Dino Valle

Si può essere Santi senza l’aiuto degli Angeli?

Prosegue il botta e risposta con Don Marcello Stanzione, il maggior “angelologo” italiano (europeo? mondiale?)

Don Marcello, che rapporto c’è fra Angeli e Santi?

Il mondo dei Santi e quello angelico si intrecciano in continuazione. Nei primi secoli del cristianesimo, i primi Santi riconosciuti sono i martiri che versano il loro rosso sangue per testimoniare fedeltà a Cristo e Dio sostiene i Suoi eroi e invia i Suoi Angeli a sostenerli nella prova della persecuzione. Non solo: gli Angeli aiutano i Santi a diffondere la parola del Cristo, infondendo loro una straordinaria capacità di convincere e convertire alla fede cristiana persino i pagani più dotti e irriducibili.

Ma in seguito soprattutto San Francesco dimostra una grande devozione…

San Francesco d’Assisi nasce verso il 1182, e dopo una gioventù libertina, si converte alla fede e riceve addirittura da Dio le Stigmate. Il suo biografo, San Bonaventura da Bagnoregio, così descrive questo episodio cruciale della vita del Santo di Assisi: “Una mattina, verso la festa dell’Esaltazione della Croce, mentre pregava in un luogo appartato del monte, vide scendere dal cielo un Serafino con sei ali infuocate e risplendenti. Quando questi, con volo rapidissimo, giunse nell’area vicino al luogo dov’era l’uomo di Dio, tra le ali apparve l’immagine di un uomo crocifisso…Delle ali, due si alzavano sul capo, due si aprivano al volo e due ricoprivano tutto il corpo. A questa vista, il Santo rimase stupefatto, mentre il suo cuore fu preso da un sentimento misto di tristezza e di gaudio. Si rallegrava, infatti, dello sguardo pieno di grazie col quale si vedeva guardato da Cristo apparsogli sotto l’immagine di un Serafino; ma, a vederlo crocifisso, l’anima sua si sentiva trapassata dalla spada d’una dolorosa compassione. Era sommamente meravigliato per questa visione che gli sembrava incomprensibile, sapendo bene che il dolore della passione non si concilia in alcun modo con la beatitudine di un Serafino. Alla fine, però, il Signore gli fece comprendere che tale visione era stata offerta ai suoi occhi dalla Provvidenza Divina, affinché questo amico di Gesù Cristo fosse preavvertito che sarebbe stato totalmente trasformato per assomigliare a Cristo crocifisso, e non con il martirio della carne ma con incendio amoroso del suo spirito. Quando la visione scomparve, lasciò nel cuore di Francesco un meraviglioso fervore, ma anche nella carne di lui, erano rimasti impressi i segni non meno meravigliosi della passione di Cristo. Subito, infatti, cominciarono ad all’apparire nelle mani e nei piedi di lui i segni dei chiodi, come poco prima l’immagine dell’uomo crocifisso”.  San Francesco venera amorosamente gli Angeli e dice che devono essere invocati dovunque come compagni, e non meno invocati come custodi.

Don Marcello, se volessimo fare un breve excursus di Santi particolarmente devoti agli Angeli, con chi dovremmo partire?

Con Santa Cristiana, che nasce verso l’anno 1240 nel castello di Santa Croce sull’Arno (Pisa): giunta all’età di matrimonio, i fratelli le propongono dei partiti, ma lei rifiuta avendo già scelto il suo sposo: Gesù Cristo. In famiglia iniziano i litigi ed ella decide di andare a Lucca come domestica. Nelle sue intense preghiere riesce ad avere colloqui con Gesù Crocifisso ma il Demonio inizia a tentarla: Santa Cristiana invoca la protezione di San Michele che le appare e incatena Satana in modo che non la molesti più. Santa Cristiana, per ringraziare il Principe celeste, intraprende con delle amiche un pellegrinaggio sul Gargano: giunta in prossimità del promontorio del Gargano, viene importunata da uomini malvagi: San Michele, vestito da Diacono, la salva e la conduce al Monte Sant’Angelo. Santa Cristiana vola al cielo il 4 gennaio 1310.

Anche un grande della Chiesa, San Tommaso d’Aquino, ha un rapporto speciale con gli Angeli…

Sì, il massimo genio di tutti i tempi della teologia cattolica è talmente affascinato dal mondo angelico che i posteri lo definiranno ‘Doctor Angelicus’ Le attività degli Angeli sono infatti uno degli oggetti preferiti della contemplazione di San Tommasod’Aquino (1225-1274). Di lui viene tramandato un episodio che val la pena di ricordare: una donna perfida cerca di far crollare il suo voto di castità, Sant’Agostino chiede aiuto a Dio perché lo preservi, poi nel sonno vede due Angeli che gli stringono le reni con una cintura dicendogli che la sua preghiera è stata esaudita: il dolore che percepisce in quel momento è così vivo che emette grandi urla di sofferenza.

Chi andiamo a conoscere ora?

Santa Francesca Romana (1384-1440), la Santa più conosciuta e amata dai romani. Bella e intelligente, nata in una famiglia ricca, Francesca vorrebbe essere la sposa di Cristo, ma per obbedire al padre acconsente al matrimonio con un patrizio romano, e diventa madre e sposa esemplare. Per tutta la vita riesce a conciliare le cure familiari con la tensione mistica e spirituale: rimasta vedova, si dedica completamente alla vocazione religiosa. Francesca Roma è fondatrice delle Oblate di Maria, tuttora presenti nel monastero di Tor de’ Specchi, a pochi passi dal Teatro di Marcello a Roma. Tutta la vita di questa Santa è accompagnata da figure angeliche, in particolare da un Angelo che Francesca sente e vede accanto e sé. Il primo intervento dell’Angelo è del 1399: l’Angelo svolge funzioni di “bagnino” salvando Francesca e sua cognata Vannuzza che sono cadute in Tevere.  L’Angelo di Francesca si presenta sotto forma di bambino di dieci anni, con i capelli lunghi, gli occhi splendenti, vestito di una tunica bianca: l’Angelo è custode e guida di Francesca, ma se occorre è anche castigatore. Resta con lei per 24 anni, poi viene sostituito da un altro di gerarchia superiore, “assai più risplendente del primo”, che resta con lei fino alla morte. Gli affreschi del Quattrocento, opera della scuola di Antoniazzo Romano, che ornano la cappellina del monastero e che a più riprese mostrano la Santa in compagnia dell’Angelo, testimoniano di questa soprannaturale presenza accanto a Francesca, amatissima dal popolo di Roma per la straordinaria carità e le miracolose guarigioni che compie.

Gli Angeli prediligono le Sante?

No, non necessariamente. Ma è certamente un Angelo che sorregge Santa Giovanna D’Arco (1412-1431), patrona della Francia. Ella è una semplice ‘contadinella’ quando, ispirata da Dio, lascia la casa paterna per farsi guerriera e liberare la Francia dagli invasori inglesi. Accusata ingiustamente di eresia, muore martire sul rogo preparato per lei dai suoi stessi commilitoni cattolici. Santa Giovanna d’Arco fornisce ai giudici questa preziosa testimonianza di come gli Angeli le abbiamo affidato il compito di riscattare la sua patria e le guidano nelle azioni da compiere: “Quando avevo all’incirca tredici anni cominciai a udire la voce di Dio che mi guidava per la prima volta provai una grande paura. Sentii quella voce, durante l’estate, nel giardino di mio padre verso l’ora di mezzogiorno… Essa proveniva dal lato destro dov’era la chiesa e di rado la sentivo senza vedere anche un forte chiarore nella stessa direzione. Sentì poi la voce tre volte e compresi che si trattava della voce di un Angelo… La prima volta pensai che fosse l’Arcangelo Michele ed ebbi molta paura; successivamente lo vidi molte volte, prima di sapere che era proprio lui. Vidi l’Arcangelo e gli Angeli con questi miei occhi così come vedo voi. E quando si allontanarono da me piansi perché avrei voluto che mi portassero con loro…. Dissi alla voce che ero una povera ragazza e che non sapevo né cavalcare ne fare la guerra”.

E proseguiamo con…

Con San Francesco di Paola, nato in Calabria nel 1416, uno dei più giovani fondatori di ordini religiosi della storia. Ai suoi seguaci, gli eremiti di San Francesco d’Assisi o Minimi, lascia un eccezionale invito alla penitenza: un Angelo gli appare tenendo nelle mani uno scudo luminoso sul quale, a lettere d’oro, si legge la parola “Charitas”. Poco dopo avergli mostrato lo scudo, l’Angelo si ferma dinanzi a lui e mentre gli porge il simbolo misterioso gli dice: “Francesco, questo sarà lo stemma del tuo ordine”: quell’Angelo altri non è che l’Arcangelo Michele. Molto più “domestico”, invece, l’Angelo che aiuta San Giovanni Di Dio.

Perché domestico?

Giovanni Ciudad nasce in Portogallo l’8 marzo 1495, ma trascorre la sua giovinezza in Spagna. Nel 1538 si stabilisce a Granada, dove un giorno un misterioso bambino lo soprannomina “Giovanni di Dio” e così viene sempre chiamato in seguito. Sensibile alla sofferenza degli ammalati, affitta una casa che trasforma in ospedale. Per curare gli ammalati si mette a fare la questua esclamando: “Fate bene fratelli”. San Giovanni si raccomanda all’aiuto dell’Arcangelo Raffaele che invoca non solo come “Medicina di Dio”, ma anche come guida e sostegno. Un mattino si reca alla fontana per fare provvista d’acqua, cercando di fare in fretta per aver tempo di riordinare l’ospedale. Ma al suo ritorno, il lavoro è già stato fatto: la casa è pulita, i letti rifatti, i piatti e gli altri utensili lavati, puliti e sistemati; il pane tagliato, la carne e le verdure cotte. E quando Giovanni chiede chi abbia pulito, tutti gli rispondono che è stato lui stesso, allora Giovanni esclama: “Dio sia benedetto, miei fratelli, perché in verità, egli ama molto i poveri, perché manda i suoi Angeli stessi per servirli”. Ecco perché “domestico”!

Ci sono altri episodi analoghi nella vita di San Giovanni Di Dio?

Un’altra sera, Giovanni sta tornando a casa e s’imbatte in un povero che giace sfinito lungo la strada: senza esitare Giovanni se lo carica sulle spalle, ma poco dopo cade a terra stremato. Improvvisamente si presenta a lui un giovane dall’aspetto nobile che si offre di aiutarlo e di condurlo all’ospedale e gli dice: “Voi non avete ragione di prendervela con il vostro corpo; perché appesantirlo così? Appoggiatevi a me”. Giunti all’ospedale il giovane si manifesta nella sua vera natura: “Giovanni, io sono l’Arcangelo Raffaele. Dio mi ha incaricato di prendermi cura di te e di tutti quelli che serviranno con te i poveri. Io sono mandato da Lui per aiutarti nella tua caritatevole opera affinché tu sappia bene quanto è gradita al Signore l’opera da te intrapresa, Egli mi ha incaricato di tenere un fedele conto di tutte le tue azioni e di tutte le elemosine fatte. Ed anche io sono incaricato di proteggere e di conservare tutti coloro che favoriranno l’impresa che tu hai assunto in favore dei poveri”. Detto questo, sparisce.

Giovanni di Dio muore l’8 marzo 1550, viene sepolto nella Basilica di Granada e sopra la sua tomba veglia la statua dell’Arcangelo San Raffaele.

I pittori medievali spesso dipingono una Santa che incontra un Angelo: chi è?

È Santa Teresa d’Avila (1515-1582), lagrande riformatrice dell’Ordine Carmelitano, la prima donna a essere proclamata “Dottore della Chiesa”. Santa Teresa è la mistica che ha quel misterioso incontro tra un essere umano e un essere celeste che spesso è raffigurato appunto da pittori e scultori. Quello storico incontro viene reso famoso dal grande scultore Bernini che scolpisce la famosa “Estasi di Santa Teresa”. La mistica spagnola così descrive quell’incontro celestiale: “Vedevo vicino a me, sul lato sinistro, un Angelo con sembianze corporee. Era piccolo e molto bello; con il suo viso appassionato pareva essere tra i più elevati tra coloro che sembrano incendiati d’amore, che io chiamo Cherubini poiché non mi hanno mai rivelato il loro nome. Ma vedo chiaramente nel cielo una così grande differenza tra certi Angeli e altri che non saprei nemmeno spiegarla. Vedevo dunque l’Angelo che teneva in mano un lungo dardo in oro, la cui estremità di ferro pareva infuocata. Mi sembrava che lo conficcasse dritto nel mio cuore, fino a giungere alle viscere. Quando lo estrasse, si sarebbe detto che il ferro le avesse portate via con sé e mi lasciò tutta immersa in un infinito amore per Dio. Il dolore era così vivo che mi faceva emettere grida fortissime. Ma la soavità procuratami da quell’incomparabile tormento è così immensa che l’anima non poteva desiderarne la fine, né accontentarsi di altro al di fuori di Dio. Non è una sofferenza corporale, bensì spirituale… È uno scambio d’amore così dolce tra Dio e l’anima che subito il Signore di degnarsi, nella sua immensa bontà, di elargirne altrettanto a colori che presteranno fede alle mie parole”.

Torniamo ai grandi maestri della Chiesa. Che rapporto ha Sant’Ignazio di Loyola con gli Angeli?

Nel XVI secolo, Sant’Ignazio di Loyola(1491-1556), il fondatore della Compagnia di Gesù, parla degli Angeli nel suo famoso libro “Esercizi Spirituali” del 1535, dove fra l’altro scrive: “Prima regola: è proprio di Dio e degli Angeli conferire nei loro motivi vera letizia e gioia spirituale, togliendo ogni tristezza e ogni turbamento a cui induca il nemico”. L’Angelo è quindi per Sant’Ignazio il Messaggero della vera armonia, e quando entriamo in comunicazione con questo essere celeste, corpo e anima esultano e abbandonano qualsiasi legame insito nella fragilità della nostra condizione. Per Sant’Ignazio, a seconda della nostra intima disposizione ad accogliere l’Angelo, esso diventa consolatore o vendicatore: “A quelli che procedono di bene in meglio, l’Angelo Buono tocca l’animo in modo dolce, lieve e soave, come goccia d’acqua che entri in una spugna; e il cattivo gli tocca l’animo invece in modo pungente, e con rumore e disturbo, come quando la goccia d’acqua cade sulla pietra; e a quelli che procedono di male in peggio, i suddetti spiriti toccano l’animo in modo contrario essendo la disposizione dell’anima o contraria o simile a  tali Angeli, infatti, quando è contraria, essi entrano con strepito e facendosi sentire percettibilmente; mentre quando è simile, lo Spirito entra in silenzio come in casa sua a porte aperte”.

In effetti i Gesuiti hanno contribuito molto al culto degli Angeli Custodi… Ma ora di chi parliamo?

Vorrei parlare di San Francesco Saverio(1506-1552), che in procinto di andare in Giappone, scrive ai suoi confratelli missionari gesuiti di Goa in India: “Vivo nella grande speranza che Dio mi stia per concedere la grazia della conversione di questi paesi, poiché non fidando in me stesso, ho posto ogni mia fiducia in Gesù Cristo nella SS. Vergine Maria e in tutti i Nove Cori degli Angeli, fra i quali ho eletto per protettore il Principe e Campione della Chiesa militante San Michele; e non poco spero in quell’Arcangelo alla cui speciale cura è stato affidato questo gran regno del Giappone. Ogni giorno mi raccomando a questi in modo particolare e a tutti gli Angeli Custodi dei giapponesi”. Ma vorrei anche citare San Filippo Neri (1515-1595) che viene salvato dal suo Angelo Custode che lo solleva talmente in alto per evitare che il Santo, fondatore de preti dell’Oratorio, venga travolto da una carrozza trainata da quattro cavalli imbizzarriti in uno stretto vicolo di Roma. Un’altra volta San Filippo incontra un povero e sta per dargli tutte le poche monete di cui dispone, ma l’altro dice sorridendo: “Io volevo vedere solamente quello che tu sapevi fare” e scompare: il pezzente è il suo Angelo Custode che ha fatto ricorso a questo travestimento per fargli capire sempre più quanto la carità ai poveri sia gradita a Dio e ai suoi Angeli.

Da questi racconti comincia a emergere il ruolo dell’Angelo custode di cui parleremo più avanti…

Facciamoci allora aiutare da San Francesco di Sales (1567-1622) che scrive: “I nostri aiuti sono i nostri buoni Angeli visibili, come i nostri Santi Angeli Custodi sono quelli invisibili: i nostri aiuti fanno visibilmente ciò che i nostri buoni Angeli fanno interiormente; infatti ci avvertono dei nostri difetti, ci incoraggiano nelle nostre debolezze e pigrizie, ci incitano alla prosecuzione della nostra opera per giungere alla perfezione; con i loro buoni consigli ci impediscono di cadere, ci aiutano a rialzarci quando siamo caduti in qualche precipizio di imperfezione o difetto. Se siamo oppressi da qualche preoccupazione o ripugnanza, ci aiutano a sopportare con pazienza il nostro fardello, e pregano Dio che ci dia la forza di portarlo come ci capita, per ‘non soccombere alla tentazione”. Vedete dunque l’importanza che dobbiamo dare alla loro assistenza e alla sollecitudine che hanno per noi”.

Ci sono altri esempi da ricordare?

Sì, vorrei citare Santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690), appartenente all’ordine delle Visitantine, che ci racconta: “Avevo spesso il conforto di godere della presenza del mio fedele Angelo custode e di essere da lui ripresa e corretta. Una volta, essendomi voluta intromettere a parlare del matrimonio di una mia parente, egli mi fece capire che ciò era indegno di un’anima religiosa e me ne riprese severamente fino a dirmi che, semmai fossi tornata ad occuparmi di simili intrighi, egli mi avrebbe nascosto il suo volto”.  Ma anche San Gerardo Maiella(1726-1755) che a 8 anni si accosta con gli altri fedeli per ricevere la Santa Comunione ma viene respinto dal sacerdote perché a quei tempi la Comunione si riceve ad un’età maggiore. Confuso e afflitto, il piccolo Gerardo si mette a piangere, ma la notte seguente, per mano dell’Arcangelo Michele, il Signore si dona a lui nella Santa Comunione e Gerardo poi racconterà: “Ieri il prete non volle comunicarmi, ma questa notte sono stato comunicato dall’Arcangelo San Michele”.

Non solo Santi, ma anche i grandi mistici hanno avuto dagli Angeli un aiuto importante per le loro visioni, vero?

È il caso di Anna Katharina Emmerick (1774-1824), monaca agostiniana, stigmatizzata, beatificata nel 2003 da Giovanni Paolo II, che nasce e vive a Duelmen, un piccolo paese della Westfalia (Germania settentrionale). Costretta permanentemente a letto da innumerevoli gravi malattie, vive per anni senza mangiare e ha, per tutta la sua esistenza terrena, visioni della vita di Gesù e di Maria. Tali visioni vengono trascritte dal poeta Clemens Brentano, che rimane al suo capezzale per sei anni: diciassettemila pagine che, ampliando i Vangeli, narrano la vita e la passione di Gesù e la vita di Maria, sua Madre. Da queste, dopo la morte della monaca, sono stati ricavati libri che sono divenuti best-seller religiosi e hanno edificato e portato alla fede innumerevoli lettori. Tali visioni riguardano spesso gli Angeli che accompagnano la vita di Gesù e della Madonna e che la Emmerick vede dettagliatamente. Ecco come descrive l’Annunciazione: “Ho visto Maria col volto rivolto al cielo, intenta pregare…Ecco che alla sua destra, dal soffitto della stanza, scese una intensa luce e in quella luce io vidi un giovane splendente dai lunghi capelli biondi librarsi davanti a lei. Era l’arcangelo Gabriele. Egli le parlò, muovendo leggermente le braccia davanti a sé. Vidi le parole sotto forma di lettere luminose uscire dalla sua bocca, le lessi e le udii. Maria volse il capo verso destra, però non la vidi intimidita. L’angelo continuò a parlare a Maria, e lei alzò il velo, guardò l’angelo e rispose le sacre parole: ‘Ecco l’ancella del Signore, avvenga di me secondo la tua parola’… Subito dopo vidi l’angelo scomparire e Maria rimase in profonda estasi…”.

Arriviamo all’Ottocento…

Ci arriviamo con San Giovanni Bosco(1818-1888), il fondatore della Congregazione Salesiana, che ci lascia un opuscoletto popolare per diffondere il culto degli Spiriti Celesti intitolato “Il devoto dell’Angelo Custode” in cui afferma: “Un argomento che mostra l’eccellenza dell’uomo è certamente il fatto che egli ha un Angelo per custode … così fin dal primo istante che l’uomo compare nel mondo, egli l’assiste notte e giorno. Lo accompagna nel viaggio lungo le strade; lo difende dai pericoli, sia dell’anima che del corpo, l’avvisa di ciò che è bene perché lo segua”. E poi non posso tralasciare Santa Caterina Labourè(1806-1876), la suora della Carità di San Vincenzo De Paoli che promuove e diffonde la devozione alla medaglia miracolosa della Madonna di Rue du Bac: è la notte del 18 luglio 1830 e Suor Caterina riposa, quando si sente chiamare per ben tre volte da una voce. L’allora novizia sposta le tendine del suo letto e vede un bellissimo fanciullo vestito di bianco, la fronte aureolata di cerchi luminosi. Caterina subito comprende che questo bambino è il suo Angelo Custode e le dice: “Vieni in cappella, là ti attende la Beata Vergine. Io ti accompagno!”. Sono circa le 23.30: Suor Labourè segue il suo Angelo che l’accompagna per le stanze del monastero. Al suo passaggio lo Spirito Celeste diffonde intorno a sé raggi di luce; le porte si aprono appena le tocca con la punta del dito e le lampade si accendono automaticamente. Arrivati in cappella, la novizia va alla balaustra e in ginocchio incomincia a pregare mentre l’Angelo entra nel presbiterio e a mezzanotte le annuncia:” Ecco la Santa Vergine!”. La Madonna le parla a lungo della missione che la suora dovrà svolgere per la Gloria di Dio e poi scompare. Suor Caterina viene quindi accompagnata di nuovo dal suo Angelo Custode e ritorna in dormitorio.

Ci sono altre mistiche assistite dagli Angeli?

Sicuramente Santa Faustina Kowalska(1905-1938), l’apostola della Divina Misericordia. Particolarmente devota, come ogni polacco, di San Michele che racconta nel suo diario che un giorno, ricorrendone la festa, improvvisamente se lo trova accanto: “Il Signore mi ha raccomandato d’aver una cura particolare di te – le dice – poiché sei odiata dal maligno. Ma non temere. Chi è come Dio?”. e da quel giorno Faustina avverte sempre quella presenza che l’aiuta, la conforta e la difende.  Ma anche Teresa Neumann(1898-1962), un’altra grande mistica del nostro tempo. Nasce e vive nel paesino di Konnersreuth in Baviera, Di famiglia povera e di solida impostazione religiosa, Teresa vorrebbe farsi suora missionaria, ma glielo impedisce una grave malattia, conseguenza di un incidente che la rende cieca e paralizzata. Per anni rimane a letto, sopportando serenamente la propria infermità, ma guarisce all’improvviso, prima dalla cecità e poi dalla paralisi, per l’intervento di Santa Teresa di Lisieux, di cui la Neumann è devota, che le appare più volte annunciandole la prossima guarigione e il destino straordinario che l’attende. Infatti, ben presto cominciano quelle visioni della passione di Gesù che l’accompagnano poi per tutta la vita, ogni venerdì seguite poi dalle stigmate. Teresa avverte sempre meno il bisogno di nutrirsi e nel giro di poco tempo smette completamente di mangiare e bere: il suo digiuno totale, che dura ben 36 anni, viene certificato al di là di ogni dubbio da apposite commissioni stabilite dal vescovo di Ratisbona.

E che rapporto ha Teresa con il suo Angelo?

Stigmate, digiuno e visioni sono la caratteristica costante della vita di Teresa. Le visioni riguardano sia la passione e morte di Gesù, sia episodi della vita della Vergine e del Santi, ma più di una volta hanno per oggetto il mondo angelico: gli Angeli di cui parla la Bibbia e l’Angelo custode. Del proprio Angelo custode Teresa percepisce la presenza: lo vede alla propria destra, come “uomo luminoso”, e vede anche l’Angelo dei suoi visitatori. Teresa ritiene che il suo Angelo la protegga dal Demonio, la sostituisca nei casi di bilocazione (viene vista spesso in due luoghi contemporaneamente), l’aiuti nelle difficoltà.

E arrivando al secolo scorso, chi dobbiamo ricordare?

Innanzitutto, San Josémaria Escrivà de Balaguer, il fondatore dell’Opus Dei. Nato a Barbastro, in Spagna, il 9 gennaio 1902 in una famiglia profondamente religiosa, all’età di 13 anni si trasferisce a Logroño per lavorare nell’impresa del padre, ma la sua vita ha una svolta: dopo aver visto sulla neve le orme dei piedi nudi di un carmelitano scalzo, intuisce che Dio vuole qualcosa da lui: Il 28 marzo 1925 viene ordinato sacerdote e, dopo aver fatto il parroco in campagna e poi a Saragozza si trasferisce a Madrid: “Il 2 ottobre 1928, festa dei Santi Angeli custodi – ricorda Mons. Escrivà – il Signore volle che venisse alla luce l’Opus Dei, una mobilitazione di cristiani disposti a sacrificarsi con gioia per gli altri, a rendere divini tutti i cammini umani della terra, santificando ogni lavoro retto, ogni lavoro onesto, ogni occupazione terrena”.  Da quel momento don José si dedica anima e corpo al compito dell’Opus Dei: far sì che uomini e donne di tutti gli ambienti sociali si impegnino a seguire Cristo, amare il prossimo e cercare la santità nella vita quotidiana.  Josémaria Escrivà ha una fede enorme nel suo Angelo Custode, che gli rende immensi servizi, tra cui quello di salvargli la vita: viene aggredito da uno sconosciuto, in pieno giorno, ma subito è liberato da un ragazzo, altrettanto sconosciuto, che gli mormora in un orecchio “Asinello, asinello”. Solo Dio e il suo confessore conoscono questo modo che egli ha di designare se stesso nella sua preghiera. Josemaria attribuisce questo attacco a un’azione diabolica, e la difesa al suo Angelo custode.

Don Marcello, non possiamo certo scordare il rapporto speciale di Padre Pio con il suo Angelo!

La presenza dell’Angelo Custode nella vita di Padre Pio da Pietrelcina (1887-1968) viene segnalata già da quando è un giovane sacerdote: il cappuccino non chiude mai la porta di casa ogni volta che esce e a chi lo rimprovera risponde: “C’è l’Angiolino che mi fa la guardia alla casa”. “Che l’Angelo ti accompagni”, spesso augura al pellegrino in procinto di lasciare il convento, e un’altra espressione angelica che pure ricorra frequentemente sulle sue labbra è: “Che l’Angelo di Dio ti sia luce, aiuto, forza, conforto e guida”.

Aveva una devozione verso un Angelo in particolare?

La devozione di Padre Pio nei riguardi dell’Arcangelo San Michele è documentata sia dal suo Epistolario che da numerose testimonianze e ricordi dei suoi fedeli e figli spirituali: sul rapporto di Padre Pio con gli Angeli, in modo particolare sulla funzione degli Angeli custodi sono stati scritti diversi libri, invece, sulla devozione del Santo verso l’Arcangelo Principe è stato scritto molto poco. Innanzitutto, Padre Pio è un cappuccino cioè un seguace di San Francesco d’Assisi e il Poverello d’Assisi ha un grande amore per San Michele, come abbiamo visto, e non a caso riceve le stigmate durante la quaresima in onore dell’Arcangelo: anche Padre Pio riceve le stimmate come San Francesco e sul crocifisso davanti al quale avviene il miracolo, il 20 settembre 1918, è raffigurato proprio San Michele.

Quindi una devozione, per così dire, “ambientale”?

La provincia cappuccina di Foggia sceglie come suo protettore San Michele e Santuario del Gargano dista solo 25 chilometri da San Giovanni Rotondo. I figli spirituali di Padre Pio, conoscendo il suo grande amore per San Michele, vorranno poi che l’immagine dell’Arcangelo, mentre trafigge il dragone infernale, campeggi sopra il monumento di Padre Pio al primo ripiano dell’ingresso centrale della Casa Sollievo della Sofferenza.

Padre Pio frequenta il Santuario di San Michele?

Padre Pio va ufficialmente una volta sola al santuario di San Michele. Ne parla in una lettera: “Devo rinfrancarmi dello strapazzo preso per la gita fatta ieri a Monte Sant’Angelo per visitare San Michele”. Di quella visita ci parla meglio lo storico Gherardo Leone: “Padre Pio fece il viaggio il 1° luglio 1917 su un carretto scoperto, come si usava a quel tempo, assieme a quattordici fratini del Collegio di San Giovanni Rotondo. Quel giorno faceva molto freddo. Padre pio ne soffrì molto dal punto di visita fisico, anche perché era partito da San Giovanni Rotondo nel cuore della notte. Entrando nel Santuario che si trova all’interno di una grotta, padre Pio prese un raffreddore per l’umidità che era molto intensa. Prima della celebrazione della Messa si raccolse in preghiera per tre quarti d’ora, poi iniziò il rito religioso davanti all’altare dell’Arcangelo. Nell’offrire il sacrificio nel luogo consacrato a San Michele Arcangelo si commosse profondamente. Dopo la celebrazione, si trattenne per altri tre quarti d’ora. Era pallidissimo e tremava per il freddo: erano tre ore che stava in quella grotta umidissima e gelida. A un certo punto due fedeli, presenti nel santuario, vedendolo in quello stato, lo sollecitarono ad andare in una casa vicina, per consumare una colazione calda. Nella grotta di San Michele – scrive Gherardo Leone – in quel momento di grande intensità spirituale, nella penombra della grotta arcangelica, Padre Pio prese piena coscienza della sua missione religiosa ed ebbe anche il presentimento di quanto il Signore gli stava riservando”.

L’anno seguente è un anno cruciale per frate di Pietrelcina…

Il 1918 è in effetti per Padre Pio un anno pieno di eventi straordinari a cominciare dalla “tranverbazione” ovvero la straziante lacerazione delle parti più intime della sua anima per opera di un misterioso dardo di fuoco, passando per la “stimmatizzazione” cioè l’apparizione sul suo corpo delle stesse ferite portate da Cristo sulla croce e infine la “transfissione” vale a dire lo squarcio del cuore e del costato operato da una lancia. Tutte queste tre prove sono precedute dall’apparizione di quello che Padre Pio definisce un “misterioso personaggio”. Chi è? Il frate non lo rivela ma alcuni studiosi sono convinti che sia proprio San Michele, l’Angelo inviato da Dio a coloro che devono realizzare una missione difficile.

Ma perché Padre Pio non torna mai al Santuario di San Michele?

Don Giuseppe Tomaselli, un sacerdote vicino a San Pio, ci racconta un episodio curioso: “Un gruppo di persone di Tortoreto Lido, in provincia di Teramo, avendo sentito parlare di Padre Pio decise di recarsi in treno a San Giovanni Rotondo per conoscerlo. In treno incontrarono un prelato che chiese loro dove erano diretti: ‘Andiamo a San Giovanni Rotondo, rispose uno, pare che lì ci sia un frate che fa miracoli’. ‘Ma chi è questo frate?’, chiese il prelato. ‘Andate piuttosto al santuario di Monte Sant’Angelo. Lì c’è veramente uno che fa miracoli: San Michele Arcangelo’. Una volta scesi dal treno questi devoti rimasero disorientati se andare a San Giovanni o a Monte Sant’Angelo. Alla fine in essi prevalse il proposito di recarsi da Padre Pio. Il frate li ricevette e, durante il colloquio, iniziò a comportarsi in maniera strana: apriva e chiudeva un cassetto, senza un motivo valido. Quel cassetto, infatti era vuoto, si vedeva benissimo. Al termine della visita, prima di salutare gli ospiti, Padre Pio estrasse da quel cassetto diverse immagini raffiguranti l’Arcangelo di Monte Sant’Angelo e li consegnò a ognuno dei fedeli. La sorpresa fu grande quando Padre Pio, dopo aver distribuito i santini, se ne uscì con questa frase: “Così potrete dire di essere stati al santuario di San Michele”. Tutti si convinsero – conclude don Tomaselli – che nello stesso momento in cui parlava con loro si fosse recato in bilocazione nel santuario. Non a caso Padre Pio ripeteva spesso ai suoi devoti: “Io alla grotta santa di Monte Sant’Angelo ci vado sempre”.

San Pio fa di tutto per diffondere la devozione a San Michele?

Rinnovare il culto dell’Arcangelo è per lui un dovere morale. Scrive Mons. Del Ton: “La notte dell’11 novembre del 1956 mi trovavo a Pompei e feci un sogno che non dimenticherò mai. Mi apparve Padre Pio benedicendomi: ‘Devi fare qualcosa per il bene della Chiesa e per la letizia del popolo. Fai qualcosa per rinnovare la devozione a San Michele. Datti da fare insieme ad altri uomini di intelligenza e di tempra ascetica’. Quel sogno aveva un valore profetico. Negli anni successivi una serie di circostanze mi portarono a organizzare insieme con altre persone un’associazione culturale che si propone di dare nuovo vigore al culto di san Michele Arcangelo. La chiamammo Milizia di San Michele Arcangelo. Quest’associazione si trova nella Cappella del monastero dei canonici Regolari a Tor Lupara, presso Roma”.

Don Marcello, conoscendo la violenza esercitata dal Demonio su Padre Pio, potremmo definire il corpo di Padre Pio come un campo di battaglia?

Un campo di battaglia sul quale Angeli e Demoni si sono affrontati con ogni mezzo, per la salvezza o la dannazione non soltanto del Cappuccino, ma anche dei suoi figli spirituali. Una lotta senza esclusione di colpi, cominciata sin dai primi giorni di vita del piccolo Francesco Forgione, secondo quanto ha testimoniato un’anima eletta che ebbe una stupefacente visione durante un pellegrinaggio alla Grotta di San Michele a Monte Sant’Angelo. A Padre Mariano Paladino, che fu uno degli infermieri di Padre Pio, quella persona raccontò di aver visto il piccolo Francesco adagiato in una culla e protetto dalle ali dell’Arcangelo. Pensando che potesse essersi trattato di una allucinazione, Padre Mariano raccontò l’episodio al santo cappuccino e ne ricevette immediatamente una risposta netta: “Guai a me se non ci fosse stato San Michele: a quest’ora avreste visto Padre Pio sotto i piedi di Lucifero”.

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