Avvocati e commercialisti raider: ecco i nuovi braccianti metropolitani

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Mentre sulla città calano le prime ombre della sera, le strade si svuotano e spuntano loro, i rider. Che fino a notte fonda si scapicollano senza sosta per consegnare cibo a domicilio in cambio di quattro soldi. Fino a un paio di anni, fa i “ciclofattorini” erano in gran parte studenti e disoccupati italiani, poi sono arrivati gli extracomunitari, e adesso, al tempo del coronavirus, ecco i nuovi schiavi delle due ruote, i “braccianti metropolitani”: commercianti innanzitutto, costretti dalla pandemia a chiudere i loro esercizi, ma anche “colletti bianchi”, che hanno perso il loro posto di lavoro, addirittura avvocati, commercialisti e artisti di ogni tipo. Tutti per 4 euro lordi a consegna, coi propri mezzi e senza alcun tipo di copertura, perché né il ristoratore né il cliente intendono sobbarcarsene il costo.

Muscoli allenati e consegne veloci con un occhio al pericolo

Tutto dipende dai propri muscoli, che ovviamente devono essere ben allenati, e soprattutto dalla app della piattaforma per cui si lavora (c’è chi è iscritto a più d’una). “L’algoritmo alla base delle app di food delivery non è neutrale. È pensato per trasformare il lavoro in un gioco crudele che “premia” i lavoratori costretti a dire di sempre di sì, cioè i più vulnerabili e bisognosi. Così un “lavoretto per studenti” è diventato un girone infernale, una giungla di competizione” sostiene uno studente di lungo corso che, assieme ad una decina di altri suoi colleghi, attende pazientemente fuori da un ristorante hawaiano alla moda, il cibo da recapitale al cliente.

Mai rifiutare una consegna di domenica. Sorridere al ristoratore cafone che ti manda a quel paese. Dire sempre di sì. Lavorare il sabato sera. Arrampicarsi in bici nelle zone di estrema periferia, spesso pericolose. Anche e soprattutto a notte inoltrata. Sono le regole non scritte per scalare la classifica delle app del food delivery. Ogni giornata lavorativa di un rider è divisa in slot, fasce orarie che vanno dal mattino a notte fonda. Gli orari sono mostrati sul calendario dell’app: se lo slot è bianco, il fattorino può accaparrarselo cliccandoci sopra, se è grigio, allora è già stato prenotato da un collega. Ovviamente ci sono fasce orarie che garantiscono maggiori consegne e guadagni (il sabato sera, la finale di Champions League, l’ora di pranzo) e altre in cui aspetti invano una chiamata, appoggiato alla bici. Si chiama gamification: chi ha un punteggio più alto ha priorità nella prenotazione.

Come si determina questo punteggio? E’ calcolato su cinque parametri: valutazione del cliente. valutazione del ristorante, presenze effettive rispetto agli slot prenotati, disponibilità nei week-end, esperienza. Tutti i rider concordano su un punto: si scende in classifica rifiutando una consegna. Specialmente di sera e nel fine settimana. Ma non rifiutare mai, tra le altre cose, significa anche accettare le consegne in luoghi pericolosi. “Sul gruppo WhatsApp dei rider c’è un documento che viene aggiornato di continuo, grazie allo scambio di informazioni tra noi fattorini: è la black-list degli indirizzi da evitare perché pericolosi – racconta il “nostro” – Se arriva una chiamata da quelle parti, ci si trova di fronte a un bivio: ritirarsi significa ricevere un feedback negativo del cliente, l’alternativa è addentrarsi nel pericolo sperando in Dio”. Tra i rider circolano numerosi aneddoti di colleghi aggrediti al buio, per rapine di pochi spiccioli.

Dunque, chi ha programmato l’algoritmo ha deciso che deve essere premiato il fattorino disposto a tutto. Tra i tanti esempi possibili: consegnare a notte fonda, sotto la pioggia e nei quartieri a rischio. Un sistema che oggi colpisce soprattutto gli stranieri in difficoltà col permesso di soggiorno, ma che può essere esteso a chiunque.

Sempre “spiati” da un controllore, anche se fuori servizio

Ovviamente c’è chi, per conto dell’azienda, controlla i rider da remoto. “Sul mio schermo arrivava tutto: anche la velocità con cui i fattorini stavano pedalando. Mi sembrava di pilotare dei droni” racconta al telefono un amico ex controllore, un dispatcher. Il cui primo compito è risolvere problemi: clienti che non si trovano, ristoranti che hanno la cucina sottosopra, ma anche e soprattutto guasti al sistema stesso. Deve, ad esempio, aggiustare il tiro dell’algoritmo quando il meccanismo automatico attribuisce consegne in maniera inefficace.

“Io seguivo nel dettaglio gli itinerari dei rider, conoscevo la velocità media con cui stavano pedalando, l’intero storico delle commissioni che avevano effettuato. Se pioveva forte, oppure se c’era un tragitto molto lungo da coprire, o ancora se bisognava ritirare un piatto in un locale che sapevamo essere frequentemente più lento del dovuto. In questo caso potevo assegnare delle “doppie”, cioè un compenso doppio per quella singola consegna, considerata più onerosa”.

In ufficio l’ambiente era informale, anche per non distrarsi dal monitor, ricorda, vista la fretta senza sconti con cui andavano portate a termine le missioni. “Su uno dei computer tenevamo sempre aperte le chat con i fattorini, via Telegram o WhatsApp. Ero il loro unico contatto umano e dopo un po’ li conoscevo quasi personalmente – continua – Anche se a volte il mio ruolo era dissociante: sembrava di pilotare un drone, con le mappe aperte sulla città o sul singolo quartiere, su una via, o una spedizione, e tutte le conversazioni telematiche aperte contemporaneamente”.

La vita professionale dei rider aveva e ha come unica interfaccia l’app installata sul telefono personale, dotazione necessaria per iniziare a correre. Dall’altra parte c’è la società, con il suo algoritmo per la distribuzione dei clienti e con i dispatcher. Che si trovano così in prima linea nelle contraddizioni del business. Ad esempio ad affrontare uno degli elementi più controversi, forse, dell’attuale economia della fame: la continua creazione di un esercito di riserva, di precari in competizione fra loro per ottenere una commessa in più, un frammento di speranza flessibile in più. “Restava l’imbarazzo per veder segnate sulla mappa anche le posizioni di lavoratori non attivi – ammette il controllore – Magari richiamabili con un click, ma assolutamente fuori servizio”. Insomma, alla faccia delle privacy, i rider possono essere tracciati ogni momento grazie alla geo-localizzazione.

La compravendita dei dati dei clienti vale più del delivery

Ma i rider non sono gli unici ad essere spiati. L’occhio elettronico registra anche i dati dei clienti. “Sappiamo tutto di voi (clienti). Sappiamo cosa mangiate, se offrite la mancia, dove abitate e che abitudini avete. E come lo sappiamo noi, lo sanno anche le aziende del delivery. Queste piattaforme, come sfruttano noi lavoratori senza farsi alcuno scrupolo, sfruttano anche voi, speculando e vendendo i vostri dati. Questo è il lato oscuro della gig economy (economia dei lavoretti): si produce valore in tutti i modi possibili, dal servizio di vendita del prodotto al trasporto a domicilio delle merci, fino alla mappatura dei dati, alla loro analisi e alla loro compravendita”.

Le attività dei rider sono il motore della compravendita di dati, che probabilmente vale anche di più rispetto al servizio di delivery: “Ad ogni chiamata le app registrano nomi, locali, ordini, gusti e orari. Il data-business del food delivery, a favore dei cacciatori di consumatori, è già uno degli affari più remunerativi e resta avvolto nel mistero anche per il fisco. Sono migliaia, in tutta Italia, le denunce di chi, dopo aver ordinato una pizza al telefono, viene tempestato online da locali concorrenti”. 

Interviene la magistratura, ma la lotta sindacale continua

La settimana scorsa è interviene in loro aiuto la Procura di Milano che, al termine di una minuziosa inchiesta, ha contestato a Uber Eats, Just Eat, Deliveroo e Glovo 733 milioni di sanzioni per violazioni delle norme sulla salute e la sicurezza del lavoro. Ma la cifra potrebbe essere anche maggiore dal momento che si stanno vagliando altre possibili violazioni su imposte e versamenti a Inps e Inail. E la magistratura “caldeggia” anche la “riqualificazione” di 60mila posizioni, con il passaggio da lavoratori autonomi, quali sono ora, a parasubordinati una categoria intermedia tra autonomi ed assunti. Un risultato clamoroso, ma di lunga e difficile attuazione, che non basta a placare il mondo dei rider, decisi a riprendere la mobilitazione, proclamando una giornata di sciopero per il 26 marzo: quel giorno i fattorini del cibo sono invitati a “incrociare le braccia e scioperare”, ma anche i clienti sono invitati “a non usufruire del servizio in quella data, in solidarietà alla nostra lotta”.

E’ passato poco più di un anno da quando la Cassazione metteva la parola fine al caso Foodora, ordinando all’azienda di concedere ai rider le tutele del lavoro subordinato . Nel frattempo più volte è intervenuta la magistratura, dal tribunale di Bologna a quello di Palermo. Ma, a 12 mesi di distanza, la partita del contratto e dell’inquadramento dei rider è ancora tutta da giocare. L’accordo sul sistema di determinazione del compenso – una sorta di cottimo misto -, siglato a ottobre dall’associazione di categoria delle aziende di food delivery, Assodelivery, con il sindacato che difende gli interessi dei rider, Ugl (Unione Generale del Lavoro), ha scontentato sia il governo sia i sindacati stessi, che l’hanno definito “uno scempio”. E il successivo negoziato al ministero del Lavoro di novembre non ha prodotto alcun risultato. L’unica azienda a essersi mossa è JustEat, che pure è coinvolta nell’inchiesta e che aveva già annunciato le assunzioni a partire da marzo. Lo stesso ha fatto Mymenu, che invece è estranea all’indagine milanese.

Esce il cameriere con i sacchetti, il nostro rider li infila in tutta fretta nel grosso bag termico che si sistema a mo’ di zaino, salta sulla bicicletta e, dopo una controllatina al navigatore sul cellulare, schizza via nella notte.

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