Bambini abortiti vivi e messi in frigo per sperimentare e produrre vaccini, anche contro il Covid

Qualcuno nutre ancora qualche dubbio sull’origine delle colture da laboratorio che vengono abitualmente utilizzate dai ricercatori delle varie case farmaceutiche per produrre i vaccini, compresi quelli contro il Covid? Ebbene, ecco la testimonianza choc della ricercatrice americana Pamela Acker, rilasciata nel corso di una conferenza online ospitata dal sito LifeSiteNews (il cui canale YouTube, guarda caso, è stato chiuso senz’appello subito dopo) dal titolo “Unmasking COVID-19: Vaccines, Mandates, and Global Health“.

Si trattava di bambini letteralmente messi vivi in frigorifero e poi conservati da una a 24 ore, fino a quando non potevano essere smembrati per prelevarne i tessuti necessari” rivela. Roba da far accapponare la pelle, roba che neanche Mengele… Laureata in Biologia all’Università Cattolica d’America e autrice del libro intitolato Vaccination: A Catholic Perspective, Acker ha svelato senza giri di parole la tecnica con cui, fino a pochi anni fa (si spera), i bambini venivano abortiti artificialmente per ottenere le linee cellulari da utilizzare nella sperimentazione e produzione di numerosi vaccini. “Molti degli aborti eseguiti a quello scopo sono stati definiti nella letteratura medica “isterectomie addominali”. Infatti, in alcuni casi, anche le donne venivano sterilizzate. Si doveva mantenere un ambiente sterile per evitare la contaminazione del tessuto con alcun tipo di agenti estranei: batteri, virus o quant’altro. Perciò i bambini, e in alcuni casi anche l’utero, venivano asportati dal ventre materno e, senza nemmeno forare il sacco amniotico, posti direttamente nel frigorifero dov’erano conservati per non più di 24 ore“. Agghiacciante a dir poco.

Il suo conflitto morale

Una decina di anni fa la biologa ha trascorso circa nove mesi in un laboratorio dove si lavorava al progetto per sviluppare un vaccino contro l’HIV sovvenzionato dalla Fondazione Bill & Melinda Gates. È stato quando il suo team ha deciso di utilizzare le cellule HEK-293 che si è posta i primi interrogativi d’ordine morale. “Oggi la maggior parte delle persone ha sentito parlare di queste linee cellulari, perché sono collegate ai vaccini COVID, ma a quel tempo non erano così note. Tanto che avevo chiesto alla mia collega cosa significasse “HEK” e lei mi aveva risposto: “Rene embrionale umano“, ha riferito Acker in un’intervista il mese scorso al redattore capo di LifeSite, John-Henry Westen.

E dopo aver letto l’articolo del dottor Alvin Wong intitolato “The Ethics of HEK 293”, pubblicato nel 2006 sul numero autunnale del National Catholic Bioethics Quarterly, Acker è stata in grado di farsi una definitiva chiarezza morale sulla questione. Wong, oncologo e consulente senior al National University Cancer Institute di Singapore con un interesse per la bioetica, aveva scritto: “Se esistono le prove che le cellule siano state ottenute dall’embrione di un aborto volontariamente indotto”, c’è “un dovere morale, da parte di qualsiasi ricercatore, di interrompere immediatamente l’utilizzo di quella linea cellulare”. Quando Pamela Acker ha espresso le sue perplessità al responsabile del progetto, è finita la sua carriera di ricercatrice in quel laboratorio.

La bambina dietro l’HEK-293

Acker ha poi spiegato il significato che sta dietro le lettere e i numeri HEK-293, la linea cellulare sviluppata dal dottor Frank Graham nei Paesi Bassi nel 1973: “Se HEK sta per Human Embryonic Kidney, 293 rappresenta il 293° esperimento che quel ricercatore aveva compiuto per arrivare allo sviluppo delle linee cellulari. Per quell’ultimo esperimento Il rene era stato prelevato da una bambina “completamente normale” abortita nel 1972 che, secondo Alex van der Eb, il medico che guidava l’equipe per sviluppare la linea cellulare, non aveva “niente di sbagliato”. Ma, anche se Ian Jackson nega decisamente, per condurre 293 esperimenti era necessario molto più di un feto: “Stiamo parlando probabilmente di centinaia di aborti”, calcola Acker.

La stessa biologa ammette: “Dal mio arrivo all’Università di Leida, nei Paesi Bassi, ho tenuto scrupolosamente aggiornati i registri di laboratorio in cui ho numerato i miei esperimenti in ordine cronologico a partire dal 1970. Ebbene in nessuno di questi ho utilizzato cellule renali di embrioni umani (HEK), eccetto nel 1973, quando ho condotto due esperimenti che utilizzavano cellule renali di un feto umano. Ma, poiché nei Paesi Bassi a quel tempo l’aborto era illegale, tranne che per salvare la vita della madre, ho sempre pensato che quel feto fosse il risultato di un aborto terapeutico. Invece, le cellule renali di cui mi sono servita erano state preparate e congelate prima ancora che arrivassi a Leida. Di conseguenza, non sono a conoscenza delle circostanze in cui era stato praticato quel singolo aborto”. 

I tessuti per le colture servono vivi

Funziona un po’ come nel caso di trapianti d’organi: “Chiunque abbia studiato la teoria cellulare dovrebbe sapere che non è possibile derivarne una vivente da un tessuto che è già morto. A causa dell’impossibilità biologica di creare una linea cellulare viva dal tessuto morto, ne consegue che i bambini siano stati abortiti artificialmente e ancora vivi al momento dell’estrazione del tessuto”, ha aggiunto Acker.

Sorvolo volutamente sui raccapriccianti particolari, ma a questo proposito la biologa ha citato uno studio del 1952 dei dottori Thomas Weller e John Enders, che hanno ricevuto il Premio Nobel nel 1954 per la loro ricerca sulla poliomielite, in cui ammettono di aver utilizzato colture derivanti da “tessuti embrionali umani” per i loro esperimenti. E gli articoli del dottor Gonzalo Herranz, professore di istologia ed embriologia generale presso l’Università di Navarra, in Spagna, che descrive nel dettaglio come vanno praticati gli aborti per ottenere materiale fetale incontaminato, riportati nel libro dello scienziato italiano Pietro Croce Vivisection or Science? pubblicato per la prima volta in inglese nel 1991.

Le affermazioni di Acker si riferiscono in gran parte alle scoperte dell’investigatore pro-vita David Daleiden, che ha condotto un’indagine sotto copertura sul coinvolgimento di Planned Parenthood nella raccolta illegale e nel traffico di parti del corpo di bambini abortiti. Daleiden, che ha iniziato a documentare a video la sua missione nel 2015, ha scoperto che le aziende biotecnologiche negli Stati Uniti hanno prelevato numerosi organi, tra cui cuori “vivi” da bambini abortiti per la ricerca (vedi quiqui e qui ).

Planned Parenthood, la “fabbrica degli aborti”, lo ricordiamo, è l’organizzazione a cui è andato il finanziamento statale più cospicuo con il primo provvedimento del neo presidente americano, sedicente cattolico, Joe Biden.

Davvero il fine giustifica i mezzi, come ha insinuato tra le righe persino la Conferenza Episcopale Italiana? A voi la risposta alla machiavellica domanda.

Leggi anche:

Continuando a "navigare", presumo che tu sia d'accordo. Sei invitato a leggere la pagina di Privacy policy.
Utilizzo i cookie per aiutarti a vivere la migliore esperienza sul mio sito web.
Ok, accetto
We use cookies to help give you the best experience on our website.
By continuing without changing your cookie settings, we assume you agree to this. Please read our
Ok, I Agree
Iscriviti alla mia Newsletter
Ogni settimana riceverai gli ultimi articoli e le novità del mio blog nella tua casella email
Iscriviti ora!