Dino Valle

1986 – Michele Sindona avvelenato nel supercarcere di Voghera

Michele Sindona (Patti8 maggio 1920 – Voghera22 marzo 1986) è stato un faccendierebanchiere e criminale italiano. E’ stato un membro della loggia P2 (tessera n. 0501) e ha avuto chiare associazioni con Cosa nostra e con la famiglia Gambino negli Stati Uniti. Coinvolto nell’affare Calvi, è mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli. Avvelenato da un caffè al cianuro di potassio il 20 marzo 1986 mentre era detenuto nel supercarcere di Voghera, morì all’ospedale della cittadina dell’Oltrepò dopo due giorni di coma profondo. La sua morte rimase un mistero. Alla metà degli anni ’70, aveva un patrimonio stimato in oltre mezzo miliardo di dollari dell’epoca.

Primi anni

Michele Sindona nacque a Patti, in provincia di Messina, nel 1920, figlio di un fioraio napoletano, specializzato nella confezione di corone mortuarie, e di una casalinga siciliana. Sindona studia dai gesuiti e, per potersi mantenere agli studi, lavora fin dall’età di 14 anni, dapprima come dattilografo, poi aiuto contabile, ed infine come impiegato all’ufficio imposte di Messina. Nel 1942 si laurea in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Messina, con una tesi su Il Principe di Niccolò Machiavelli. A Messina, lavora per un paio di anni nello studio di un avvocato.

Attività finanziaria

A guerra terminata, nel 1946 si trasferisce a Milano, aprendo uno studio di consulenza tributaria e diviene consulente legale di molte associazioni che ad esso facevano capo; inoltre esercita come commercialista per società quali la Società generale immobiliare e la Snia Viscosa, divenendo negli anni ’50 uno tra i commercialisti più ambiti. Si specializza in pianificazione fiscale acquisendo le conoscenze nell’esportazione dei capitali e nel funzionamento dei paradisi fiscali. A ciò si aggiungono la sua intelligenza e la spregiudicatezza nelle operazioni di borsa rivelatesi a lui favorevoli che gli permettono di accumulare una considerevole fortuna economica per la futura attività di banchiere.

Negli anni ’60, Sindona importa a Piazza Affari gli strumenti di Wall Streetofferte pubbliche di acquisto (OPA), conglomerateprivate equity. Diventa fiscalista e amico di Joe Adonis, legato a Lucky Luciano e alla famiglia Genovese, abitante a Milano in un attico di via Albricci dopo l’espulsione dagli Stati Uniti. Nel 1961 Sindona compra la sua prima banca, la Banca Privata Finanziaria, proseguendo poi con la sua holding lussemburghese Fasco a ulteriori acquisizioni. Nel 1967 l’Interpol statunitense segnala Sindona come implicato nel riciclaggio di denaro sporco proveniente dal traffico di stupefacenti, per via dei suoi legami con personaggi degli ambienti di Cosa nostra americana, tra cui Daniel Porco – membro del consiglio di amministrazione della Uranya, una delle tante aziende poi al centro di manovre finanziarie della Banca Privata a cavallo fra gli anni ’60 e ’70 – Ernest Gengarella e Ralph Vio, che erano suoi soci in società finanziarie e gli crearono numerose occasioni di investimento estero; le autorità italiane però risponderanno di non avere riscontri di attività illecite di Sindona.

Sindona entra inoltre tra le conoscenze del cardinale Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano e futuro papa Paolo VI. Nel 1969 inizia la sua associazione allo IOR, la banca vaticana entra nella Banca Privata Finanziaria di Michele Sindona; enormi somme vengono spostate dalla banca di Sindona verso banche svizzere. Sindona inizia a speculare su scala internazionale con le maggiori valute correnti, costituendo la società “Moneyrex SpA” (Euromarket Money Brokers) insieme al broker milanese Carlo Bordoni, che diverrà il suo braccio destro. Nel 1971 le sue fortune iniziano a rovesciarsi, a seguito del fallimento dell’OPA sulla Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali, ridenominata nel 1972 in Bastogi Finanziaria, come era già in precedenza comunemente chiamata, cui si era opposto Enrico Cuccia, fondatore di Mediobanca.

Secondo lo scrittore Nick Tosches questo fallimento mandò in frantumi il Grande Disegno che si attribuisce a Sindona e ai suoi alleati politici ed economici italiani e statunitensi, con una supposta benevolenza della Santa Sede: la nascita di un fronte compatto di finanza bianca, legato alla DC andreottiana, di Flaminio Piccoli e in parte di Amintore Fanfani, ai quali la finanza laica tradizionale italiana le era ostile, preferendo loro Mariano RumorEmilio Colombo e Ugo La Malfa. La cosiddetta Bastogi infatti controllava pacchetti azionari della Pesenti, della Pirelli, della Centrale e della SNIA. La Bastogi doveva essere fusa con la Centrale stessa, mentre Sindona tentava la scalata alla BNL e alla Italcementi, che a sua volta aveva il pacchetto azionario di maggioranza della stessa Bastogi, nonché il controllo della RAS e quote determinanti nel c.d.a. della Montedison di Eugenio Cefis. Se il piano fosse riuscito, Sindona avrebbe preso il posto di Cuccia, e la nuova Bastogi-Centrale quello di Mediobanca. Da questo momento in poi le vicende sindoniane sono anche conseguenza della faida politico-bancaria da lui innescata per conto terzi. Certamente questo progetto è il punto più elevato della sua strategia di finanziere.

Nel 1972 entra in possesso del pacchetto di controllo della Franklin National Bank di Long Island, nell’elenco delle prime venti banche statunitensi. Possiede inoltre partecipazioni in altre aziende, tra cui una banca d’investimenti in Italia in diretta concorrenza con Mediobanca. Le sue banche si associano ad altri istituti di credito, come la Finabank di Ginevra e la Continental Illinois di Chicago.

Nel 1974, Sindona viene salutato come “salvatore della lira” da Giulio Andreotti, e nominato “uomo dell’anno” dall’ambasciatore americano in Italia, John Volpe. Ma nell’aprile dello stesso anno, un crollo del mercato azionario porta al cosiddetto “crack Sindona” con il fallimento della Banca Privata Italiana. Anche i profitti della Franklin Bank crollano del 98% rispetto all’anno precedente e Sindona accusa un calo di 40 milioni di dollari, iniziando a perdere la maggior parte delle banche acquisite nei 17 anni precedenti. L’8 ottobre 1974 la Franklin National Bank viene dichiarata insolvente per frode e cattiva gestione, a causa delle speculazioni in valuta straniera e a una pessima politica di gestione dei prestiti.

Corruzione e bancarotta fraudolenta

Sindona passò dall’essere un mago della finanza internazionale a essere uno dei più grandi e potenti criminali. Nel 1974 la Giustizia americana avviò un procedimento giudiziario a carico di Sindona, del suo braccio destro Carlo Bordoni e di altri suoi collaboratori per il fallimento della Franklin Bank e, nello stesso periodo, la magistratura milanese avanzò formale richiesta di estradizione nei confronti di Sindona per la bancarotta della Banca Privata Italiana, ma gli Stati Uniti non vi diedero corso immediato e per vari anni l’immagine del latitante in libertà (viveva in un appartamento all’Hotel Pierre sulla Quinta strada a New York) dimostrò l’impotenza della giustizia italiana.

Già nel 1971 la Banca d’Italia, per mano del Banco di Roma, aveva iniziato a investigare sulle attività di Sindona: i motivi delle scelte dell’allora Governatore Guido Carli erano chiaramente tese a non provocare il panico nei correntisti. Nel tentativo di non fare fallire gli Istituti di credito gestiti da Sindona (Banca Unione e Banca Privata Finanziaria), il Banco di Roma accordò un prestito a Sindona; il suo amministratore delegato, Mario Barone, fu cooptato come terzo amministratore della Banca Privata Italiana (nata dalla fusione delle due banche sindoniane), mentre il direttore centrale del Banco di Roma, Giovanbattista Fignon, ne divenne vicepresidente e amministratore delegato. Fignon andò a Milano a ricoprire la carica e capì immediatamente la gravità della situazione. Stese numerose relazioni, capì le operazioni gravose messe in piedi da Sindona e dai suoi collaboratori tanto che ne ordinò l’immediata sospensione.

Dalle investigazioni degli ispettori della Banca d’Italia emersero contabilità in “nero” di rilevante importo, in aperta violazione delle leggi amministrative e contabili: si rilevò che numerosi enti di diritto pubblico o con funzione pubblica quali l’INPDAI, I’INA, l’INPS, l’INAIL, la Finmeccanica, l’Italcasse di Giuseppe Arcaini, la GESCAL di Franco Briatico, l’Ente Minerario Siciliano di Graziano Verzotto e molti altri affidavano i loro depositi alle banche di Sindona; dai tassi d’interesse in “nero” applicati a tali depositi scaturivano tangenti e provvigioni per corrompere amministratori e uomini politici; il fallimento della Banca Privata Italiana indusse la Banca d’Italia, nel 1974, a nominare un commissario liquidatore. Per il compito il governatore Carli scelse l’avvocato Giorgio Ambrosoli, che assunse la direzione della banca e si trovò ad esaminare tutta la trama delle articolatissime operazioni che il finanziere siciliano aveva intessuto, cominciando dalla società “Fasco“, l’interfaccia fra le attività palesi e quelle occulte del gruppo. Dall’analisi della documentazione acquisita dalla Banca d’Italia, Ambrosoli scoprì che il crack delle banche sindoniane era stato causato del meccanismo dei “depositi fiduciari” su cui si basavano le stesse: le banche trasferivano i loro fondi presso consociate estere (soprattutto la Finabank di Ginevra e la Amicor Bank di Zurigo) e poi li utilizzavano sottobanco per finanziare le altre società del gruppo Sindona.

Durante questa opera di controllo, Ambrosoli cominciò ad essere oggetto di pressioni e di tentativi di corruzione. Queste miravano sostanzialmente a ottenere l’approvazione di documenti comprovanti la buona fede di Sindona. Se si fosse raggiunto questo obiettivo, lo Stato Italiano, per mezzo della Banca d’Italia, avrebbe dovuto sanare gli ingenti scoperti dell’istituto di credito. Sindona, inoltre, avrebbe evitato ogni coinvolgimento penale e civile. Nonostante queste pressioni, Ambrosoli confermò la necessità di liquidare la banca e di riconoscere la responsabilità penale del banchiere.

Nel corso dell’indagine emerse, inoltre, la responsabilità di Sindona anche nei confronti della Franklin National Bank, le cui condizioni economiche erano ancora più precarie, e l’indagine vide dunque coinvolta anche l’FBI. Nel 1978 Carlo Bordoni fu arrestato in Venezuela (dove trascorreva la latitanza) ed estradato negli Stati Uniti, dove accettò di collaborare con la giustizia, diventando il principale teste d’accusa contro Sindona nel processo per il fallimento della Franklin Bank.

Secondo la commissione d’inchiesta del Senato degli Stati Uniti sul crack della Franklin Bank, attraverso una serie numerosissima di libretti al portatore, nel 1974 Sindona trasferì 2 miliardi di lire sulle casse della Democrazia Cristiana e parecchi milioni di lire transitarono attraverso la CIA, la Franklin Bank e il SID del generale Vito Miceli per finanziare la campagna elettorale di 21 politici italiani.

La loggia P2, la mafia e l’omicidio Ambrosoli

Nell’intervista resa a Nick Tosches, Sindona affermò che Licio Gelli (Gran Maestro della loggia massonica P2) gli fu presentato dal generale Vito Miceli nel 1974. Nel 1977 Sindona incontrò spesso Gelli per elaborare piani di salvataggio della Banca Privata Finanziaria; Gelli stesso interessò l’onorevole Giulio Andreotti, il quale gli riferì che “la cosa andava positivamente” ed incaricò informalmente il senatore Gaetano Stammati (affiliato alla loggia P2) e l’onorevole Franco Evangelisti di studiare il progetto di salvataggio della Banca Privata Italiana, il quale venne però rifiutato da Mario Sarcinelli, vice direttore generale della Banca d’Italia. Inoltre Sindona chiese denaro al banchiere Roberto Calvi per rimettere in piedi le sue banche ma, fallito questo tentativo, iniziò a ricattarlo attraverso le campagne di stampa del giornalista Luigi Cavallo, che mettevano in luce le attività illegali del Banco Ambrosiano diretto da Calvi.

In questi anni Sindona incanalava nelle sue società finanziarie gli investimenti del mafioso americano John Gambino; attraverso Sindona e Gambino, i boss Stefano BontateSalvatore Inzerillo e Rosario Spatola investivano il loro denaro sporco in società finanziarie e immobiliari estere: lo affermò nel corso del processo Andreotti, nell’udienza del 4 novembre 1996, il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia, secondo cui tutte le transazioni finanziarie che riguardavano il riciclaggio avvenivano in Florida e nell’isola di Aruba. Nella lunga intervista concessa al giornalista Nick Tosches, Sindona negò il suo ruolo di riciclatore della mafia: «Come sai le mie banche italiane erano istituti di prim’ordine con soci di prim’ordine. La Banca Privata Italiana era una banca dell’aristocrazia. La mafia invece si serve sempre di istituti e professionisti di second’ordine. (…) In Sicilia il Banco di Sicilia, a volte. A Milano una piccola banca in Piazza dei Mercanti (la Banca Rasini)».

Nel 1979 Ambrosoli ricevette una serie di telefonate intimidatorie anonime nelle quali il suo interlocutore veniva indicato da Ambrosoli con il termine convenzionale di “picciotto” per via del suo accento siciliano; l’autore delle telefonate anonime era il massone Giacomo Vitale, cognato del boss mafioso Stefano Bontate. L’11 luglio 1979 Ambrosoli venne ucciso con quattro colpi di pistola dal malavitoso americano William Joseph Aricò, che aveva ricevuto l’incarico da Sindona stesso attraverso il suo complice Robert Venetucci (un trafficante di eroina legato a Cosa nostra americana), mentre, nei pedinamenti ad Ambrosoli per preparare l’omicidio, Aricò era stato accompagnato da Giacomo Vitale, l’autore delle telefonate anonime; il delitto venne eseguito per rimuovere un ostacolo (ovvero Ambrosoli) alla realizzazione dei progetti di salvataggio delle banche, e per terrorizzare il presidente di Mediobanca Enrico Cuccia, oppositore del piano di salvataggio.

Rileva Nick Tosches che dal canto suo Sindona negò sempre di essere il mandante dell’omicidio, asserendo che esso, avvenuto al termine degli accertamenti, sarebbe stato per lui inutile e controproducente, mentre avrebbe tratto vantaggio da una disamina critica della deposizione di Ambrosoli e dei suoi accertamenti. Il banchiere additò nel suo collaboratore infedele Carlo Bordoni il vero mandante dell’omicidio, commesso per coprire le sue responsabilità nello storno di fondi sindoniani verso suoi conti personali dell’UBS e per ragioni personali di odio verso il suo vecchio superiore. L’avvocato di Sindona, Robert Costello, ottenne poi da George Gregory Korkola, detenuto del Green Haven Correctional Facility di Stormville a New York, una dichiarazione in cui attestava di aver saputo da Aricò stesso di essere stato l’assassino di Ambrosoli, ma che Sindona non c’entrava nulla, anche se – a suo avviso – quell’omicidio gli aveva fatto piacere. Lo stesso Aricò ammise la sua responsabilità e quella di Sindona dinanzi agli inquirenti americani il 16 luglio 1982 – con atti che furono poi utilizzati anche in Italia – ma poi fece sapere a Costello, tramite il proprio legale, di essere stato indotto a tali testimonianze. In un interrogatorio fattogli da Costello alla presenza del suo legale, Aricò dichiarò che Sindona non c’entrava nulla con il delitto Ambrosoli (giugno 1983). Tali testimonianze però non furono prese in considerazione dalla giustizia italiana.

Il finto sequestro

Nell’agosto 1979, mentre era indagato dalle autorità statunitensi, Sindona scomparve improvvisamente da New York e, servendosi di un passaporto falso, raggiunse Vienna accompagnato da Anthony Caruso, un piccolo funzionario della Barclays Bank, e Joseph Macaluso, un costruttore italoamericano; Sindona, dopo una sosta ad Atene, arrivò a Brindisi e da lì in automobile arrivò a Caltanissetta, venendo raggiunto in momenti diversi da Giacomo Vitale e da altri massoni, tra cui il suo medico di fiducia Joseph Miceli Crimi (affiliato alla loggia P2), che lo accompagnarono nel resto del viaggio. Il 17 agosto arrivò a Palermo e successivamente incontrò John Gambino, giunto da New York per seguire personalmente la vicenda: Sindona venne ospitato nella villa di Rosario Spatola a Torretta, in provincia di Palermo.

Lo scopo del viaggio di Sindona era quello di simulare un sequestro ad opera di un inesistente gruppo terroristico denominato “Comitato Proletario Eversivo per una Vita Migliore”, ma in realtà organizzato da John GambinoStefano Bontate e Salvatore Inzerillo, e doveva servire a fare arrivare velati avvisi ricattatori per portare a buon fine il salvataggio delle sue banche e quindi del denaro investito da Gambino e dagli altri mafiosi. Durante questo periodo Sindona mandò Miceli Crimi almeno due volte ad Arezzo per convincere Licio Gelli a fare pressioni ai suoi precedenti alleati politici, tra cui l’onorevole Giulio Andreotti, ed in cambio gli offrì la cosiddetta “lista dei cinquecento”, l’elenco di notabili che avevano esportato capitali illegalmente. I tentativi di pressione, però, fallirono. Seguirono alcuni tentativi d’intimidazione nei confronti di Enrico Cuccia, di cui si occupò John Gambino: nell’ottobre 1979 Cuccia ricevette numerose telefonate minatorie e il suo portone venne incendiato da due molotov. Infine, come tentativo estremo, nella villa di Torretta Sindona si fece addirittura sparare ad una gamba da Miceli Crimi sotto anestesia, al fine di rendere più veritiero il sequestro.

Inoltre Sindona aveva proposto a Stefano Bontate un piano separatista della Sicilia e l’affiliazione di alcuni mafiosi siciliani a una loggia massonica coperta, anche se la proposta non venne accolta positivamente da tutti i mafiosi. Il 16 ottobre 1979, dopo il fallimento dei vari tentativi di ricatto, Sindona “ricomparve” in una cabina telefonica di Manhattan, in condizioni fisiche conformi a quelle di un sequestrato, e si arrese alle autorità.

Le condanne

Nel 1980, Sindona venne condannato negli Stati Uniti per 65 accuse, tra cui frodespergiuro, false dichiarazioni bancarie ed appropriazione indebita di fondi bancari; la sua difesa era assicurata da uno dei principali avvocati americani, Ivan Fisher. Il tribunale federale di Manhattan, oltre alla pena detentiva per 25 anni di carcere, multò Sindona per 207.000 dollari.

Mentre si trovava nelle prigioni federali statunitensi, il governo italiano presentò agli U.S.A. domanda di estradizione perché Sindona potesse presenziare al processo per omicidio; stavolta la domanda fu accolta ed il 25 settembre 1984 Sindona rientrò in Italia e fu ristretto nel carcere di Voghera. Pochi giorni dopo Il Sole 24 Ore gli dedicò una pagina intera chiedendosi: “È pensabile che Sindona, il quale vive nel terrore di ricevere prima o poi un ‘caffè alla Pisciotta‘, si metta ora a raccontare qualche particolare inedito solo per porre in difficoltà qualcuno dei suoi più vecchi e altolocati amici? Tipo Andreotti, ad esempio. O qualche altro big della politica o di Cosa nostra. C’è da dubitarne”.

Il 16 marzo 1985 Sindona venne condannato a 12 anni di prigione per frode; il risarcimento dei danni sarebbe stato stabilito in sede civile: Sindona fu condannato a pagare subito una provvisionale di due miliardi di lire ai liquidatori della Banca Privata Finanziaria e ai piccoli azionisti costituitisi parte civile.

Il 18 marzo 1986 fu condannato all’ergastolo quale mandante dell’omicidio Ambrosoli.

Morte

Due giorni dopo la condanna all’ergastolo, Michele Sindona bevve un caffè al cianuro di potassio (probabilmente preparato dallo stesso Sindona) nel supercarcere di Voghera: morì all’ospedale di Voghera dopo due giorni di coma profondo, il 22 marzo 1986. Sindona era stato visitato in carcere da Carlo Rocchi che lo aveva rassicurato dell’aiuto degli americani per le sue vicende. La sua morte è stata archiviata come suicidio poiché il cianuro di potassio ha un odore particolarmente penetrante e quindi ne risulta difficile l’assunzione involontaria; il comportamento e i movimenti di Sindona stesso lo confermavano, facendo pensare a un tentativo di auto-avvelenamento per essere estradato negli Stati Uniti, con i quali l’Italia aveva un accordo sulla custodia di Sindona legato alla sua sicurezza e incolumità. Quindi un tentativo di avvelenamento lo avrebbe riportato al sicuro negli Stati Uniti.

Sindona fece di tutto per ottenere l’estradizione negli Stati Uniti e l’avvelenamento, secondo l’ipotesi più accreditata, fu l’ennesimo tentativo. Quella mattina andò a zuccherare il caffè in bagno e quando ricomparve davanti agli agenti della polizia penitenziaria gridò: «Mi hanno avvelenato!». Resta comunque plausibile l’ipotesi che la persona, fino a oggi ignota, che gli fornì il veleno, lo avesse manipolato in modo che lo portasse alla morte e non, come previsto, a un semplice malore, magari in accordo con chi lo avrebbe voluto togliere di mezzo.

Ha lasciato la moglie Caterina, due figli e una figlia.

Il giornalista e docente universitario Sergio Turone ipotizza che fu Andreotti a far pervenire la bustina di zucchero contenente il cianuro fatale a Sindona, facendo credere a quest’ultimo che il caffè avvelenato gli avrebbe causato solo un malore. Secondo Turone, il movente del presunto omicidio sarebbe stato il timore che Sindona rivelasse durante il processo d’appello segreti riguardanti i rapporti tra politici italiani, Cosa nostra, e la P2: «… fino alla sentenza del 18 marzo 1986 Sindona [aveva] sperato che il suo potente protettore [Andreotti] trovasse la via per salvarlo dall’ergastolo. Nel processo d’appello, non avendo più nulla da perdere, avrebbe detto cose che finora aveva taciuto».

Va tuttavia sottolineato che tale ipotesi non è stata suffragata da alcuna prova concreta che implichi in alcun modo Andreotti nella morte di Sindona. Ancora nel 2010, Giulio Andreotti riportava un giudizio positivo su Sindona: «Io cercavo di vedere con obiettività. Non sono mai stato sindoniano, non ho mai creduto che fosse il diavolo in persona. Il fatto che si occupasse sul piano internazionale dimostrava una competenza economico finanziaria che gli dava in mano una carta che altri non avevano. Se non c’erano motivi di ostilità, non si poteva che parlarne bene».

La tomba di Michele Sindona e famiglia è al Cimitero monumentale di Milano, la numero 430 del Circondante di Levante.

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