Dino Valle

Aborto, manifesti censurati. Don Patriciello: Atto autoritario, così si toglie la voce a vittime innocenti

Don Maurizio Patriciello, il coraggioso sacerdote che annuncia il Vangelo in un territorio difficile e disperante come la Terra dei Fuochi e che è diventato portavoce di una lotta che abbraccia un’intera regione e buona parte dell’Italia, non si è mai risparmiato nemmeno sui temi eticamente sensibili. Qualche tempo fa, ad esempio, è stato al centro di una feroce polemica, da parte di Antonello Sannino, segretario dell’Arcigay di Napoli, per aver difeso le parole “padre” e “madre”, in risposta alla decisione presa dalla Lamorgese, che, con un nuovo decreto, ha reinserito nei documenti dei minori, i termini genitore 1 e genitore 2. Don Maurizio ha sottolineato, invece, come le parole “padre” e “madre” siano irrinunciabili. Ultimamente, poi, non ha esitato a prendere posizione sui manifesti di ProVita contro l’aborto, censurati con incredibile zelo dal sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà. Ricordiamo che l’immagine del poster era rappresentata da una ragazza bella e sorridente che reggeva un cartello con la scritta «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo. Sopprimerlo non è la mia scelta. Stop aborto».

Dalle colonne di Avvenire don Patriciello ha dichiarato: “Se mai manifesto fu più sereno e rispettoso delle opinioni altrui è proprio quello che il sindaco ha oscurato a spese dei cittadini. Senza rendersi conto – almeno così ci piace sperare – che così facendo sta mettendo il bavaglio a quelle minoranze di cui tutti ci facciamo paladini. Senza rendersi conto di andare – lui, sì – contro la legge 194, la quale, ben sapendo che ogni aborto, oltre alla eliminazione del feto, è un trauma per la donna che vi ricorre”. Abbiamo voluto parlare di questo ed altri tentativi di censura della nostra campagna #stopaborto, proprio con lui.

Don Maurizio, vogliamo commentare il provvedimento del sindaco Falcomatà. In nome di quale libertà si è deciso di offuscare questi manifesti? Spesso queste decisioni provengono proprio da chi si fa portavoce di principi che definisce “democratici”…

«L’oscuramento dei manifesti è stata certamente un’aziona autoritaria, secondo me il sindaco ha approfittato della sua autorità di sindaco, per fare qualcosa che non gli competeva assolutamente. Come ho scritto anche su Avvenire, noi siamo tutti paladini della libertà di pensiero, di espressione, di opinione, della pluralità dei valori in cui la persona crede. Che l’aborto sia una ferita aperta sia in Italia che nel mondo, questo non lo può negare nessuno: in Italia e nel mondo tanta gente soffre perché tanti bambini vengono eliminati, anche su questo non ci sono dubbi. Che ci sia un manifesto che indichi alle persone un’altra strada da percorrere, alternativa alla sofferenza, ma poi così sereno, come il manifesto proposto, con una ragazza con un bel volto sorridente, non capisco proprio chi possa aver offeso. Io penso che l’intervento del sindaco sia stato un atto inappropriato, soprattutto poi, in Calabria dove di problemi su cui intervenire il sindaco ne avrebbe eccome.

Lei ha dichiarato sulle colonne di Avvenire: “Faccio notare che “choice” vuol dire scelta. Coloro che sono favorevoli all’aborto ci tengono a sottolineare che non sono “per la morte”, in contrasto con gli “amanti della vita”, ma per la libera scelta della donna. Ed ecco cascare l’asino, perché la ragazza del manifesto di Reggio Calabria, sta proprio dicendo che «sopprimerlo non è una sua scelta» un diritto, quindi, che il sindaco calabrese non ha ritenuto di doverle riconoscere. C’è una fallacia argomentativa che lei probabilmente ha voluto sottolineare in tutto questo: quando si parla di libertà di scelta, in generale, sappiamo che la nostra libertà finisce dove inizia quella di un altro individuo che, in questo caso, è il nascituro. Perché questa verità si ha tutto l’interesse a tenerla nascosta? Perché secondo lei, si ha così paura della verità e si tende a censurarla?

«E’ un discorso molto serio perché purtroppo l’altro non ha la forza di parlare, di farsi avanti. L’altro è il più debole. Questo discorso dell’aborto non riguarda solo i credenti, è un discorso razionale che ciascuno di noi ha iniziato a vivere nel grembo della propria madre. Questa è una verità che sta sotto gli occhi di tutti. Le stesse persone che gridano all’aborto, lo possono fare perché la loro madre non ha abortito. L’aborto è una contraddizione di fondo, di cui non sempre ci si rende conto. Io sono qui a parlare perché mia mamma, nonostante tutti i figli che aveva, nonostante l’età avanzata, nonostante le condizioni economiche che non erano delle migliori, non mi ha abortito. Questa è una grande verità. Se quel manifesto, poi, fosse servito a salvare anche un solo bambino, non sarebbe stata la vittoria mia o la vittoria nostra, ma sarebbe stata la vittoria dell’Italia. Chi salva una vita, salva l’intera umanità. Che cosa fa paura in tutto ciò? Il male? Ma Dio sia benedetto se c’è ancora qualcuno che ci richiama alla coscienza. A coloro, poi, che si vogliono rifugiare nelle leggi, dobbiamo ricordare che in passato abbiamo avuto delle leggi di cui ci siamo vergognati dopo. Pensiamo alle leggi razziali. Gerarchi nazisti si sono difesi, dicendo che hanno obbedito alla legge. Dovremmo invece ringraziare Dio se c’è chi aiuta la gente a portare avanti la vita. Dovremmo piuttosto chiederci come mai la prima parte della 194 non sia stata mai osservata. Ma è lo stesso sindaco di Reggio Calabria ad essersi messo contro la legge 194 che almeno in teoria, è una legge per la vita, che premette che bisogna fare tutto per aiutare la donna a non abortire, ma questo aspetto viene spesso sottaciuto. Conosco tante donne che a distanza di vent’anni vengono da me rimpiangendo di non aver portato avanti la gravidanza. A volte consideriamo normale cose che non lo sono: io vivo in un quartiere che è considerata la piazza del più grande spaccio d’Europa e chi spaccia dice pure che deve lavorare, come se fosse “normale”, perché ormai tutti ci hanno fatto il callo, è diventata un’abitudine. Perché far diventare anche l’aborto un’abitudine e qualcosa di normale? Non è una cosa normale e ci sono persone che non lo accettano».

Quello del sindaco, probabilmente, nelle intenzioni, voleva essere un gesto che si inseriva nel solco del politicamente corretto, quanto invece è stato sbagliato dal punto di vista proprio politico? Non ha rivelato una scarsa aderenza ai problemi reali che affliggono tante coppie indigenti che aspettano un bambino e che non vedono aiuti dalle istituzioni, al punto da sentirsi quasi costretti a ricorrere all’aborto?

«Al sindaco di Reggio Calabria vorrei chiedere che cosa sta facendo per tutte quelle ragazze calabresi che vorrebbero portare avanti la gravidanza ma non hanno la possibilità dal punto di vista economico. Noi in parrocchia ci facciamo avanti: forniamo tutto quello che è necessario al bambino, dopo il parto. Ci siamo! Certo io non cambierò il mondo ma possiamo dire di esserci schierati e di esserci schierati dalla parte giusta. Il sindaco di Reggio Calabria invece, c’era accanto alle donne in difficoltà? Quante donne, nella sua città, abortiscono perché non hanno la possibilità di lavorare? Quante donne fragili avrebbero avuto bisogno di un sostegno psicologico? Il sindaco di Reggio Calabria c’è stato per queste donne, anziché far oscurare i manifesti? Proprio oggi, 17 febbraio, nel 1600, Giordano Bruno viene bruciato a Roma. Ecco, il gesto dell’oscuramento del manifesto è il rogo odierno. Perché oscurare quei manifesti, oggi, è qualcosa di inconcepibile, proprio in una società plurale come la nostra. Nel momento, poi, in cui, in politica non c’è l’opposizione, la democrazia si trasforma in dittatura. La tentazione dei poteri assoluti è sempre dietro la porta, per qualsiasi partito, di qualunque colore. A tutti piacerebbe comandare senza alcuna opposizione, ma questa si chiama dittatura. Il sindaco di Reggio Calabria, secondo me, ha fatto un grande autogol».

Come abbiamo visto, oggi si parla tanto di “diritti”, spesso anche a sproposito. Un martellamento, anche a livello mediatico di “pretese” che stanno portando ad una sorta di “dittatura dei desideri”, in cui per diritto si intende ciò che vuole il soggetto, senza preoccuparsi che coincida anche ciò che è buono ed è giusto. Tutto ciò sembra, oggi produrre una sorta di “accecamento” generale, in cui i media giocano pesantemente la loro parte. E’ forse questo il motivo per cui le campagne come quelle di ProVita suscitano tanta rabbia e tanti tentativi di censura? Si ha forse paura di un risveglio delle coscienze? Ma quanto questo risveglio è importante? Quante mamme che hanno abortito, come accennava anche su Avvenire, se potessero tornare indietro, con un’adeguata formazione e sostegno, sceglierebbero la vita?  Perché non renderle davvero libere di scegliere?

«Intanto penso a quanti manifesti di altro tipo vengono ignorati, se invece, questi manifesti non vengono ignorati, dobbiamo chiederci il perché. La risposta non può secondo me che essere una: le nostre coscienze non sono ancora così tanto addormentate da farci dire “io ho fatto la cosa giusta” e quando qualcuno compie questo gesto, si trova di fronte a due scelte o se è un credente chiede perdono a Dio, oppure dice “No io faccio quello che voglio e tu devi tacere, perché me lo ricordi”. Quel manifesto sta ricordando a qualcuno che, evidentemente, forse, la sua scelta, sarà pure stata una scelta permessa dalla legge, ma la coscienza che è la parte più difficile da mettere a tacere, gli suscita una reazione. Invece, seppure si è in questa condizione, si dovrebbe avere il coraggio di dire “Ben venga se quel manifesto fa cambiare idea a qualcuno”. In un inverno demografico come quello che stiamo vivendo, al di là dell’essere credenti o no, che nasca un bambino, bisogna essere contenti per la mamma che l’ha aiutato a farlo nascere. Per di più, un bambino è una vita più preziosa della nostra: se io oggi ho 65 anni e mi aspettano 80 anni di vita, in tutto, ora come ora, me ne spettano solo 15 ancora, un bambino che è nel grembo della mamma, invece, deve vivere ancora tutti i suoi ottant’anni».

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