44 a.C. – Idi di marzo: Giulio Cesare viene assassinato

Cesaricidio è l’assassinio di Gaio Giulio Cesare, avvenuto il 15 marzo del 44 a.C. (le Idi di marzo), a opera di un gruppo di circa venti senatori che si consideravano custodi e difensori della tradizione e dell’ordinamento repubblicani e che, per loro cultura e formazione, erano contrari a ogni forma di potere personale. Temendo che Cesare volesse farsi re di Roma, un numero variabile di circa 60 o 80 senatori, guidati da «Gaio Cassio, Marco e Decimo Bruto» congiurarono per uccidere il dittatore. Tra essi, oltre ai Pompeiani e ai repubblicani, vi erano alcuni sostenitori di Cesare che furono spinti a compiere questo assassinio prevalentemente da motivi personali: per rancore, invidia e delusioni per mancati riconoscimenti e compensi.

Il cesaricidio, inteso nel senso prevalente di eliminazione fisica di chi si ritenga possa pregiudicare la libertà per fini di potere personale, ha assunto nel tempo il significato ideologico di estremo tentativo di difendere i valori delle libertà civili o, al contrario, quello di conservare ad ogni costo i valori della tradizione messi in pericolo da un potere giudicato come dispotico.

Contesto storico

Console nel 59 a.C.Gaio Giulio Cesare guidò vittoriosamente come proconsole le legioni romane tra il 58 e il 50 a.C., durante le campagne in Gallia. L’alleanza politica con Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso, denominata primo triumvirato, garantiva la situazione dell’Urbe, e doveva permettere a Cesare di portare a compimento la sua campagna senza le interferenze degli esponenti della fazione degli ottimati, suoi avversari. Dopo la morte di Crasso nel 53 a.C. a Carre, tuttavia, l’accordo tra Cesare e Pompeo si andò progressivamente incrinando: il secondo si fece interprete delle tendenze conservatrici del senato osteggiando l’operato cesariano nelle Gallie e tentando di sottrarre allo stesso Cesare il comando delle legioni assegnategli in precedenza.

Nonostante i tentativi di mediazione formulati da ambo le parti, risultò impossibile giungere ad una soluzione di compromesso e, il 10 gennaio del 49 a.C., Cesare attraversò in armi il fiume Rubicone, che delimitava il confine all’interno del quale non era consentito che un generale marciasse in armi. L’atto di Cesare ebbe dunque l’effetto di una reale dichiarazione di guerra contro la Repubblica: gli ottimati si strinsero attorno a Pompeo che lasciò l’Italia per trasferire le sue forze nella penisola balcanica. Cesare, assicuratosi il controllo di Roma e sconfitte in seguito le forze pompeiane in Spagna, raggiunse il rivale sulle coste dell’attuale Albania, dove fu sconfitto a Dyrrhachium; i due eserciti si scontrarono poi nuovamente, nell’agosto del 48 a.C., presso Farsalo, in Tessaglia, dove Cesare ottenne la decisiva vittoria sul rivale. Pompeo fuggì allora verso l’Egitto, dove fu ucciso dai sicari del re Tolomeo XIII.

Lanciatosi all’inseguimento del nemico sconfitto, Cesare giunse in Egitto poco dopo l’assassinio di Pompeo; in qualità di rappresentante di Roma, dove era stato nominato nuovamente console, pose sul trono Cleopatra VII, scatenando la guerra alessandrina, che lo tenne occupato per alcuni mesi. Dopo aver posto fine ai disordini in Egitto grazie all’arrivo di un esercito inviato in suo soccorso, Cesare sconfisse a Zela le forze del re del Ponto Farnace II, e intraprese poi una difficile campagna in Africa contro gli ottimati, riorganizzatisi sotto la guida di Marco Porcio Catone. Vinti i nemici nella battaglia di Tapso, poté tornare a Roma dove, celebrati quattro trionfi per le sue campagne vittoriose, diede inizio a una profonda riforma della Repubblica, che riorganizzò sotto il suo sostanziale controllo, pur limitandosi ad esercitare il proprio potere secondo le forme costituzionali del consolato e della dittatura.

La congiura

Le avvisaglie

Negli ultimi mesi del 46 a.C. Cesare partì per la Spagna, dove affrontò gli eserciti della fazione pompeiana strettisi attorno ai figli di Pompeo Magno, Gneo e Sesto, e guidati da Tito Labieno, che aveva militato in Gallia sotto lo stesso Cesare come luogotenente; i due schieramenti si affrontarono il 17 marzo del 45 a.C. nella decisiva battaglia di Munda, che sancì la vittoria della fazione cesariana.

La definitiva sconfitta della fazione pompeiana procurò a Cesare le antipatie di buona parte dei sostenitori della Repubblica, che temevano l’instaurazione di un regime a carattere monarchico, che sarebbe risultato inviso a tutti i Romani. Notevoli malcontenti, tuttavia, si generarono anche all’interno dello stesso partito cesariano: alcuni dei più fidati collaboratori di Cesare, tra cui Marco Antonio e Gaio Trebonio, erano stati esclusi dalla campagna spagnola o posti in secondo piano durante le azioni belliche, e covavano dunque un certo risentimento nei confronti del loro stesso leader, cui erano stati fino ad allora profondamente devoti. Le tendenze al potere autoritario di Cesare, il protrarsi delle guerre civili, le pressioni dei gruppi anticesariani interni al senato e le rivalità esistenti tra gli stessi componenti dell’ambiente cesariano crearono una situazione favorevole allo sviluppo di progetti di congiura che dovevano risolversi con l’uccisione del dittatore; alcune scelte dello stesso Cesare, d’altro canto, quali le aperture verso personaggi che non gli si erano mai mostrati benevoli, apparivano alquanto discutibili agli occhi dei suoi collaboratori, e non facevano che alimentarne il risentimento. Trebonio, ad esempio, convinto repubblicano che si era in passato opposto alla politica popolare del tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro per poi passare alla fazione cesariana, era stato messo da parte, dopo aver avuto un importante ruolo nell’assedio di Marsiglia, per aver fallito nel tentativo di sconfiggere Gneo Pompeo il Giovane in Betica prima dell’arrivo di Cesare. Incoraggiato probabilmente dal “sistema di potere che Cesare tentava di costruire fuoriuscendo con molte incertezze e soluzioni dalla vecchia legalità repubblicana”, Trebonio aderì, nell’estate del 45 a.C., mentre Cesare era ancora impegnato a completare il processo di pacificazione della Spagna, ad un progetto di congiura che mirava ad eliminare il generale vittorioso, probabilmente nato all’interno dello stesso ambiente cesariano e dunque non direttamente riconducibile alla congiura che sarebbe stata portata a compimento alle Idi di marzo del 44 a.C.

Il giorno propizio

Le Idi di marzo (latinoIdus Martiae) erano un giorno festivo dedicato al dio della guerra, Marte. Il termine idi si riferiva al 15º giorno dei mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre, e al 13º giorno degli altri mesi. La seduta in Senato del 15 marzo era forse l’ultima occasione propizia per l’eliminazione di Cesare che tre giorni dopo sarebbe dovuto partire per una campagna contro i Geti e i Parti e non a caso gli amici di Cesare avevano diffuso una presunta profezia dei Libri Sibillini nella quale si affermava che i Parti sarebbero stati sconfitti da un re. Il 15 marzo era poi il giorno giusto per l’assassinio di Cesare perché era prevista una festa in onore di Anna Perenna, l’antica dea romana che presiedeva al perpetuo rinnovarsi dell’anno, da svolgere nel Teatro di Pompeo e Decimo Bruto aveva stanziato nella Curia di Pompeo, sede dell’assemblea dei senatori, un certo numero di gladiatori con il pretesto dichiarato dell’organizzazione degli spettacoli.

L’assassinio

Così Svetonio descrive poi l’assassinio di Cesare:

«Mentre prendeva posto a sedere, i congiurati lo circondarono con il pretesto di rendergli onore e subito Cimbro Tillio, che si era assunto l’incarico di dare il segnale, gli si fece più vicino, come per chiedergli un favore. Cesare però si rifiutò di ascoltarlo e con un gesto gli fece capire di rimandare la cosa a un altro momento; allora Tillio gli afferrò la toga alle spalle e mentre Cesare gridava: “Ma questa è violenza bell’e buona!” uno dei due Casca lo ferì, colpendolo poco sotto la gola. Cesare, afferrato il braccio di Casca, lo colpì con lo stilo, poi tentò di buttarsi in avanti, ma fu fermato da un’altra ferita. Quando si accorse che lo aggredivano da tutte le parti con i pugnali nelle mani, si avvolse la toga attorno al capo e con la sinistra ne fece scivolare l’orlo fino alle ginocchia, per morire più decorosamente, con anche la parte inferiore del corpo coperta.Così fu trafitto da ventitré pugnalate, con un solo gemito, emesso sussurrando dopo il primo colpo; secondo alcuni avrebbe gridato a Marco Bruto, che si precipitava contro di lui: “Anche tu, figlio?”. Rimase lì per un po’ di tempo, privo di vita, mentre tutti fuggivano, finché, caricato su una lettiga, con il braccio che pendeva fuori, fu portato a casa da tre schiavi.Secondo quanto riferì il medico Antistio, di tante ferite nessuna fu mortale ad eccezione di quella che aveva ricevuto per seconda in pieno petto.I congiurati avrebbero voluto gettare il corpo dell’ucciso nel Tevere, confiscare i suoi beni e annullare tutti i suoi atti, ma rinunciarono al proposito per paura del console Marco Antonio e del comandante della cavalleria Lepido

La congiura sembrava del resto facile, perché Cesare, considerandosi ormai intoccabile dopo la vittoria nella guerra civile contro Pompeo e dopo che il Senato aveva giurato di proteggerlo, aveva congedato i duemila ispanici della sua guardia personale. I cesaricidi veri e propri non furono più d’una ventina, tutti pretori o senatori, tranne un consolare, mentre gli aderenti alla congiura e i fiancheggiatori furono in numero variabile tra una sessantina ed un’ottantina, divisi in due schiere: i repubblicani che non si rassegnavano al cambio epocale che si stava instaurando nella reggenza dello stato e i cesariani delusi dal comportamento del dittatore. Tra i repubblicani, quasi tutti furono graziati da Cesare, Ligario addirittura due volte. Tra i cesariani, molti furono validi collaboratori e veterani delle campagne militari di Cesare, che agirono soprattutto per rancori personali in virtù delle posizioni non apicali loro assegnate nella riforma dello stato.

Nella seduta senatoria del 15 marzo del 44 a.C., i congiurati pugnalarono ventitré volte Cesare, che, secondo la tradizione storiografica, morì ai piedi della statua del suo vecchio nemico, Pompeo Magno. Tra i cesaricidi si annoverano Casca (il primo a colpirlo al collo), Decimo Giunio Bruto (legato di Cesare in Gallia, ufficiale della flotta nella guerra contro i Veneti), Marco Giunio Bruto (figlio di Servilia Cepione, amante di Cesare) e Gaio Cassio Longino (che era riuscito a sopravvivere alla disfatta di Carre ed era poi divenuto uno degli ufficiali di Pompeo a Farsalo).

Dopo la morte di Cesare

L’eliminazione di Cesare non servì però ad arrestare il processo ormai irreversibile della fine della Repubblica. La morte del dittatore innescò infatti una serie di eventi che portarono all’emergere di Ottaviano, figlio adottivo ed erede di Cesare. Nelle successive elezioni consolari furono eletti due nipoti di Cesare: Ottaviano e Quinto Pedio che propose la lex Pedia che condannava all’esilio tutti i Cesaricidi, che invece avevano chiamato loro stessi liberatores. Proprio Ottaviano, dopo aver combattuto la guerra civile contro Marco Antonio (che era stato stretto collaboratore del defunto dittatore), pose fine alla Repubblica e instaurò il Principato. Gran parte dei cesaricidi morì di morte violenta già l’anno successivo la congiura, nel 43 a.C., nelle lotte intestine che videro prevalere i cesariani sui repubblicani. Nel 30 a.C. non risultava più in vita alcun cesaricida.

Il medico Antistione fu incaricato di eseguire l’esame autoptico sul cadavere di Cesare, allo scopo di accertare la causa di morte. Detto esame era previsto dalla Lex Aquilia, la quale stabiliva non bastasse la morte del ferito per dichiarare mortale una ferita, ma dovesse essere provato dai medici che la sua morte era derivata esclusivamente da quella ferita. Dall’esame risultò che una sola delle 18 ferite era da considerarsi mortale, la seconda, per ordine temporale.

Nelle lotte di potere che seguirono la morte di Cesare, i cesaricidi perirono uno dopo l’altro, in una scia di vendette e di sangue che si concluse solo il 42 a.C., quando, nella battaglia di FilippiBruto e il cognato e amico Cassio furono sconfitti da Antonio e Ottaviano, che in questo frangente erano alleati. Dopo la disfatta, Bruto e Cassio si tolsero la vita. Dante Alighieri, nella sua Commedia, li inserirà nella parte più profonda dell’Inferno, la Giudecca, tra le fauci dello stesso Lucifero, assieme a Giuda Iscariota. Essi sono infatti considerati traditori dell’impero.

I cesaricidi e la loro fine

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