Ecco come il Family Act diventa arcobaleno. Ed è un problema per tutti

Il Family Act sarà arcobaleno. Lo ha chiarito senza messi termini Elena Bonetti, il Ministro per le Pari Opportunità e la Famiglia. La Bonetti, confermata nel suo ruolo anche nell’esecutivo guidato da Mario Draghi, intervistata in questi giorni da La Stampa ha infatti affermato, a proposito del Family Act, che esso si «rivolge alle nuove generazioni e riconosce tutti i bambini come valore, al di là del contesto familiare». «Questa visione», ha aggiunto l’esponente di Italia Viva, «è già stata votata per la parte dell’assegno da tutto l’arco parlamentare ed è partendo da questa unità che dobbiamo continuare a lavorare».

Ora, che il Family Act – che è una legge delega che prevede una riforma degli strumenti a sostegno delle famiglie, mettendo ordine fra i sussidi attuali che confluiranno tutti nell’Assegno universale – sia destinato a diventare gay friendly non costituisce affatto un aspetto marginale o, come potrebbe magari sempre, una notiziola di second’ordine. Al contrario, è un passaggio di grande rilievo e, purtroppo, pure molto preoccupante, sia per motivi di ordine economico sia per ragioni di ordine etico.

Iniziando con i primi, va banalmente ricordato che, più si amplia la platea dei soggetti e delle unioni beneficiarie del Family Act – e ciò indubbiamente avviene riconoscendo le cosiddette famiglie arcobaleno -, più la coperta del futuro Assegno universale si fa corta. Quindi, se già, salvo sorprese, il Family Act sarà economicamente contenuto se non limitato, includendo le unioni omosessuali e i bambini che in esse vivono le misure di sussidio alle famiglie diventeranno ancora più ristrette. Non proprio una bella notizia. Certo, si può sempre obiettare mettendo in luce che, dopo tutto, i bambini che vivono in un contesto familiare Lgbt sono pochi, quindi l’inclusività della legge legata non necessariamente ne limiterà la portata economica.

Una obiezione sensata, che però non tiene conto del fatto che non solo le unioni arcobaleno sono statisticamente poche ma, essendo in molti casi formate previo ricorso alla costosa pratica dell’utero in affitto, spesso e volentieri sono da ritenersi composte da gente facoltosa. Quindi proprio non si comprende questa necessità di rendere arcobaleno il nuovo provvedimento per le famiglie. Ad ogni modo, il profilo economico non è il solo.

C’è infatti anche un secondo nodo della questione: quello etico. Non può infatti sfuggire anche ad un osservatore abbastanza distratto come il Family Act esteso alle situazioni arcobaleno altro non sia che una ennesima operazione di eclissi della cosiddetta famiglia tradizionale. Il che potrebbe pure andare bene a qualcuno, se non ci fosse un aspetto che riguarda indistintamente tutti quanti e cioè il fatto che la famiglia naturale non ha, in termini specifici, equivalenti funzionali. Significa che ciò che sul piano demografico, educativo e in definitiva sociale fa la cosiddetta famiglia tradizionale, ecco, non lo fa nessun’altra «nuova famiglia».

Rispetto a ciò, disponiamo ormai di una ampia letteratura che dimostra come anche considerando le semplici coppie conviventi eterosessuali – senza quindi scomodare le coppie Lgbt, rischiando che nel frattempo la legge Zan venga approvata e si finisca tutti in cella – esse non reggano il confronto con le coppie sposate. Che continuano ad essere quelle che fanno più figli, più durature, che in media assicurano ai figli condizioni di maggiore stabilità e benessere. Insomma, si possono attivare tutti gli artifici retorici e legislativi che si vogliono, ma la realtà è che la famiglia rimane una sola, e cioè quella spregiativamente definitiva tradizionale.

Ma nella misura in cui il Family Act si fa inclusivo o onnicomprensivo, ecco che allora questa famiglia – quella autentica – perde ulteriormente centralità. Ma se perde centralità la famiglia non è un problema per la famiglia: è un problema, pure bello grosso, per tutti noi. E colpisce che, in un Paese già flagellato da decenni di inverno demografico, questo banalissimo concetto continui a non essere chiaro ai più alti livelli istituzionali. Il vaccino contro i virus nemici del buon senso, evidentemente, dev’essere ancora scoperto.