Fabio Cantelli: A San Patrignano la clausura che mi ha salvato la vita

Le droghe, i furti, l’estasi e l’angoscia della luce, le fughe dalla comunità e il «metodo» Muccioli: il vicepresidente del gruppo Abele si racconta in un libro

I primi mesi a San Patrignano furono turbolenti. Io non volevo cambiare, ero avvinghiato a me stesso, pur iniziando a sospettare che io stesso fossi il mio male. Un mortale circolo vizioso, quello della tossicomania: il tossico finisce per affezionarsi alla palude che lo inghiotte a poco a poco, anche perché non conosce altro mondo che quella. In questa situazione, in apparenza senza scampo, è accaduto quello che ritengo l’evento centrale della mia esistenza. Dopo l’ennesima fuga decisi di restare a Milano. Mi pareva ormai assodato che la comunità non potesse nulla contro la mia resistenza e non mi pareva nemmeno dignitoso approfittare ancora della disponibilità di Muccioli, che dopo ogni fuga mi riaccoglieva fiducioso. A Milano mi organizzai in modo da diventare una sorta di coscienzioso impiegato dell’eroina. Avevo individuato la pensione più economica, scelto il bar dove rifocillarmi tra uno “sbattimento” e l’altro, guadagnato col pusher un rapporto che mi consentiva alcuni privilegi, come quello di avere la droga in credito la domenica, quando non potevo rubare nei negozi di abbigliamento.

Questa routine della devianza proseguì per circa tre mesi, tra l’inverno e la primavera del 1984, sino a quando l’incontro con una persona mi fece sperimentare l’aspetto demoniaco della droga. Parlo dell’abisso della cocaina. Il tossicomane ama le droghe perché placano momentaneamente il male delle emozioni, sedano l’inquietudine che caratterizza il suo incontro col mondo. L’eroina provoca indifferenza e distacco, ma l’arresto emotivo è provocato, per altra via, anche dalla cocaina. Con una differenza sostanziale: mentre la prima agisce attraverso una lenta combustione, che mantiene a lungo il calore della fiammata iniziale e decresce in modo tale da permettere all’io di risvegliarsi e prepararsi all’astinenza, la cocaina produce una fiamma molto più alta e poi, improvvisamente, la spegne.about:blank

Se tra l’eroina e l’io c’è continuità — questo ricomincia mentre quella inizia a svanire — il rapporto tra l’io e la cocaina è invece una collisione tra opposti, un rapporto in cui entra in gioco il tutto e il nulla. (…) Il mese di maggio del 1984 rappresenta nella mia storia questa specie di epifania del terribile. Fu allora che la distruzione prodotta da anni di eroina venne quasi irrisa da una distruzione di diversa e superiore qualità. Distruzione più potente e sottile (…). Trascorsi quel maggio piovoso rintanato in una mansarda di via Gian Giacomo Mora, senza mangiare né dormire, a iniettarmi forsennatamente la droga che Gianni, omosessuale e biscazziere, erede degenerato di una nobile famiglia lombarda, mi forniva gratuitamente o a un prezzo di favore, in cambio solo di un’attenzione che gli lasciasse sperare, prima o poi, qualche prestazione sessuale.

Uscivo dalla tana solo per cercare, come una bestia rabbiosa e terrorizzata, altra cocaina. In pochi giorni la tua esistenza e il tuo corpo si scarnificano, si riducono a pura pulsione, e quando perdi anche l’ultimo residuo di autocontrollo sopraggiungono le allucinazioni. Allora è come se il mondo ti ghignasse attorno, come se ogni cosa si prendesse gioco della tua impotenza: una notte arrivai persino a chiamare la polizia per difendermi da immaginari aggressori, che sbirciai terrorizzato per ore dalla finestra, la schiena schiacciata contro il muro. Doveva essere un tipo ben inquietante quello che camminava rigido per le vie del centro di Milano, incurante delle reazioni provocate al suo passaggio, entrando di tanto in tanto nelle boutique. Si sforzava di apparire normale, di nascondere l’ansia e la smorfia contratta del viso, ma quando si rivolgeva alle commesse parlava un linguaggio stentato e disarticolato, come se dovesse vincere, di ogni singola parola, la riluttanza all’essere detta.

Si preoccupava di controllare il tremore delle mani, ma trascurava poi di nascondere segni ben più compromettenti, come le macchie di sangue sparse sulla camicia, le braccia massacrate dalle ripetute iniezioni… (…) In giugno mia madre mi convinse a tornare a San Patrignano. La costrinsi a viaggiare di notte perché avevo angoscia della luce. (…) «O stai qui o ti rinchiudo» disse infine Vincenzo. Decisi di restare, ma due giorni dopo trovai l’occasione per scappare di nuovo. Milano, il solito tracciato: Conca del Naviglio, ricettatori, travestiti, via Gian Giacomo Mora, le Colonne di San Lorenzo, la fontanella di piazza Vetra, lo speed-ball di eroina e cocaina dietro i cespugli della chiesa e infine i portici dell’Esattoria civica, che percorro avanti e indietro, la siringa ancora sporca in mano e i rivoli di sangue sul braccio, catturato dalla stessa ebbrezza meccanica che anima i pupazzi a molla per bambini.

Quel giorno di fine giugno seguii da lontano uno spacciatore e scoprii il nascondiglio delle bustine d’eroina. La notte ero di nuovo a San Patrignano: qualche ora prima, in casa di mia madre, saturo di droghe e malfermo sulle gambe, fui prelevato da due ragazzi che mi ci riportarono. Al risveglio capii di essere stato rinchiuso. Una stanza, un materasso, una porta di ferro, nel parco della comunità. Ci rimasi venti giorni. Se parlo di questo come dell’evento centrale della mia vita, è perché quella clausura me l’ha salvata. Non perché da allora abbia smesso definitivamente di usare droghe (…), ma perché durante quella clausura per la prima volta io vidi la mia tossicomania. Quei venti giorni segnano una svolta nella mia vita perché, dopo, drogarmi non fu più la stessa cosa.

L’articolo Fabio Cantelli: A San Patrignano la clausura che mi ha salvato la vita di Fabio Cantelli proviene da Corriere.it.

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