SuperUrsula ordina: Passaporto vaccinale da giugno. Sicura sicura sicura?

“Il Digital Green Certificate mostrerà se una persona è stata vaccinata, se ha avuto un recente test negativo o se ha sviluppato gli anticorpi in seguito alla guarigione dal virus”. Lo ha annunciato, petto in fuori (si fa per dire) la presidente-padrona della Commissione Europea, “voglio-posso-comando” Ursula Von der Leyen, durante la conferenza stampa di ieri per presentare il nuovo progetto del certificato vaccinale. La proposta, che comunque dovrà ancora passare al vaglio del Consiglio Ue, dove solo a fine gennaio è stata sonoramente contestata e ampiamente bocciata, prevede addirittura un codice Quick Response e una firma digitale apposta dagli ospedali sulle certificazioni di vaccinazione, guarigione, sviluppo degli anticorpi al Covid-19 e negatività al test molecolare. Un processo di automatizzazione e sincronizzazione, insomma, che perlomeno in Italia minimo minimo porterà via un paio d’anni.

Ma lei, sull’onda del delirio d’onnipotenza che ormai la pervade, continua a imperterrita a farneticare, ben spalleggiata dai commissari Thierry Breton, per il Mercato Interno, e Didier Reynolds, per la Giustizia. Che però poi a loro volta, più prudentemente, aggiustano il tiro, precisando che gli Stati membri saranno liberi di utilizzarlo e implementarlo nella massima libertà (bontà loro), potranno decidere se includervi anche i vaccini non approvati dall’EMA, come il russo Sputnik V, il cinese Sinovac e chi più ne ha più ne metta. La Commissione Europea “si limiterà a fornire solo la cornice legale per renderlo valido”. Ed ecco che il delirio di onnipotenza torna ad aleggiare…

Lo scopo dichiarato è quello di assicurare, soprattutto alle porte della stagione turistica, che i cittadini possano muoversi in sicurezza sul territorio dell’Ue. Ma sotto sotto un passaporto sanitario incentiverebbe giocoforza ad aderire alla campagna vaccinale, giustificare così le montagne di denaro pubblico con cui sono state foraggiate, con esiti nient’affatto incoraggianti almeno dal punto di vista della tempistica, le Big Pharma.

In ogni caso la realizzazione di un patentino di immunità è assai complicata sia da un punto di vista normativo, che costituzionale ed etico. Vediamo perché.

In Italia già dalla scorsa estate è in corso una discussione sul passaporto sanitario (pensate: è già servito quasi un anno solo per parlarne) e in questi mesi sono emersi diversi aspetti critici. Nel nostro Paese, infatti, la vaccinazione contro il coronavirus non è obbligatoria (come peraltro nel resto d’Europa) e già solo per questa ragione, a livello giuridico, sarebbe complicato per non dire impossibile limitare la circolazione a chi non vi si è sottoposto. Ma non è tutto: sarebbe anche un atto discriminatorio, dal momento che c’è chi, ad esempio per problemi immunitari o di reazioni allergiche, non si può vaccinare.

Poi, le premesse su cui si basa l’idea di un patentino di immunità presentano falle e incongruenze anche dal punto di vista medico e scientifico.

Al momento, infatti, non ci sono ancora sufficienti evidenze scientifiche che provino che chi è stato vaccinato non possa comunque trasmettere il virus. Al di là delle differenti risposte immunitarie al vaccino anti-Covid (che comunque secondo gli studi presentati alle Agenzie del farmaco non garantisce un 100% di immunità, ma al massimo un 90%-95%), non è ancora affatto sicuro che i farmaci approvati finora siano anche  in grado di evitare la trasmissione dell’infezione, oltre a prevenire la malattia. In altre parole, non è ancora stato comprovato che chi è stato vaccinato non sia più in grado di contrarre il virus e, pur non sviluppando sintomi, contagiare altre persone. Senza parlare. poi, degli effetti collaterali, di cui solo l’imperatrice Ursula sembra non essere a conoscenza.

È quindi assolutamente sbagliato legare l’idea di un passaporto sanitario a quella del “liberi tutti”. E infatti la stessa Organizzazione mondiale della sanità ha sconsigliato misure di questo tipo. Nelle linee guida comunicate in seguito alla riunione dello scorso 15 gennaio ,gli esperti dell’Oms prescrivevano: “Al momento, non introdurre requisiti di prova della vaccinazione o immunità per i viaggi internazionali come condizione di ingresso, in quanto vi sono ancora delle incognite e delle criticità riguardo all’efficacia della vaccinazione nel ridurre la trasmissione del virus e la disponibilità limitata di vaccini. La prova della vaccinazione non dovrebbe esentare i viaggiatori internazionali dal rispettare altre misure di riduzione del rischio di viaggio”.

C’è poi un ultimo elemento che rende ancora più critico il progetto di passaporto vaccinale in Europa. Non tutti i Paesi dell’Ue stanno procedendo con la stessa velocità: gli Stati hanno capacità logistiche e infrastrutture diverse a disposizione per la campagna vaccinale e questo comporterebbe altre discriminazioni, stavolta tra chi è riuscito a vaccinare la popolazione in tempo per la stagione turistica e chi no. Inoltre, anche all’interno di uno stesso Stato si andrebbero a creare delle diseguaglianze. Per ragioni di età o di appartenenza a categorie considerate essenziali (quindi gli operatori della Sanità, ma anche tutti i lavoratori a contatto con il pubblico), alcune persone vengono vaccinate prima di altre: per l’estate (e, avanti di questo passo, anche dopo) è probabile che ancora moltissime persone non abbiano ricevuto il vaccino.

Introdurre un patentino di immunità adesso significherebbe, in ultima istanza, prolungare il lockdown per alcune fasce della popolazione o per alcuni Paesi in cui la campagna vaccinale è più lenta, dando invece il via libera alla circolazione di chi si è vaccinato, pur non sapendo se questa stia avvenendo a tutti gli effetti in sicurezza.

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