Dino Valle

Draghi col freno: contentino ai partiti con vista Quirinale

Con un Parlamento a maggioranza grillina e una frammentazione molto elevata tra i partiti, Draghi applica il Manuale Cencelli: tanto a uno tanto all’altro per evitare di scontentare i partiti che lo sostengono. Le responsabilità del Ministero della salute nella gestione della pandemia sono sempre più evidenti, ma Speranza viene riconfermato. E così Di Maio. L’impressione è che sarà un governo breve, giusto il tempo di approvare il Recovery. Con uno sguardo al prossimo obiettivo: il Quirinale

C’era da aspettarselo. Con un Parlamento a maggioranza grillina e una frammentazione molto elevata tra i partiti, il Presidente del Consiglio incaricato Mario Draghi ha finito per applicare il Manuale Cencelli: tanto a uno tanto all’altro per evitare di scontentare i partiti che lo sostengono, e con l’intento di accentrare su Palazzo Chigi la regia delle partite più importanti, come quella del Recovery, e su ministri tecnici a lui legati quella dei settori chiave per il rilancio del Paese post-pandemia.

4 dicasteri ai 5S, 3 alla Lega, 3 al Pd e 3 a Forza Italia. Poi uno a Italia Viva e uno a LeU. Nulla ai centristi e ai responsabili, che ora sperano in qualche poltrona da viceministri e sottosegretari. I pacchetti da 3 non hanno però lo stesso valore, tra portafogli e senza portafogli. Ad esempio, Mariastella Gelmini (Forza Italia) ha preso il posto di Francesco Boccia (Pd) agli affari regionali, ma ha un ministero senza portafoglio, esattamente come Mara Carfagna, altra forzista dell’ala moderata del partito azzurro, che assume l’incarico di ministro per il sud e la coesione territoriale, e Renato Brunetta, che occuperà un altro ministero senza portafoglio, quello per la pubblica amministrazione, già da lui ricoperto nei governi Berlusconi.

Stonano di sicuro le riconferme di Roberto Speranza alla salute e Dario Franceschini alla cultura. Le responsabilità del Ministero della salute nella gestione della pandemia sono sempre più evidenti, così come l’insoddisfazione delle categorie dei settori cinematografico, teatrale, turistico e culturale in generale verso le scelte del Ministero guidato dall’esponente dem.

Quanto ai tecnici, al Ministero dell’economia, dove viene silurato Roberto Gualtieri, arriva Daniele Franco, dg di Bankitalia ed ex Ragioniere dello Stato. Il fisico Roberto Cingolani è il ministro della transizione ecologica, che assorbirà competenze in materia energetica. Il ministero della transizione ecologica è stato il trofeo esibito da Beppe Grillo e dall’ala governista dei 5 Stelle per convincere gli iscritti alla piattaforma Rousseau a votare a favore del governo Draghi, ma in realtà si tratta di un dicastero non troppo incisivo nelle scelte del futuro esecutivo.

Poi Marta Cartabia per la Giustizia, Patrizio Bianchi all’Istruzione, Cristina Messa all’Università, Enrico Giovannini alle Infrastrutture e ai trasporti. Spunta Vittorio Colao all’Innovazione tecnologica, più Luciana Lamorgese confermata all’Interno. Sette su 13 con portafogli sono tecnici.

Sul fronte politico, per il Pd confermati Lorenzo Guerini alla Difesa e Dario Franceschini alla Cultura, che viene separata dal Turismo, affidato al leghista Massimo Garavaglia. Entra poi Andrea Orlando al Lavoro. Il M5s ottiene la conferma di Luigi Di Maio agli Esteri, di Federico D’Incà ai Rapporti con il Parlamento e di Fabiana Dadone, che però passa dalla pubblica amministrazione alle Politiche giovanili. Deminutio per Stefano Patuanelli, che lascia lo Sviluppo economico a Giancarlo Giorgetti (Lega) per approdare all’Agricoltura. Italia Viva mantiene Elena Bonetti alle Pari opportunità e famiglia. 

Da chiarire l’assenza del ministero degli Affari Europei: o Draghi si terrà la delega, o sarà assegnata a un sottosegretario, magari della Presidenza del Consiglio. Giuramento oggi alle 12, poi la fiducia.

Qualche riflessione politica. Vittorio Sgarbi si dice deluso dalla composizione del governo, che definisce “una fotocopia del Conte due”, e annuncia che non voterà la fiducia. Giorgia Meloni, leader dell’unico partito ufficialmente all’opposizione del governo Draghi, definisce il nascente esecutivo “di compromesso, più che dei migliori”.

Matteo Salvini resta fuori e si accontenta di avere Giorgetti in un posto di primo piano (Ministro dello sviluppo economico) e due suoi fedelissimi, Massimo Garavaglia e Erika Stefani, rispettivamente al turismo e alla disabilità.

Di Maio, Franceschini e Orlando (vice di Nicola Zingaretti) vengono riconfermati e, secondo i maliziosi, ottengono la ricompensa per aver fatto finta di appoggiare Conte, già sapendo che sarebbe stato silurato e che sarebbe arrivato un nuovo premier. Il capro espiatorio è stato Matteo Renzi, ma in realtà il senatore di Rignano si è mosso con l’avallo di tutti i vertici dei partiti che sostenevano il governo presieduto dall’avvocato del popolo.

Sul fronte centrodestra ha vinto l’ala moderata: i tre ministri forzisti sono tutti antisalviniani e quelli leghisti appartengono da sempre all’ala governista del Carroccio.

I centristi restano a bocca asciutta e verranno ricompensati con posti da viceministri e sottosegretari, ma la sensazione è che possa anche trattarsi di un esecutivo di breve durata, con i tecnici, vicini a Draghi, chiamati a mettere in cassaforte Recovery e affari importanti per garantire il rilancio dell’Italia e i politici, espressi dai partiti, gratificati con alcuni ministeri chiave per assicurare all’esecutivo il sostegno parlamentare fino a quando il nuovo premier non dovrà sostituire Mattarella al Quirinale.

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