1978 – Roma: strage di via Fani e rapimento di Moro

In un agguato a Roma in Via Fani le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro uccidendo i cinque uomini della scorta.

L’agguato di via Fani (o strage di via Fani) fu un sanguinoso attacco terroristico compiuto da militanti delle Brigate Rosse il mattino del 16 marzo 1978 in via Mario Fani a Roma, per uccidere i componenti della scorta di Aldo Moro e sequestrare l’importante esponente politico della Democrazia Cristiana. Questo tragico fatto di sangue degli anni di piombo, portato a termine con successo dai brigatisti rossi, fu il primo atto del rapimento dell’esponente politico che si concluse dopo 55 giorni con il ritrovamento del cadavere di Moro nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Michelangelo Caetani.

Le modalità precise dell’agguato (denominato in codice all’interno delle Brigate Rosse operazione «Fritz»), i dettagli operativi, le circostanze precedenti e successive all’attacco, le responsabilità, i componenti del gruppo di fuoco terroristico, l’eventuale presenza di altre componenti estranee alle Brigate Rosse o di connivenze e aiuti esterni, sono tutti aspetti della vicenda aspramente dibattuti in sede processuale, parlamentare e pubblicistica. Della triste vicenda, che ha rappresentato uno dei momenti più bui della nostro storia repubblicana s’è detto e scritto, tutto e il contrario di tutto. Senza che la verità “vera” sia mai saltata fuori. Per questo mi limito alla cronaca nuda e cruda di quei tragici fatti.

Giovedì 16 marzo 1978

Roma, ore 8:45-9:00

Giovedì 16 marzo 1978 a Roma era previsto il dibattito alla Camera dei deputati e il voto di fiducia per il quarto Governo presieduto da Giulio Andreotti: si trattava di un momento di grande importanza poiché, per la prima volta dal 1947, il PCI avrebbe concorso direttamente alla maggioranza parlamentare che avrebbe sostenuto il nuovo esecutivo. Principale artefice di questa complessa e difficoltosa manovra politica era stato Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana.

Con un faticoso lavoro di mediazione e sintesi politica, Moro, che aveva intrapreso approfonditi colloqui con il segretario comunista Enrico Berlinguer, era riuscito a sviluppare il rapporto politico tra i due maggiori partiti italiani usciti dalle elezioni del 1976, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano. Aldo Moro aveva dovuto superare forti resistenze interne al suo partito e contrasti tra le varie forze politiche: fino alle ultime ore erano sorti nuovi problemi legati alla composizione ministeriale, giudicata insoddisfacente dai comunisti, del nuovo Governo guidato da Giulio Andreotti.

Il 28 febbraio, durante le consultazioni a Montecitorio, Moro espose ai gruppi parlamentari democristiani la sua analisi della situazione, e la sua prognosi. Fu il suo ultimo discorso pubblico. Moro riconobbe che da anni qualcosa s’era guastato nel normale meccanismo della democrazia italiana poiché, dopo le elezioni di due anni prima, erano emersi due vincitori; perciò bisognava approfittare della disponibilità del PCI a «trovare un’area di concordia, un’area di intesa tale da consentire di gestire il Paese finché durano le condizioni difficili alle quali la storia di questi anni ci ha portato».

L’11 marzo Andreotti si recò al Quirinale con la lista dei ministri: in precedenza Berlinguer aveva chiesto che fossero depennati dall’elenco i ministri considerati più anticomunisti e che fosse designato qualche tecnico. All’interno del PCI ci fu chi vide in quell’esecutivo monocolore una provocazione. Giancarlo Pajetta annunciò che non avrebbe partecipato alle votazioni. Tra i pareri di chi voleva si rifiutasse il Governo, e chi voleva lo si accettasse, ne prevalse un terzo: i comunisti avrebbero risolto il dilemma dopo aver ascoltato il discorso di Andreotti alla Camera.

Aldo Moro era inoltre obiettivo, oltre che di attacchi politici, di manovre scandalistiche che miravano a minarne l’autorevolezza. Nel quadro delle indagini sul cosiddetto scandalo Lockheed, era stato ventilato sulla stampa che il famoso «Antelope Kobbler», il misterioso referente politico principale coinvolto nella transazione finanziaria con l’industria aeronautica statunitense, avrebbe potuto essere proprio Moro. Il mattino del 16 marzo 1978 il quotidiano la Repubblica pubblicava in terza pagina un articolo in questo senso con il titolo: Antelope Kobbler? Semplicissimo, è Aldo Moro, altri importanti quotidiani nazionali riportavano le stesse notizie.

La presentazione delle dichiarazioni programmatiche del nuovo governo Andreotti alla Camera dei deputati era stata fissata per le 10:00 del 16 marzo e fin dalle 8:45 gli uomini della scorta di Aldo Moro erano in attesa, fuori dalla sua casa in via del Forte Trionfale 79, che l’uomo politico uscisse dalla propria abitazione per accompagnarlo in Parlamento. Aldo Moro scese qualche minuto prima delle 9:00 e venne accompagnato dal maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, suo fedele collaboratore da molti anni, all’auto di rappresentanza, una Fiat 130 berlina non blindata, dove si sedette sui sedili posteriori. Subito dopo il piccolo convoglio, l’auto del presidente e quella della scorta, si mise in movimento in direzione di via della Camilluccia. Le auto procedevano a velocità abbastanza sostenuta, mentre l’uomo politico consultava il pacco dei giornali del mattino: prima di raggiungere la Camera dei deputati era prevista l’abituale sosta nella Chiesa di Santa Chiara.

Ore 9:00-9:30

Alle ore 9:00 circa in via Mario Fani, quartiere Trionfale, l’auto con a bordo Aldo Moro e quella della scorta furono bloccate all’incrocio con via Stresa da un gruppo di terroristi che aprirono immediatamente il fuoco, uccisero in pochi secondi i cinque uomini della scorta e sequestrarono Moro. I terroristi ripartirono subito su diverse auto e fecero perdere le loro tracce. In via Fani rimasero la Fiat 130, targata «Roma L59812» su cui viaggiava Moro, con i cadaveri dell’autista, appuntato dei carabinieri Domenico Ricci (42 anni) e del responsabile della sicurezza, maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi (52 anni), e l’Alfa Romeo Alfetta targata «Roma S93393» degli agenti di scorta con a bordo il cadavere della guardia di P.S. Giulio Rivera (24 anni) e il vicebrigadiere di Pubblica sicurezza Francesco Zizzi (30 anni) gravemente ferito ma ancora in vita; riverso supino sul piano stradale, vicino all’auto, rimase anche il corpo della guardia di P.S. Raffaele Iozzino, 24 anni. Davanti alla Fiat 130 rimase un’auto Fiat 128 familiare con targa del corpo diplomatico «CD 19707», ferma all’incrocio e abbandonata dai suoi occupanti.

La prima comunicazione alle forze dell’ordine dei fatti accaduti venne registrata alle 9:03 al 113 che ricevette una telefonata anonima che informava di una sparatoria avvenuta in via Mario Fani; la centrale operativa del 113 provvide quindi ad allertare subito la pattuglia del Commissariato di Monte Mario che era in sosta in via Bitossi. Gli agenti vennero avvertiti che «si sono uditi diversi colpi di arma da fuoco» in via Fani. Dalla documentazione della Questura risulta che già alle 9:05 arrivò la prima comunicazione degli agenti della pattuglia di Monte Mario che, giunti sul posto in via Fani, provvidero ad allontanare la folla che si era radunata, ispezionarono le auto con i colleghi morenti, raccolsero le prime notizie dalle persone presenti e richiesero di «inviare subito le autoambulanze, sono della scorta di Moro e hanno sequestrato l’onorevole» (Sergio Flamigni ritiene errata l’indicazione dell’ora presente nella documentazione della Questura: a suo parere sarebbe stato impossibile per gli agenti dell’autopattuglia in appena due minuti raggiungere via Fani ed espletare il primo sopralluogo. Egli ritiene che l’orario del rapporto nella fretta del momento non venne indicato nell’annotazione e probabilmente venne aggiunto in un secondo momento). Gli agenti riferirono anche che i malviventi si sarebbero allontanati su una Fiat 128 bianca con targa «Roma M53995»; i poliziotti della pattuglia diramarono anche l’informazione che i terroristi sarebbero stati quattro e avrebbero indossato «divise da marinai o da poliziotti».

Nel frattempo, dopo una seconda telefonata anonima, erano state messe in allarme e inviate in via Fani anche le volanti Beta 4, Zara, V12 e SM91: furono informati delle prime notizie la Questura, la Criminalpol, la Squadra mobile, la DIGOS e il Commissariato di Monte Mario. Nei minuti successivi, entro le ore 9:10, venne comunicato alle autoradio delle volanti dalla sala operativa della Questura di ricercare, oltre alla Fiat 128 bianca in cui erano stati segnalati quattro giovani a bordo, anche una auto Fiat 132 blu targata «Roma P79560» e una «moto Honda scura». Alle 9:15 la Questura comunicò la notizia dell’agguato di via Fani alla centrale operativa della Legione dei carabinieri di Roma. Alla stessa ora la centrale operativa registrò anche la comunicazione telefonica di Pino Rauti che, abitando in via Fani, ebbe modo di osservare da una finestra alcune fasi dell’agguato e comunicò subito di aver sentito raffiche di mitra, di aver visto due uomini vestiti da ufficiali dell’aeronautica e di aver osservato allontanarsi una Fiat 132 blu.

Le prime notizie raggiunsero il Ministero dell’Interno, comunicate dal questore di Roma Emanuele De Francesco che decise di recarsi subito in via Fani insieme al capo della DIGOS Domenico Spinella. Il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga fu informato alle 9:20 dal Capo della Polizia Giuseppe Parlato, mentre già in precedenza il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti aveva ricevuto la drammatica notizia nel corso della cerimonia di giuramento dei sottosegretari del suo nuovo Governo: il segretario della DC Benigno Zaccagnini seppe dell’accaduto sulle scale di Montecitorio dove si era recato per il previsto dibattito parlamentare.

Con il passare dei minuti un numero sempre più elevato di funzionari e dirigenti raggiunse via Fani: tra essi il comandante generale dei carabinieri, generale Pietro Corsini, il procuratore capo Giovanni De Matteo con tre sostituti procuratori, il capo della Squadra mobile Fernando Masone, il capo della Legione carabinieri di Roma, colonnello Enrico Coppola, i generali Giuseppe Siracusano e Mario De Sena, il capo della DIGOS Spinella. Nella zona c’era una crescente confusione, accorrevano sempre nuove autopattuglie a sirene spiegate, la gente era tenuta lontano con difficoltà, venivano diffuse notizie discordanti e inattendibili. In precedenza, fin dalle 9:30 il questore De Francesco si era recato in via Fani, seguito dal procuratore Luciano Infelisi: dopo pochi minuti giunse Eleonora Chiavarelli, moglie del presidente che, informata mentre teneva una lezione di catechismo nella chiesa di San Francesco, rimase sconvolta dalle notizie e poi dalla scena del delitto, manifestando i primi dubbi sulla vicenda. Il questore De Francesco cercò di tranquillizzare la donna e affermò che dalla metodica dell’agguato si poteva ragionevolmente essere sicuri che l’onorevole fosse ancora vivo.

La prima notizia dell’agguato raggiunse la nazione con i mezzi di comunicazione di massa alle ore 9:25 attraverso una edizione straordinaria del giornale radio del GR2. Il giornalista radiofonico Cesare Palandri parlò in tono emozionato di «drammatica notizia che ha dell’incredibile e che, anche se non ha trovato finora una conferma ufficiale, purtroppo sembra sia vera: il presidente della Democrazia cristiana, l’on. Aldo Moro, è stato rapito poco fa a Roma da un commando di terroristi. L’inaudito, ripetiamo, incredibile episodio è avvenuto davanti all’abitazione del parlamentare nella zona della Camilluccia». La scorta era composta da cinque agenti: «sarebbero tutti morti». Alle 9:31 anche il GR1 in edizione straordinaria comunicò che «il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro è stato rapito a Roma, stamane, all’uscita della sua abitazione. Gli uomini della scorta colpiti e uccisi, non si sa ancora se tutti, dal fuoco del commando».

Ore 9:30-12:45

Secondo la documentazione disponibile il primo posto di blocco organizzato dalla polizia venne attuato a partire dalle 9:24 nei pressi dello svincolo del Grande Raccordo Anulare di via Tiburtina, in un punto molto lontano dalla effettiva direzione seguita dai terroristi per la fuga; altri posti di blocco vennero ordinati dalle 9:25 in zona via TrionfalePineta Sacchetti; alle 9:33 è documentata l’entrata in funzione di un altro posto di blocco sulla via Cassia; alle 9:34 due elicotteri decollarono dall’aeroporto di Pratica di Mare per sorvolare la zona dell’agguato e controllare il traffico cittadino. Le disposizioni diramate agli uomini delle forze dell’ordine provenivano in modo confuso sia dalla polizia che dai carabinieri senza un effettivo coordinamento operativo centralizzato. Fin dalle 9:23 un’auto della polizia individuò la Fiat 132 targata «Roma P79560», abbandonata dai brigatisti in via Licinio Calvo.

Fu solo alle 9:45, circa quaranta minuti dopo l’agguato, che sistematici posti di blocco della polizia e dei carabinieri furono attivati sulle strade di accesso della città, nelle zone PrimavallePonte MilvioFlaminioAurelio, Monte Mario e sulle uscite del Grande Raccordo Anulare per le vie Nomentana e Flaminia. Nel frattempo sul luogo dell’agguato si verificò anche una temporanea interruzione delle linee telefoniche che in un primo momento venne spiegata con un’azione di sabotaggio delle stesse Brigate Rosse: solo in un secondo tempo i tecnici della SIP riferirono invece che i problemi dei collegamenti erano stati causati dal sovraccarico del traffico telefonico nella zona dopo l’attentato.

Alle 10:10 una telefonata anonima giunse al centralino dell’agenzia ANSA a Roma: il messaggio comunicato dallo sconosciuto riferiva seccamente che le Brigate Rosse avevano «sequestrato il presidente della Democrazia Cristiana, Moro, ed eliminato la sua guardia del corpo, teste di cuoio di Cossiga». L’agenzia ANSA, che quella mattina era in sciopero, si affrettò a interrompere l’agitazione sindacale in corso e a trasmettere alle ore 10:16 il comunicato dei brigatisti. Due minuti prima, alle 10:08, era già stato comunicato alla redazione milanese dell’ANSA da un’altra telefonata anonima che le Brigate Rosse avevano «portato l’attacco al cuore dello stato» e che «l’onorevole Moro è solo l’inizio», alle 10:13 giunse un messaggio simile anche alla redazione di Torino dell’ANSA.

Queste rivendicazioni e le notizie dell’attentato vennero ben presto diffuse anche dalle televisioni. Poco dopo le ore 10:00 Bruno Vespa aprì l’edizione straordinaria del TG1 e diede lettura del comunicato brigatista all’agenzia ANSA a Roma, e pochi minuti dopo Paolo Frajese tornò da via Fani con un drammatico servizio girato proprio sul luogo dell’agguato. Giuseppe Marrazzo per il TG2 intervistò i primi testimoni: una ragazza descrisse un uomo che «era un pochino più alto di Moro» e che «prendeva il rapito per il braccio», aggiungendo che i terroristi erano molto calmi, «non erano concitati, non correvano…», mentre un’altra donna aveva sentito forti grida «di tanti uomini e anche di una ragazza», e successivamente la voce di una persona anziana «che diceva “lasciatemi”, poi delle altre voci molto giovani».

La prima riunione a Palazzo Chigi tra i rappresentanti dei partiti principali con il Presidente del Consiglio Andreotti avvenne a partire dalle 10:20 con la presenza di Berlinguer, Zaccagnini, Bettino CraxiPier Luigi Romita e Ugo La Malfa, vi presero parte anche i rappresentanti sindacali Luciano LamaGiorgio Benvenuto e Luigi Macario. Nel frattempo si era diffusa nel Paese grande inquietudine e si erano verificati i primi scioperi spontanei di solidarietà democratica in fabbriche e uffici: alle 10:30 i tre maggiori sindacati italiani, CGILCISL e UIL, proclamarono uno sciopero generale dalle 11:00 a mezzanotte, mentre nelle fabbriche e negli uffici i lavoratori annunciarono scioperi spontanei, e migliaia di lavoratori andarono di loro iniziativa a presidiare le sedi dei partiti. Lo sciopero ebbe larga diffusione e alcuni milioni di lavoratori si riversarono nelle piazze, grandi manifestazioni ebbero luogo a BolognaMilanoNapoliFirenzePerugia e a Roma, dove 200.000 persone si raccolsero a piazza San Giovanni.

Tuttavia il 16 marzo ci fu chi brindò. Mario Ferrandi, militante di Prima Linea soprannominato «Coniglio», raccontò che quando si diffuse la notizia del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione della scorta (durante una manifestazione dei lavoratori dell’UNIDAL messi in cassa integrazione) ci fu un momento di stupore, seguito da uno di euforia e inquietudine perché c’era la sensazione che stesse accadendo qualcosa di talmente grosso che le cose non sarebbero state più le stesse, e ricordò che gli studenti presenti al corteo spesero i soldi della cassa del circolo giovanile per comprare lo spumante e brindare con i lavoratori della mensa.

Alle 11:30 il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga convocò al Viminale i Ministri della Difesa, Attilio Ruffini, delle Finanze, Franco Maria Malfatti, e di Grazia e Giustizia, Franco Bonifacio, insieme al sottosegretario agli Interni, ai capi dei servizi di sicurezza, e ai capi della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, per organizzare il comitato tecnico-operativo, la struttura preposta al coordinamento delle indagini, delle ricerche dell’ostaggio, oltre a decidere e attuare le misure destinate a controbattere l’offensiva terroristica. L’attività del Ministero dell’Interno era iniziata in precedenza con un grossolano errore: il capo dell’UCIGOSAntonio Fariello, aveva diramato a tutti gli organi dipendenti nazionali la disposizione di attuare il piano «Zero»; in realtà questo piano non esisteva e si riferiva a disposizioni di mobilitazione previste in casi di emergenza per la sola Provincia di Sassari. Solo alle ore 12:15 venne diramata alle questure la comunicazione che annullava la precedente disposizione sull’inesistente piano «Zero».

La polizia scientifica aveva cercato subito di raccogliere il maggior numero di elementi utili per le indagini e alle ore 10:00 era stata redatta un’accurata relazione della scena presente sul luogo dell’agguato con descrizione della posizione dei cadaveri. Vennero rinvenute sulla Fiat 130 un borsello con dentro una pistola sotto il sedile dove era seduto il maresciallo Leonardi e un’altra pistola carica nello spazio compreso tra i due sedili anteriori; anche sull’Alfetta venne trovata una pistola con il caricatore pieno e colpo in canna nella stessa posizione; nell’auto della scorta venne rilevato come la radioricetrasmittente fosse accesa con il ricevitore adagiato sul pianale dell’autoveicolo; tra i piedi dell’agente Rivera fu trovato un piccolo pacchetto contenente una bottiglia piena di caffè. Gli agenti descrissero inoltre lo stato delle auto con i segni dei proiettili sulle fiancate di sinistra, sui finestrini, sul lunotto e sul portabagagli dell’Alfetta. Si cercò di recuperare tutti i bossoli dei proiettili, ma la confusione e la presenza di curiosi non permisero una completa individuazione di ogni elementi di prova; alcuni reperti vennero calpestati o spostati anche a causa della leggera pendenza del piano stradale di via Fani, in discesa su via Stresa. Sul piano stradale vennero repertati un cappello dell’Alitalia, un caricatore per pistola mitragliatrice contenente ventidue cartucce e due borse di cuoio. Nella Fiat 130 furono recuperate due borse di Aldo Moro rimaste sui sedili posteriori e cinque giorni più tardi fu ritrovata un’altra borsa nel bagagliaio posteriore della stessa auto.

Alle 11:50 vennero comunicate le prime notizie riguardo alla targa «CD 19707» della Fiat 128 dei terroristi. Risultò che era stata assegnata molti anni prima all’ambasciata del Venezuela, la quale ne aveva denunciato il furto l’11 aprile 1973, ottenendone in sostituzione un’altra in plastica con la stessa numerazione.

Alle 12:36 i sanitari del Policlinico Gemelli comunicarono ufficialmente che anche il vicebrigadiere Francesco Zizzi, ricoverato in gravi condizioni dopo l’agguato, era morto per collasso cardiocircolatorio da shock emorragico a seguito di triplice ferita da arma da fuoco al torace.

Ore 12:45-23:00

Alle ore 12:45, dopo un iniziale rinvio, si aprì la seduta alla Camera dei deputati. Dopo un austero saluto del presidente Pietro Ingrao che espresse «lo sdegno per l’attacco infame allo stato democratico», prese la parola il Presidente del Consiglio Andreotti che illustrò sinteticamente il programma del suo governo dopo aver espresso la «volontà» dell’esecutivo «di rimuovere, nel limite delle umane possibilità, questi centri di distruzione del tessuto civile della nostra nazione».

Tra le forze politiche si manifestò smarrimento e grande turbamento e le reazioni dei principali esponenti dei partiti dimostrarono la profonda preoccupazione: Ugo La Malfa parlò di «stato di guerra» e di necessità di «misure eccezionali di guerra»; Giorgio Almirante arrivò al punto di richiedere la sostituzione del Ministro Cossiga con un militare, la promulgazione di una legge eccezionale e il ripristino della pena di morte, il Procuratore Capo della Repubblica Giovanni De Matteo propose di dichiarare lo stato di «pericolo pubblico». Altri uomini politici diedero invece grande importanza alla necessità di dare una risposta democratica al terrorismo; Francesco De Martino invitò a «non perdere la calma e mobilitare tutte le energie del Paese», Giovanni Malagodi richiese «coraggio e fermezza democratica»; Bettino Craxi parlò di «ferita della Repubblica» e di «temere che si diffonda una sorta di rassegnazione», Enrico Berlinguer vide nell’agguato di via Fani «un tentativo estremo di frenare un processo politico positivo» mentre Lucio Magri – come reazione alla strage – paventò l’emanazione di leggi liberticide sostenendo che eventuali provvedimenti in tal senso andavano «proprio sulla strada che la strategia dell’eversione vuole», e per combattere il terrorismo chiese al Paese un’autocritica e un impegno per affrontare i problemi che erano alla base della crisi economica e morale. Infine Benigno Zaccagnini, legato da sentimenti di fraterna amicizia con Aldo Moro, apparve sconvolto ed espresse solo «l’auspicio che possa essere messa in atto ogni azione capace di far fallire lo scopo di questa criminosa e criminale attività». Sandro Pertini, dopo aver parlato di «colpo al cuore della classe politica», propose di rinunciare alla discussione generale alla Camera e passare subito al voto di fiducia al nuovo Governo per dare un’immediata dimostrazione di solidarietà democratica.

Alle ore 20:35, dopo il discorso del Presidente del Consiglio Andreotti, interrotto a tratti dalle intemperanze soprattutto di alcuni deputati del MSI, fu votata la fiducia al nuovo governo con 545 voti favorevoli, 30 voti contrari e tre astenuti.

Nella popolazione le drammatiche notizie di via Fani provocarono in grande maggioranza paura e dolore: l’inquietudine e lo sgomento furono i sentimenti prevalenti, si assistette a un significativo riavvicinamento popolare alle istituzioni democratiche e predominarono fenomeni di ripulsa e totale rifiuto della violenza e della brutalità dimostrata dai terroristi.

Nella base comunista e operaia tuttavia non mancarono minoranze che manifestarono sentimenti di soddisfazione per l’attacco brigatista alla Democrazia Cristiana, mentre nel Movimento di estrema sinistra l’azione di via Fani fece grande impressione e favorì un notevole reclutamento di nuovi militanti decisi a passare alla lotta armata. Nell’ambiente studentesco ci furono anche reazioni di esultanza.

Nel complesso comunque la dirigenza del PCI seppe controllare la sua base popolare, impose la sua scelta della fermezza democratica e della piena collaborazione con la DC e seppe divenire «una delle dighe più efficaci contro il terrorismo».

Durante il resto della giornata del 16 marzo si susseguirono indiscrezioni e informazioni sulle prime indagini e sugli sviluppi della ricerca dei rapitori e dell’ostaggio. Vennero diramate dal sostituto procuratore Infelisi notizie completamente errate sul possibile impiego da parte dei terroristi di una pistola Nagant. Un’enorme quantità di segnalazioni da parte di cittadini fu registrata e controllata senza alcun risultato.

Il Ministero dell’Interno diffuse i nomi e le foto di diciannove presunti terroristi ricercati, probabilmente coinvolti. La lista presentava gravi errori e includeva anche criminali comuni, due persone già detenute e militanti di altri gruppi eversivi estranei ai fatti (uno di questi, Antonio Bellavita, risiedeva a Parigi da otto anni). Peraltro cinque persone incluse nella lista erano realmente responsabili dell’agguato di via Fani e del sequestro. Si trattava di brigatisti conosciuti e clandestini da anni: Mario MorettiLauro AzzoliniFranco BonisoliProspero Gallinari e Rocco Micaletto.

Alle ore 23:30 venne fermato, su disposizione del sostituto procuratore Infelisi, Gianfranco Moreno, dipendente di una banca, personaggio che si sarebbe ben presto rivelato completamente estraneo ai fatti.

In realtà, nonostante alcuni infortuni e una certa confusione, le autorità non erano state completamente inefficienti nelle prime, drammatiche ore dopo l’agguato. In particolare il dirigente della DIGOS Domenico Spinella aveva intrapreso le prime ricerche di elementi sospetti dell’estremismo romano di cui non si sapeva più nulla da anni. Tra il pomeriggio del 16 marzo e il mattino del 17 marzo, agenti di polizia si presentarono e sottoposero a perquisizioni le abitazioni ufficiali di Adriana Faranda e Valerio Morucci senza trovare traccia dei due, che erano effettivamente tra i principali responsabili del sequestro.

Nel frattempo alle ore 21:00 si era conclusa la seconda riunione del comitato tecnico-operativo presieduta dal Ministro Cossiga. In questa sede non erano emerse novità importanti, si era discusso soprattutto di intensificare i posti di blocco, di attivare contatti con i servizi segreti stranieri, di organizzare un piano di massicce perquisizioni alla ricerca della prigione dell’ostaggio, mentre si rinunciò invece a istituire una taglia sui rapitori.

Continuando a "navigare", presumo che tu sia d'accordo. Sei invitato a leggere la pagina di Privacy policy.
Utilizzo i cookie per aiutarti a vivere la migliore esperienza sul mio sito web.
Ok, accetto
We use cookies to help give you the best experience on our website.
By continuing without changing your cookie settings, we assume you agree to this. Please read our
Ok, I Agree
Iscriviti alla mia Newsletter
Ogni settimana riceverai gli ultimi articoli e le novità del mio blog nella tua casella email
Iscriviti ora!