siamo davanti ad un nuovo episodio della saga di Arcuri: ‘Vince chi si punge’.

In primavera la beffa delle mascherine

La Cina – sì, proprio quella che ci ha fatto gentile omaggio del virus assassino -, assieme a vecchi fondi di magazzino, ci ha restituito con gli interessi quelle regalate loro appena qualche mese prima dal munifico Di Maio. Così, dalle casse dello Stato hanno preso il volo 1,25 miliardi di euro per l’acquisto di 800 milioni di pezzi. Altri 72 milioni di euro se ne sono andati in provvigioni, incassate dalla Sunsky Srl dell’ingegnere aerospaziale Andrea Vincenzo Tommasi e dal suo intermediario Mario Benotti, il giornalista Rai che per il solo aver messo in contatto Tommasi con Arcuri avrebbe intascato ben 12 milioni di euro.

In autunno la follia dei banchi a rotelle

L’affaire di Arcuri stavolta è stato mascherato (e smascherato) da bando internazionale, vinto da un’azienda fantasma (che si occupa di eventi e con un solo dipendente), per la fornitura (in ritardo) di 180mila “sedute innovative” per le scuole. Queste ultime sono finite col costare 247,80 euro l’una, quando sulla piattaforma internet del colosso AliBaba  lo stesso modello si trovava in vendita al prezzo di 30 dollari ciascuno nel caso in cui l’ordine avesse dovuto superare le 100 unità.

Nel frattempo il flop dell’app Immuni

A bocciare l’app di tracciamento contagi fortemente voluta dal governo a contrasto del coronavirus – e che lo stesso esecutivo ha provato a rilanciare in ogni modo possibile – ci avevano già pensato gli italiani: solo dieci milioni di download in 6 mesi, il 14,3% di tutta la popolazione dello Stivale. Un risultato decisamente lontano dal target prefissato affinché l’applicazione possa dirsi di una qualche utilità, e cioè il 60% degli italiani. Cioè almeno 25 milioni di utenti – considerato che i minori di 14 anni non possono utilizzarla. Non ci siamo quindi, non siamo nemmeno al 20% dell’obiettivo. “L’App Immuni non ha sortito i risultati attesi” è stato costretto ad ammettere lo stesso Arcuri.

E alla fine il capriccio delle siringhe

Pressoché introvabili sul mercato, quelle scovate da Arcuri sono decisamente costose. Il sistema scelto, quello del “luer lock”, riduce in modo impercettibile il rischio di perdere anche una minima parte del farmaco contenuto al loro interno, ma al contempo non garantisce il medesimo standard di sicurezza per gli operatori sanitari che fornirebbero invece le tradizionali e più economiche siringhe dotate di cappuccio. Comunque sia, parliamo di 1,5 miliardi di euro per altrettante siringhe, quando quelle normali al singolo cittadino costano al massimo 0,35 euro l’una. “Il vaccino Pfizer richiede cilindri con stantuffo più performanti” si giustifica Arcuri. Che viene prontamente smentito dall’azienda stessa: “Non servono siringhe speciali”.

Insomma, dove passa Arcuri, le casse dello Stato piangono, mentre fegato e portafogli di noi comuni mortali non ridono. Anzi. Quali e quanti santi in paradiso ha un personaggio simile per continuare imperterrito, tronfio e arrogante, nella sua opera di devastazione? D’altra parte, quando si ha a che fare con la più perfetta esemplificazione del concetto di “espressione bovina”

Un curriculum da manager immanicato

Domenico Arcuri, classe 1963 (ha 57 anni) è amministratore delegato di Invitalia (l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa).

Laureato in Economia all’Università LUISS di Roma, la sua prima esperienza lavorativa l’ha avuta nell’IRI – Istituto per la Ricostruzione Industriale – (direzione pianificazione e controllo dove si è occupato delle aziende del gruppo posizionate nei settori delle telecomunicazioni, dell’informatica e della radiotelevisione) salvo poi passare in PARS, joint venture Arthur Andersen e GEC, per la quale è stato amministratore delegato. Tra i suoi incarichi anche quello di partner responsabile italiano “Telco, Media e Technology” di Arthur Andersen, mentre nel 2004 ha ricoperto lo stesso ruolo per Deloitte Consulting.

Poi il passaggio ad Invitalia, dove – come si legge sul sito ufficiale dell’agenzia – ha guidato il piano, voluto dal Governo, di riorganizzazione e rilancio dell’azienda. Un’azienda che, ricordiamo, oggi gestisce i principali incentivi per le nuove imprese, come ad esempio Smart&Smart Italia e Fondo Italia Venture per le start-up innovative.

Vista la sua alta professionalità, oggi Domenico Arcuri collabora anche con alcuni dei più importanti atenei d’Italia, ovvero la Bocconi, la Federico II e la LUISS, ed è editorialista su alcuni quotidiani nazionali con articoli che spesso trattano il tema dello sviluppo del Sud Italia. Da tempo, infatti, Arcuri sostiene che “non esiste una questione meridionale, ma una questione nazionale che deve considerare prioritarie le politiche per il Sud”.

E dal 16 marzo 2020 è commissario straordinario per l’emergenza coronavirus in Italia. Scartato Bertolaso, su di lui alla fine è ricaduta la scelta del premier Giuseppe Conte.

Stipendi da favola a sforare più volte il “tetto”

Se ai tempi di Deloitte Consulting pare che la sua retribuzione annua fosse di 600.000 euro, con il suo approdo a Invitalia secondo Il Tempo il manager aveva visto il suo stipendio lievitare fino a 900.000 euro.

Dopo una prima decurtazione a 800.000 euro, lo stipendio di Arcuri sarebbe poi passato nel 2013 a 300.000 euro a causa della normativa sul tetto dei manager. Una cifra confermata anche dal diretto interessato che nel 2014 a Repubblica ha dichiarato di guadagnare “300.000 euro, tutto compreso”.

Invece, Domenico Arcuri avrebbe percepito 764.000 euro nel 2013, 617.000 nel 2014 e avrebbe superato il tetto dei 192.000 euro anche nel 2015, 2016 e 2017.

Al momento il commissario straordinario sarebbe nel mirino della Corte dei Conti del Lazio, per gli stipendi che avrebbe percepito in modo indebito in qualità di amministratore delegato di Invitalia: 1.467.200 euro in più rispetto ai limiti di legge.

Staff di 39 persone tra burocrati e portaborse

La struttura che affianca l’ad di Invitalia è composta da 39 persone. Quasi il doppio del numero (22) dei ministri che formano l’esecutivo giallorosso. Un carrozzone per distribuire poltrone a consulenti, ufficiali delle forze dell’ordine, funzionari di Palazzo Chigi, manager di Invitalia e collaboratori dei ministri. Si ripropone un film già visto con la task-force guidata da Vittorio Colao. Dove hanno trovato posto esperti della cerchia ristretta del premier Conte e dei ministri.

Se qualcuno a questo punto prova una punta di sconforto o di preoccupazione, può rasserenarsi. Arcuri dal suo ‘soglio’ ha pontificato: “Non dobbiamo solo pensare a trascorrere un buon Natale, ma impegnarci a vivere un Natale buono”.

Auguri...

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