YouTube tra censura sommaria e faccia tosta

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Questa ve la devo proprio raccontare.

Che YouTube, come peraltro gran parte dei social network, si senta oramai eletto a indiscusso – e indiscutibile – paladino del povero utente sprovveduto, nel preservarlo dalle fake news dei soliti negazionisti su coronavirus e vaccini, è ormai universalmente risaputo. Basta una parolina non gradita agli algoritmi della piattaforma targata Google e zac: ti ritrovi con l’account sospeso, se non proprio disattivato.

Un atto di censura sommaria che avevo già avuto modo di sperimentare a mie spese un paio di mesi or sono, quando avevo osato postare un video che dimostrava la dannosità delle museruole che oramai siamo costretti a indossare, sine fine, appena messo il piede fuori casa. Il video in questione era ovviamente libero di circolare su Facebook e WhatsApp, ma su YouTube no: stop, non si passa. E così, pochi istanti dopo, mi ero ritrovato con l’account definitivamente disattivato. Il motivo? Una non meglio specificata “violazione dei Termini di servizio di Google o dei Termini di servizio specifici del prodotto (YouTube)”. Quale? Per tutta risposta avevo ricevuto i link “ai predetti Termini di servizio”: esattamente 827.856 caratteri il primo, 127.254 il secondo, due pappardelle in burocratese stretto che credo nessuno si sia mai preso la briga di leggere. Un aiutino? Niente da fare. Pazienza e, anche se la Rete è ormai stracolma di suggerimenti per forzare o aggirare il blocco, avevo preferito ricominciare tutto da capo, creando in cinque minuti un nuovo account e collegandolo ad un altro indirizzo e-mail.

Ieri sera decido di collegarmi al mio (secondo) account YouTube per rivedere un video che ricordavo di aver messo da parte e, sorpresa, ecco la schermata che mi comunica l’“Impossibilità di accedere a un prodotto Google”. O bella: i parametri sono senz’altro corretti, anche perché li inserisce il computer al posto mio. Riprovo manualmente: la solfa non cambia. Riprovo ancora: ancora niente. Stavolta – lo ammetto – la pazienza è venuta meno e così ho inviato al Servizio clienti una nota fulminante, in cui pretendevo immediate spiegazioni dietro minaccia di azioni legali. Un minuto dopo ecco il solito messaggio preconfezionato del tipo “Grazie per averci contattato… bla bla bla, ti faremo sapere… bla bla bla”. Ma dopo cinque-minuti-cinque, ecco a sorpresa una nuova e-mail in cui, con la faccia più tosta del mondo, mi si comunicava “Abbiamo controllato il tuo account e confermato che è ancora attivo, perciò dovresti essere in grado di accedere normalmente”. In buona sostanza la colpa era mia che, imbranato, non ero stato capace di inserire correttamente nome utente e password. Vabbè. Comunque provo e stavolta magicamente funziona.

Alla fine dovrei essere sollevato, ma non lo sono. Anzi. E’ mai possibile che, quasi sempre, solo chi fa fare la voce grossa riesca a ottenere quel che gli spetta o, peggio, gli è stato tolto?

“La censura dei contenuti non allineati da parte dei grandi colossi della rete è conclamata”. A sostenerlo è Il blogger Claudio Messora, che con Byoblu ha messo in piedi un canale con 521.000 iscritti, ora disattivato d’emblée. “Esiste come un plotone di esecuzione che fa irruzione nelle redazioni e decide cosa può andare in onda e cosa no – attacca -Vogliono schiacciare chi esce dal binario del conformismo sociale”. Come dargli torto?

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