Dino Valle

La bambina più “vecchia” del mondo è nata da un embrione congelato 28 anni fa

È la bambina più vecchia del mondo. Ha 27 anni e non è una giovane donna, ma una bambina, anzi una neonata. Non è un ozioso indovinello, ma purtroppo una realtà. Stiamo parlando di Molly, nata nell’ottobre del 2020, ma concepita nel 1992 e poi rimasta in un congelatore per quasi 30 anni. Un record. La manipolazione procreativa sugli animali da tempo si è trasferita sull’uomo. La persona non si genera più, ma può essere anche prodotta. Se è un prodotto questo può rimanere stoccato per anni nei magazzini. Inoltre la coppia di gemelle che hanno i medesimi genitori biologici e la medesima gestante – ulteriore schizofrenia delle pratiche in provetta – verranno cresciute insieme. Ciò potrebbe essere un bene, ma questo particolare non dissipa una certa fastidiosa sensazione: Emma e Molly sembrano una coppia di comò che non possono venire venduti scompagnati.


Molly Gibson è nata a ottobre scorso e con la sua nascita ha stabilito due record: è la prima a venire alla luce da un embrione congelato ben 27 anni fa e ha superato il record della sorella Emma, che deteneva il primato con 24 anni di congelazione. La notizia viene dagli Stati Uniti e racconta la storia di una casualità: una trasmissione televisiva locale del Tennessee che racconta l’attività di una onlus cristiana di Knoxville, la Nedc (National Embryo Donation Center), che, come dice l’acronimo, conserva gli embrioni congelati che le coppie che seguono un percorso di procreazione assistita decidono di non utilizzare e di donare. Questi embrioni possono essere donati a coppie con problemi di sterilità, come Tina e Ben Gibson.

Sorelle due volte

Emma e Molly sono sorelle, non soltanto perché sono state partorite dalla signora Gibson, ma perché condividono il patrimonio genetico: sono nate da embrioni lasciati dalla stessa coppia. Donati alla Nedc nell’ottobre del lontano 1992, quando la loro futura madre, Tina Gibson, oggi ventinovenne, non aveva ancora compiuto i due anni di età. Suona stranissimo pensare che mamma e figlie sono biologicamente quasi coetanee, ma forse sono retropensieri quando si pensa alla difficoltà struggente di molte coppie nel riuscire a raggiungere il loro sogno di genitorialità.

L’infertilità della coppia

I signori Gibson, benché giovani, 29 anni lei, insegnante di scuola elementare, e 36 lui, analista di cybersicurezza, sperimentano le loro difficoltà procreative cinque anni fa. Una diagnosi di infertilità che pesa come un macigno – raccontano – poi la speranza di avere una possibilità, grazie a quella trasmissione tv. Decidono così di contattare la Nedc e chiedere l’adozione di uno degli embrioni, circa un milione, lasciati nei freezer dell’associazione. Come loro, il 95% delle coppie che si rivolge all’associazione senza fini di lucro ha problemi di infertilità. Dopo la prima donazione nasce Emma nel 2017, quest’anno l’arrivo anche di Molly. “Non ci importa a chi assomiglino queste bambine e da dove arrivino – racconta Tina Gibson – abbiamo giusto dato il nostro peso ed altezza per cercare un minimo di somiglianza. Somiglianza che ovviamente c’è tra le due sorelle”.

Che cos’è la Nedc?

Ma che cos’è la Nedc? Fondata circa 17 anni fa l’associazione è riuscita a far adottare oltre mille embrioni (con tanto di baby counter sulla loro pagina web: 1012 bambini nati) e viaggiano adesso su circa 200 transfer all’anno. Proprio come si fa con le adozioni tradizionali di bambini già nati la coppia può decidere una adozione chiusa o aperta. Nel secondo caso si acconsente a un contatto – che può variare tra uno scambio di mail a un rapporto fisico più costante – con la coppia di donatori. L’associazione ha anche un profilo di 200-300 donatori, con la storia della famiglia e dettagli che possano preannunciare compatibilità con chi adotta.

Durata infinita?

Ma – tra le tante – la nascita di Molly pone una domanda: quanto può restare congelato un embrione e garantire poi la nascita di un bambino? “Il caso della bimba americana è un esempio di quanto questo tempo possa essere lunghissimo – precisa l’embriologa Laura Rienzi, past president Sierr (Società italiana embriologia, riproduzione e ricerca) e direttrice scientifica di GeneraLife – anche perché la conservazione in azoto liquido è vicina allo zero assoluto, per l’esattezza a -195 gradi, e a quella temperatura le attività degenerative della cellula si fermano, rimane soltanto una mobilità cellulare molto limitata che fa sì che la cellula rimanga viva. Quindi 21, 27 anni o anche di più cambia poco”.

Lo studio dà l’ok

Del resto, oltre a vari studi scientifici, ce n’è uno recentissimo di ottobre di quest’anno, pubblicato su Human Reproduction, in cui scienziati di Shangai hanno analizzato 24.698 pazienti indagando l’effetto della durata della vitrificazione sulla gravidanza e sui cosiddetti outcome neonatali, ovvero i risultati clinici. E la risposta è confortante. “Più il tempo di conservazione si allunga più si nota una lieve riduzione del tasso di gravidanza – precisa Rienzi – ma gli outcome neonatali, quindi patologie alla nascita, peso del bambino e altre variabili, sono assolutamente identiche rispetto ai transfer da embrioni freschi, non congelati”.

In Italia una storia come quella di Molly non sarebbe possibile. Anche se di embrioni lasciati nei centri di procreazione assistita da coppie che si sono sottoposte a trattamenti ce ne sono diverse migliaia, censiti dal registro nazionale Iss. Nel 2015 erano oltre 34.000, di cui circa 15mila considerati abbandonati. Ma parlare di adozione è fuorviante. “Negli Stati Uniti c’è un’altra legislazione – premette l’avvocato Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni – e il termine adozione è improprio. Si adotta un bambino in stato di abbandono. Un bambino nato. I diritti che la legge riconosce al concepito sono subordinati alla nascita, nell’articolo 1 del nostro codice civile, dove l’embrione non è conosciuto. In realtà – nel caso della bimba americana – si tratta di una tecnica eterologa (quella in cui ovociti e spermatozoi sono esterni alla coppia, ndr) e quindi senza un atto che attesti che la coppia è d’accordo con la donazione ad altra coppia o alla ricerca, come accade in Spagna, gli embrioni non si possono toccare”.

Problema medico

C’è poi, però, un altro e molto importante problema di carattere scientifico: le coppie che lasciano i loro embrioni in più (sovrannumerari è il termine tecnico) per essere congelati e riutilizzati in seguito dalla stessa coppia si sottopongono agli esami previsti per la fecondazione omologa, interna cioè alla coppia. Che sono diversi rispetto a quelli previsti per una eventuale donazione. “In Italia gli embrioni abbandonati – conclude Gallo – non hanno sicurezza sanitaria perché le coppie si sono sottoposte soltanto agli screening per l’omologa”.

Fonte: la Repubblica

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