Dino Valle

La lezione etica di don Luigi Sturzo

Il sacerdote fondatore della DC? Un ottimista impenitente

Un severo esame di coscienza. Lo sollecita, anzi lo impone, l’assennata rilettura dell’appello ai liberi e forti di don Luigi Sturzo che, il 18 gennaio 1919, lanciava a Roma il Partito Popolare Italiano. Un appello ancora «attualissimo», come sottolinea Massimo Naro — docente di teologia sistematica alla Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia a Palermo e direttore del Centro studi sulla cooperazione Arcangelo Cammarata di San Cataldo — che ha curato il libro Popolo, democrazia, libertà. L’impegno sociale e politico di Luigi Sturzo (Bologna, il Mulino, 2020, pagine 218, euro 21): attualissimo perché «si ha l’impressione che i suggerimenti sturziani siano rimasti inattuati».

«Quello che per i siciliani era l’“avvenire” — scrive l’autore — per noi è l’odierna congiuntura, che appare sempre più negativa e tristemente ipotecata dal detto secondo cui al peggio non c’è mai fine». Eppure Sturzo si professava «un ottimista impenitente», fiducioso nella risurrezione di un corpo sociale che «egli pur vedeva già a quei tempi pronto per l’obitorio». Per riattingere le ragioni, anche evangelicamente ispirate, di un tale ottimismo, che non si disgiungeva da «un onesto realismo», «vale la pena — evidenzia Naro — tornare a studiare la lezione socio-politica di Sturzo, sempre intrecciata con la sua testimonianza cristiana».

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Il volume raccoglie illuminanti contributi di esperti e studiosi intervenuti al convegno organizzato, nel 2019, dal Centro studi sulla cooperazione Arcangelo Cammarata. Viene a configurarsi così un percorso di rivisitazione di problematiche storiche e politiche al fine di fornire adeguati strumenti di analisi della realtà attuale. L’esame investe, tra l’altro, la figura di Sturzo dalle opere economico-sociali alla rete politica, e negli anni dell’esilio, e quella di Alcide de Gasperi tra Roma, Trento e Brescia, per poi concentrarsi sull’eredità del popolarismo.

«Contestando l’incapacità della stampa cattolica di essere autentico luogo di discussione delle questioni di pulsante attualità — scrive Claudia Giurintano — Sturzo chiedeva allo stesso mondo del giornalismo di diventare lo spazio della seria informazione sui più importanti temi, dalla legge del lavoro delle donne e dei fanciulli al credito agrario, dai contratti agrari alla municipalizzazione dei servizi pubblici».

La lotta per una politica nuova dei cattolici

Nel frattempo Sturzo mirava a liberarsi, già dai primi anni della sua instancabile attività, da tutti «i convincimenti tipici dell’intransigentismo cattolico» e ad affrancarsi dalla polemica risorgimentale. A cementare questa ispirazione contribuì un radicato senso della disciplina, rileva Vittorio De Marco.

«La disciplina di partito — afferma — era un aspetto sostanziale per Sturzo e non poteva misurarsi con metri diversi a seconda delle realtà locali». La disciplina doveva essere «forte e visibile» come scriveva lo stesso Sturzo in una lettera del 1915, «perché non si trascinino le nostre organizzazioni ad alleanza inopportune o improprie, e si determinino facili confusioni».

Tra le ardue sfide di Sturzo spicca quella lanciata allo Stato «accentratore e livellatore», ricorda Andrea Piraino, cui opponeva il progetto di «una federalizzazione delle varie regioni», a condizione però che non venisse intaccata «l’unità di regime».

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Scrive Sturzo: «È arrivato il tempo ormai di comprendere come gli organismi inferiori dello Stato — Regione, Provincia, Comune — non sono semplici uffici burocratici o enti delegati, ma hanno e devono avere vita propria, che corrisponda ai bisogni dell’ambiente, che sviluppi le iniziative popolari. Così solamente la questione del Nord e del Sud piglierà la via pratica di soluzione, senza ingiustizie, e senza odi e rancori».

Era stato questo fermo convincimento a ispirare l’incontro, a Caltanissetta, dal 5 al 7 novembre 1902, dei consiglieri comunali e provinciali che erano stati eletti in liste civiche di ispirazione cattolica: l’obiettivo inseguito da Sturzo era quello di formare un partito municipale in grado di garantire un’efficace rappresentanza degli ideali sociali di matrice cristiana negli enti sociali.

A questo significativo impegno è dedicato il libro Il municipalismo di Luigi Sturzo. Alle origini delle autonomie (Bologna, il Mulino, 2019, pagine 164, euro 16), a cura sempre di Massimo Naro, e di Nicola Antonetti, presidente dell’Istituto Luigi Sturzo di Roma e professore ordinario di Storia delle dottrine politiche all’università di Parma. Il volume raccoglie i saggi che hanno scandito un convegno tenutosi nel 2018 a Caltanissetta.

Un riformatore

Si rileva con forza che l’azione riformatrice di Sturzo non può essere distinta dalla sua opera di teorico della democrazia. «Le radici del pensiero riformatore — scrive Alessandro Pajino — vanno colte in un quadro che progressivamente ha visto, anche in un contesto continentale, l’evoluzione in senso democratico dei sistemi di matrice liberale, e che, sulla scorta delle indicazioni contenute nella Rerum novarum di Leone XIII , circa gli ineliminabili nessi fra l’ordine sociale e quello politico, riconosce al liberalismo e al socialismo il fatto di aver colto nella “lotta sociale” la forza propulsiva del progresso».

In questa temperie, la consapevolezza dell’ineliminabilità dei conflitti sociali diventa per Sturzo la premessa per evidenziare l’impellente necessità del fattivo coinvolgimento delle masse, soprattutto dei contadini e dei ceti medi, nella dinamica delle vicende politiche, con il dichiarato obiettivo di trasformare in senso democratico l’organizzazione dello Stato.

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