Dino Valle

Renzi in Arabia in ginocchio da Bin Salman

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Ti sei fatto il palazzo sul Jumbo. Il jumbomba Renzi della sinistra postmoderna ha preso il meglio, l’abilità di spremere soldi dalle chiacchiere come i Blair, i Clinton, gli Obama tutti riciclati in conferenzieri d’oro. Con la differenza che questo senatore semplice, in un Senato che voleva sfoltire, ma non gli riuscì, è all’apparenza niente più che un agitatore con un partitino personale. All’apparenza: ma come fa questo ragazzotto spocchioso, con poche idee, dall’orizzonte culturale che arriva alle colonne d’Ercole di Jovanotti, come fa a mestare e rimestare nel pentolone della politica politicante, sussurrando a chiunque “stai sereno”? Ad essere complottisti si potrebbero sospettare chi sa quali garbugli, centri occulti, massonerie trilaterali: l’uomo, del resto, si presta all’aria di un una certa qual disinvoltura tattica, invero più Rasputin delle Cascine che Machiavelli.

La conferenza della discordia

Ma stiamo ai fatti. Il senatore semplice Renzi, forte dei suoi smacchi governativi, delle sue promesse di lasciare la politica e dei quattro gatti sotto l’egida Italia Viva, va a Riad e a far che? A cercare l’elitropia come Calandrino nel Mugello. E la trova, la trova, più il nostro fanciullone parla e più spreme soldi. A Riad, città ideale dei diritti umani, Renzi non si sofferma sulle minima moralia, ha cura di sorvolare sul caso esemplare del giornalista del Washington Post Jamal Kashoggi, fatto a brandelli nel consolato saudita di Istanbul. Per una volta non è tronfio, arrogante, col sovrano Bin Salman è tutto latte e miele: “Sua altezza reale, amico mio”, e siamo già al Principe cerca moglie con Eddy Murphy. Tu chiamala se vuoi conferenza, intervista: in effetti è tutt’altro, uno sfoggio di vanità un po’ deprimente e un po’ ridicola, un pizzino a chi è rimasto al lockdown in Italia – perché le proiezioni estere dei nostri mediocri politici alla vaccinara convergono invariabilmente al patrio ombelico: non c’è altro, non altra visione, non altro orizzonte che la mediocrità del sé.

Beatificazione del sultano

Il lockdown, a proposito, le quarantene e le quarant’ore: tanto è durato l’isolamento precauzionale del nostro Bomba, caso unico per chi rientra dal mondo. Gli hanno dato un jet privato, una “Rolls Royce dei cieli” per viaggiare in tutta comodità al ritorno da Riad e anche questo è un bel mistero: ambo terno tombola e cinquina, a noialtri ci vuole un po’ di margarina, specie in vista del fatidico tampone anale proveniente dalla Cina.

Che sostanza ha Renzi? Che ha fatto in vita per venire trattato come un Golden Boy anziché un pupazzone viziato? Come si spiega la sua demoniaca ambizione di diventare segretario Nato? Forse è semplicemente nato influencer e gli viene riconosciuta una abilità manovriera che ha a volte del patologico, Calandrino finisce sempre vittima dei suoi arabeschi. Oppure c’è un’altra ragione ed è che Lawrenzi d’Arabia incarna al meglio il peggio del Pd (o viceversa, è uguale); perché, diciamocelo una buona volta, Italia Viva è solo una succursale di una parte del Pd in attesa di venire riassorbita. Il fanciullone non si fa scrupoli perché sa che, nel tempo del vale tutto, si può contrabbandare tutto. Si può ostentare preoccupazione, tensione politica per la società più equa, più solidale, più modernamente corretta secondo costume del populismo di sinistra, e poi andare da un sultano arabo a dirgli beato te che puoi contare sulla schiavitù, “non mi parli del costo del lavoro amico mio, maestà”.

L’articolo Renzi in Arabia in ginocchio da Bin Salman proviene da Nicola Porro.

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