Dino Valle

Ecco cosa prevede il corso gender al Consiglio Nazionale Forense

Le parole d’ordine sono sempre le stesse: «diversità» e  «inclusione». E sono il preludio sempre allo stesso pericolo, ossia quello di una «formazione» che, di fatto, rischia seriamente di far rima con indottrinamento. Ci stiamo riferendo al “Corso sull’inclusione delle persone LGBTQI+ e di origine etnica e razziale diversa dalla maggioranza”, pubblicato sulla pagina Facebook del Consiglio Nazionale Forense. Una iniziativa che, da quanto è dato capire, ha già raccolto il tutto esaurito in termini di adesioni e che prevede l’assegnazione addirittura di 18 crediti formativi a chi vi parteciperà.

Ora, se questo “Corso sull’inclusione” fosse stato proposto a qualche gruppo di insegnanti o di giornalisti, purtroppo, non farebbe oggi neppure più notizia, dato che sono anni che, come noto, si rema in questa direzione, culturalmente prona a tutti i desiderata del movimento arcobaleno. Costituisce però un salto di qualità – e, dunque, una notizia – il fatto che detto corso venga promosso dal Consiglio Nazionale Forense, quasi a dire che in quell’ambito vi sia una mancata inclusione da stanare e, quindi, superare.

In verità, di tale mancata inclusione non c’è traccia non solo in ambito forense, ma neppure nella società italiana nel suo insieme dato che – eccettuate situazioni particolari e fortunatamente isolate – il nostro è un Paese di grande tolleranza, facendo parte di una tradizione, quella cattolica, che da qualche millennio esorta all’accoglienza di ogni uomo a prescindere. «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù», recita in proposito la paolina lettera ai Galati.

Ma torniamo all’iniziativa del Consiglio Nazionale Forense, della quale i connotati ideologici sono evidenti sin dalle parole scelte per il suo titolo. Nella misura in cui si sceglie di parlare di «persone LGBTQI+» si fa già, infatti, una scelta di campo, che consiste nel suddividere l’umanità in «persone LGBTQI+» e «non LGBTQI+». Ma da che mondo è mondo le tendenze sessuali non possono e non devono assorbire l’intera persona, divenendole il tratto qualificante. Non a caso il Catechismo della Chiesa cattolica parla di persone «con tendenza sessuali» di un certo tipo, senza fare di queste ultime un tratto qualificante l’essere umano, il cui lato genitale non è certo il solo.

In seconda battuta, colpisce l’accostamento tra «persone LGBTQI+» e quelle «di origine etnica e razziale diversa dalla maggioranza». Sì, perché questo accostamento lascia intendere una presa di posizione non solo netta ma quanto mai discutibile, ossia l’indiretto messaggio tale per cui, per esempio, sostenere che un uomo ed una donna con la pelle di colore diverso non possano sposarsi – idea folle e discriminatoria, evidentemente – equivalga a quella secondo cui due uomini e due donne non possono sposarsi, convincimento quest’ultimo incoraggiato non dalle opinioni o dai valori ma dalla stessa etimologia del termine matrimonio che, avendo una radice in «mater», cioè madre, rinvia con forza ad una diversità sessuale non presente in una coppia dello stesso sesso.

Amareggia quindi che una realtà che dovrebbe agire ispirata da terzietà e da anche un certo rigore intellettuale, come il Consiglio Nazionale Forense, si presti a promuovere iniziative che – per carità – saranno ispirate pure da tutta la buona fede di questo mondo, ma nei fatti presentato un tasso di ideologizzazione preoccupante. Con tanti saluti, ahinoi, all’unica diversità che di questi tempi pare proprio non piacere, tanto meno sui temi eticamente rilevanti. Quella di pensiero.

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