Chi sono i latitanti più ricercati e pericolosi d’Italia

In Italia, l’elenco dei latitanti di massima pericolosità è una lista redatta dal Gruppo integrato interforze per la ricerca dei latitanti più pericolosi (GIIRL) della Direzione centrale della polizia criminale nell’ambito del Programma speciale di ricerca e include i criminali considerati di estrema pericolosità.

Di essi viene fornita, oltre a una foto segnaletica e alle generalità (nome, cognome, data e luogo di nascita), anche una generica indicazione dei reati per cui sono ricercati, con l’anno a partire dal quale si sono iniziate le ricerche. La lista, concepita e messa in opera a partire dal luglio 1992, ha annoverato stabilmente 30 latitanti fino al 2009: infatti, quando un latitante veniva catturato e, quindi, rimosso dalla lista veniva automaticamente sostituito con un altro criminale ancora ricercato, che proveniva da una lista “cadetta” di 100 nominativi.

Come si legge dalla presentazione della lista nel sito internet che la ospita, «L’iniziativa è volta a stimolare lo spirito di collaborazione della collettività con le Forze di Polizia nel settore della ricerca di pericolosi malviventi.

Alla data del 22 gennaio 2021, l’elenco, suddiviso per organizzazioni criminali di appartenenza, è così composto:

Rocco Morabito (‘ndrangheta)

Rocco Morabito (Africo13 ottobre 1966), detto ‘u tamunga perché proprietario di una Auto Munga, è un parente di Giuseppe Morabito (col cui omonimo figlio non va confuso), boss appartenente a una delle più potenti ‘ndrine della Locridequella dei Morabito.

Nel 1988, a 22 anni, mentre frequentava l’Università di Messina, fu arrestato dalla Procura di Messina, insieme a Bruno Criaco e Annunziato Zavettieri, per minacce rivolte a un docente universitario. Nel 1989 viene assassinato ad Africo suo fratello Leo Morabito. In quell’anno viene identificato a Sessa Aurunca, nell’abitazione di Alberto Beneduce, detto A cocainacamorrista narcotrafficante.

Nel 1991, a 25 anni, si sposta a Milano, in via Bordighera, dove ancora oggi risulta residente, anche se viveva a Casarile (in provincia di Milano). A quei tempi frequentava suo zio Domenico Mollica, anch’esso affiliato alla ‘ndrangheta e già ai tempi ricercato dalle forze dell’ordine. Il 15 marzo 1994 viene fotografato dalle forze dell’ordine a Milano insieme allo zio Domenico Mollica mentre incontrano dei narcotrafficanti colombiani.

Nel 1994 con l’operazione Fortaleza viene condannato a 30 anni di carcere per associazione di tipo mafioso e traffico di droga ed il 10 febbraio 1995 è stato inserito nell’elenco dei latitanti più pericolosi d’Italia. Il 15 luglio 1992 tentò il trasporto di 592 chili di cocaina dal Brasile, in cui si trovava Francesco Sculli insieme al giordano Waleed Issa Khamayis verso l’Italia, mentre nel 1993 organizzò un trasporto di 693 chili. Nel frattempo la sua villetta a Casarile, sottoposta a sequestro giudiziario, diventò una biblioteca comunale mentre ad Africo gli venne sequestrata un’altra villa in attesa di destinazione d’uso.

Dal 2001 prosegue la sua latitanza in Uruguay, tra Montevideo e Punta del Este, dove vive con passaporto brasiliano sotto il falso nome di “Francisco Antonio Capeletto Souza.

Dopo 23 anni di latitanza, è stato catturato a Montevideo il 4 settembre 2017 in un’operazione eseguita dalla polizia uruguagia insieme ad un esperto per la Sicurezza del Dipartimento della Pubblica Sicurezza di Buenos Aires. Grazie alla banca dati dell’Interpol in cui sono stati incrociati i dati dello SCIP (Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia del Dipartimento della Pubblica Sicurezza) e della polizia brasiliana, si riscontra che il soggetto era sotto un mandato d’arresto internazionale emesso dalla Procura di Reggio Calabria. Il 29 marzo 2019 il tribunale di appello in Uruguay autorizza l’estradizione per l’Italia.

Evade il 24 giugno 2019 insieme ad altri tre detenuti (Leonardo Abel Sinopoli Azcoaga, Matias Sebastián Acosta González e Bruno Ezequiel Díaz) dalla terrazza del carcere “Central” di Montevideo. Il 30 novembre 2019 con l’operazione Magma si scopre che forse a riuscire a far evadere Rocco Morabito sono stati membri dei Bellocco residenti tra Buenos Aires e Montevideo.


Francesco Pelle (‘ndrangheta)

Francesco Pelle (Locri4 febbraio 1977) è un mafioso italiano detto Ciccio Pakistan, appartenente alla ‘Ndrangheta e all’omonima ‘ndrina dei Pelle. Pelle è considerato tra i latitanti più pericolosi e ricercati in Italia.

Figlio di Domenico Pelle detto Micu ‘U Mata, secondo gli inquirenti, Ciccio Pakistan è stato protagonista nella Faida di San Luca, la guerra tra i Pelle-Vottari contro i Nirta-Strangio. Pelle è accusato di aver ordinato l’omicidio di Giovanni Luca Nirta, capo della ‘ndrina rivale, il quale sopravvisse all’attentato, nel corso del quale perse però la vita Maria Strangio, moglie di Nirta, caduta sotto i colpi dei killer dei Pelle-Vottari. Si tratterebbe di una risposta all’agguato, avvenuto pochi mesi prima, il giorno della nascita di suo figlio, a causa del quale è ridotto in sedia a rotelle per un colpo alla schiena. La vendetta dei Nirta è arrivata nel 2007, la strage di Duisburg, dove sei persone ritenute vicine ai Pelle sono state uccise.

Nel 2008, Pelle è stato arrestato in un ospedale di Pavia. E nel 2014, è stato condannato all’ergastolo. Nel 2018, Ciccio Pakistan è uscito dal carcere ed è stato sottoposto all’obbligo di dimora a Milano in attesa della sentenza, però in seguito alla conferma dell’ergastolo diventa nuovamente latitante.


Renato Cinquegranella (Camorra)

Renato Cinquegranella (Napoli15 maggio 1949) è un mafioso italiano, appartenente alla Camorra.

Negli anni 1980 Renato Cinquegranella è stato legato alla Nuova Famiglia e, secondo gli inquirenti, sarebbe coinvolto nell’omicidio di Giacomo Frattini, detto ‘Bambulella’, giovane affiliato della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, torturato, ucciso e fatto a pezzi, il 21 gennaio 1982, per vendicare l’omicidio in carcere di un fedelissimo dell’allora boss di SecondiglianoAniello La Monica. Il corpo di Bambulella fu trovato avvolto in un lenzuolo nel bagagliaio di un’auto, mentre la testa, le mani e il cuore furono trovati chiusi in due sacchetti di plastica all’interno dell’auto. Nel maggio 2014 la Cassazione conferma l’ergastolo per Cinquegranella ed altri camorristi.

Secondo gli inquirenti, Renato Cinquegranella sarebbe coinvolto anche in un altro delitto, quello dell’omicidio del capo della Mobile Antonio Ammaturo e del suo autista Pasquale Paola, il 15 luglio 1982, per mano delle Brigate Rosse, gli autori del fatto risultarono implicati anche nel sequestro Cirillo. Infatti, Cinguegranella avrebbe dato ospitalità ad alcuni di loro nella sua villa di Castel Volturno.

Ricercato per associazione a delinquere di tipo mafioso, concorso in omicidio, detenzione e porto illegale di armi e estorsione, di Cinquegranella si sono perse le tracce dal 2002.

Dal 7 dicembre 2018 sono state diramate le ricerche in campo internazionale, per arresto ai fini estradizionali.


Attilio Cubeddu (Anonima sequestri)

Attilio Cubeddu (Arzana2 marzo 1947) è un criminale italiano, che fece parte dell’Anonima sequestri.

Noto fin da giovanissimo alle forze dell’ordine per i suoi numerosi precedenti penali, prese parte ai sequestri Rangoni Machiavelli e Bauer in Emilia-Romagna, messi a segno entrambi nel 1983, e al sequestro Peruzzi, messo a segno in Toscana nel 1981, e si diede alla latitanza. Arrestato nell’aprile del 1984 a Riccione, fu condannato a 30 anni di carcere.

In carcere si comportò da detenuto modello, riuscendo a ottenere numerosi permessi premio; durante uno di questi permessi, concessogli nel gennaio del 1997 con rientro previsto per il 7 febbraio, non tornò però al carcere di Badu ‘e Carros di Nuoro e si diede alla latitanza, rimanendo coinvolto nel sequestro di Giuseppe Soffiantini (fu il custode dell’ostaggio) e nell’omicidio del poliziotto dei Nocs Samuele Donatoni, reati per i quali è stato condannato a 30 anni per il primo, ma assolto in via definitiva nel dicembre 2017 per il secondo. Venne fortemente sospettato (anche se mai formalmente incriminato) anche per il sequestro di Silvia Melis, rapita a Tortolì, in Ogliastra, nel 1997.

Dal 1998 è ricercato in campo internazionale, anche se all’epoca si fece strada l’ipotesi che fosse morto, forse ucciso da Giovanni Farina, un suo complice, per non dividere il denaro del riscatto per il Sequestro Soffiantini.

Nel 2012 il procuratore Domenico Fiordalisi ha riaperto le indagini sul latitante Cubeddu, convinto che in realtà non sia morto e si nasconda insieme alla famiglia nel suo territorio, l’Ogliastra, protetto da molti fiancheggiatori.


Matteo Messina Denaro (Cosa nostra)

Matteo Messina Denaro (Castelvetrano26 aprile 1962) è un mafioso italiano, legato a Cosa nostra, considerato tra i latitanti più pericolosi e ricercati al mondo.

Capo del mandamento di Castelvetrano e rappresentante indiscusso della mafia in provincia di Trapani, risulta essere attualmente uno dei boss più potenti di tutta Cosa nostra, arrivando a esercitare il proprio potere ben oltre i confini della propria provincia, come in quelle di Agrigento e addirittura Palermo. Per quanto tradizionalmente il potere assoluto sull’intera organizzazione non possa essere concentrato nelle mani di un padrino estraneo a Palermo, e sebbene dopo la morte di Salvatore Riina non vi siano più state prove di un’organizzazione piramidale di Cosa nostra, alcuni inquirenti si sono esplicitamente riferiti al latitante castelvetranese come all’attuale capo assoluto. Altre fonti più realistiche, vedono il boss ormai esclusivamente alle prese con la propria latitanza, forse anche lontano dalla Sicilia, formalmente solo con il ruolo di referente mafioso della provincia di Trapani ma senza un ruolo attivo all’interno di Cosa Nostra. Era soprannominato ‘U siccu («il magro»), a causa della sua costituzione fisica, o anche Diabolik.

Messina Denaro è figlio di Francesco Messina Denaro, fratello di Patrizia Messina Denaro e zio di Francesco Guttadauro. Insieme al padre, Messina Denaro svolgeva l’attività di fattore presso le tenute agricole della famiglia D’Alì Staiti, già proprietari della Banca Sicula di Trapani (all’epoca il più importante istituto bancario privato siciliano) e delle saline di Trapani. Nel 1989 Messina Denaro venne denunciato per associazione mafiosa, mentre nel 1991 si rese responsabile dell’omicidio di Nicola Consales, proprietario di un albergo di Triscina, che si era lamentato con la sua impiegata austriaca (che era anche l’amante di Messina Denaro) di «quei mafiosetti sempre tra i piedi». Matteo Messina Denaro ricopre di fatto il ruolo di capo della cosca di Castelvetrano e del relativo mandamento, alleato dei corleonesi già dalla guerra di mafia dei primi anni ’80. Infatti negli anni successivi il collaboratore di giustizia Baldassare Di Maggio dichiarerà che si trattava di «un giovane rampante, anche se non è già capo, e suo padre gli ha dato un’ampia delega di rappresentanza del mandamento» (il padre era latitante dal 1989).

Nel 1992 Messina Denaro fece parte di un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani, che venne inviato a Roma per compiere appostamenti nei confronti del presentatore televisivo Maurizio Costanzo e per uccidere Giovanni Falcone e il ministro Claudio Martelli, facendo uso di kalashnikov, fucili e revolver, procurati da Messina Denaro stesso; qualche tempo dopo, però, il boss Salvatore Riina fece ritornare il gruppo di fuoco, perché voleva che l’attentato a Falcone fosse eseguito diversamente. Nel luglio 1992 Messina Denaro fu tra gli esecutori materiali dell’omicidio di Vincenzo Milazzo (capo della cosca di Alcamo), che aveva cominciato a mostrarsi insofferente all’autorità di Riina; pochi giorni dopo, Messina Denaro strangolò barbaramente anche la compagna di Milazzo, Antonella Bonomo, che era incinta di tre mesi: i due cadaveri furono poi seppelliti nelle campagne di Castellammare del Golfo. In seguito, Messina Denaro fece anche parte del gruppo di fuoco che compì il fallito attentato al vicequestore Calogero Germanà, a Mazara del Vallo (14 settembre 1992).

Dopo l’arresto di Riina, Messina Denaro fu favorevole alla continuazione della strategia degli attentati dinamitardi, insieme con i boss Leoluca BagarellaGiovanni Brusca e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano; gli attentati dinamitardi a FirenzeMilano e Roma provocarono in tutto dieci morti e 106 feriti, oltre a danni al patrimonio artistico.

La latitanza

Nell’estate 1993, mentre avvenivano gli attentati dinamitardi, Messina Denaro andò in vacanza a Forte dei Marmi insieme con i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano e da allora si rese irreperibile, dando inizio alla sua lunga latitanza. Da allora nei suoi confronti venne emesso un mandato di cattura per associazione mafiosaomicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplosivo, furto e altri reati minori. Fu però con l’operazione Petrov del marzo 1994 che emerse il suo ruolo all’interno di cosa nostra trapanese.

Nel novembre 1993 Messina Denaro fu tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo per costringere il padre Santino a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci; infine, dopo 779 giorni di prigionia, il piccolo Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere buttato in un bidone pieno di acido. Nel 1994 Messina Denaro organizzò un attentato dinamitardo contro il pentito Totuccio Contorno, insieme con Giovanni Brusca; tuttavia l’esplosivo, collocato in una cunetta ai lati di una strada nei pressi di Formello, dove Contorno passava abitualmente, venne scoperto dai Carabinieri, avvertiti dalla telefonata di un cittadino, insospettito da alcuni movimenti strani.

Nel 1998, dopo la morte del padre Francesco (stroncato da un infarto durante la latitanza), Messina Denaro è diventato capomandamento di Castelvetrano e anche rappresentante della provincia di Trapani in Cosa nostra.

Le indagini sulla latitanza

Il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori ha dichiarato che nel 1994 Messina Denaro si recò nella clinica oculistica Barraquer di Barcellona, in Spagna, per curare una forte miopia che lo aveva condotto a una forma di strabismo. Nel 2004 il SISDE tentò di individuare Messina Denaro attraverso Antonino Vaccarino (ex sindaco di Castelvetrano già inquisito per associazione mafiosa), sfruttando le numerose conoscenze che Vaccarino aveva negli ambienti vicini a Cosa Nostra; infatti l’ex sindaco, per conto dei servizi, riuscì a stabilire un contatto con Messina Denaro proponendogli numerosi investimenti negli appalti pubblici per attirarlo in trappola: le comunicazioni con il latitante avvenivano attraverso pizzini in cui Messina Denaro usava lo pseudonimo di “Alessio” mentre Vaccarino quello di “Svetonio”; l’ex sindaco riuscì anche a prendere contatti con il boss Bernardo Provenzano attraverso il nipote Carmelo Gariffo.

L’11 aprile 2006, nel casolare di Corleone dove venne arrestato Provenzano, gli inquirenti trovarono numerosi pizzini mandati da “Alessio”, nei quali si parlava degli investimenti proposti da Vaccarino ma anche di altri affari in attività lecite, come l’apertura di una catena di supermercati nella provincia di Agrigento e la ricerca di qualche prestanome per poter aprire un distributore di benzina nella zona di Santa Ninfa, in provincia di Trapani. In seguito all’arresto di Provenzano, Messina Denaro interruppe la corrispondenza con Vaccarino, inviandogli un ultimo pizzino in cui gli raccomandava “di condurre una vita trasparente in modo da non essere coinvolto nelle indagini”.

Nel giugno 2009 gli agenti del Servizio centrale operativo e delle squadre mobili delle questure di Trapani e Palermo condussero l’operazione denominata “Golem”, che portò all’arresto di tredici persone tra mafiosi e imprenditori trapanesi, accusati di favorire la latitanza di Messina Denaro fornendogli documenti falsi ma anche di gestire estorsioni e traffico di stupefacenti per conto del latitante. Successivamente, nel marzo 2010 la DDA di Palermo coordinò l’indagine “Golem 2”, condotta sempre dagli agenti dal Servizio Centrale Operativo e delle squadre mobili di Trapani e Palermo, che portò all’arresto di altre diciannove persone a Castelvetrano, accusate di aver compiuto estorsioni e incendi dolosi per conto di Messina Denaro ai danni di imprenditori e politici locali; tra gli arrestati figurarono anche il fratello del latitante, Salvatore Messina Denaro e i suoi cugini Giovanni e Matteo Filardo.

Il 27 luglio 2010 il collaboratore di giustizia Manuel Pasta dichiarò che Messina Denaro, nonostante le estenuanti ricerche e gli arresti di appartenenti alla sua cerchia, avrebbe visto con alcuni mafiosi palermitani la partita di calcio Palermo-Sampdoria allo stadio Renzo Barbera il 9 maggio 2010. La partecipazione alla partita sarebbe stata solo una parte di un incontro tra il latitante e altri capi della provincia, per discutere sull’organizzazione di nuovi attentati dinamitardi contro il palazzo di giustizia e la squadra mobile di Palermo, in risposta ai numerosi arresti contro esponenti mafiosi. Inoltre nel 2010 Messina Denaro è stato inserito dalla rivista Forbes nell’elenco dei dieci latitanti più pericolosi del mondo.

Nel 2015 l’emittente Radio Onda Blu avrebbe fornito le immagini satellitari della sua presunta abitazione a Baden, in Germania, e della sua auto. Tuttavia su questo fatto non si sono avute conferme né smentite dagli inquirenti. Salvatore Rinzivillo, arrestato in un’operazione coordinata dalle Procure antimafia di Roma e Caltanissetta, era stato pedinato e si è visto che si recava a Castelvetrano, dove ha incontrato un uomo che non è stato identificato ma che risponde alla descrizione di Messina Denaro. Non è stato possibile comunque risalire all’identità di questa persona. Tuttavia l’indagine ha portato un risultato positivo, perché ha condotto all’arresto dell’agente dell’Aisi Marco Lazzari, che stava proteggendo la latitanza di Messina Denaro.

Il 13 marzo 2018 viene annunciato l’arresto, da parte di carabinieri e DIA, di 12 soggetti ritenuti esponenti di cosa nostra, che avrebbero provveduto al mantenimento di Matteo Messina Denaro.

Il 29 ottobre 2018 la polizia arresta Leo Sutera, amico di Matteo Messina Denaro e considerato il capo della mafia di Agrigento. Leo Sutera era già stato arrestato nel 2012, ma l’arresto aveva suscitato forti polemiche, perché si riteneva che continuando a sorvegliarlo, come si stava già facendo da due anni, Sutera avrebbe condotto le forze dell’ordine allo stesso Matteo Messina Denaro, con il quale aveva affermato di essersi incontrato poco prima. All’epoca i carabinieri volevano continuare a sorvegliare Sutera, mentre la polizia guidata dal procuratore capo di Palermo Francesco Messineo decise di arrestarlo. Il 18 luglio 2019 Sutera fu condannato in appello a 18 anni di carcere, insieme ai fiancheggiatori Maria Salvato e Vito Vaccaro.

Un pentito ha affermato che il latitante si sarebbe sottoposto ad un intervento di chirurgia plastica al volto, per non essere riconoscibile. L’intervento sarebbe avvenuto in Piemonte o in Valle D’Aosta. Un informatore ha invece affermato al contrario che Matteo Messina Denaro si è fatto la plastica in Bulgaria, sia al volto sia ai polpastrelli, per non essere riconoscibile. Inoltre ha sostenuto che il latitante ha problemi di salute: non ci vede quasi più ed è in dialisi. Il testimone ha raccontato che Messina Denaro si è recato più volte a Pisa e a Lamezia Terme, e che sarebbe protetto dalla ‘ndrangheta. Sul suo racconto ha indagato la Procura distrettuale antimafia di Firenze.

La sua latitanza è stata finanziata anche con il gioco d’azzardo, praticato in Sicilia e a Malta, dove l’imprenditore Carlo Cattaneo si è recato più volte.

Messina Denaro ha legami anche con il Venezuela, dove alcune persone legate al latitante avrebbero gestito i suoi interessi.

Il 16 aprile 2019, nell’ambito delle indagini sulla latitanza di Messina Denaro, vengono arrestati due carabinieri con l’accusa di favoreggiamento alla mafia, e inoltre viene arrestato Antonino Vaccarino, l’ex sindaco di Castelvetrano che inviava pizzini a Messina Denaro.

A marzo del 2019 viene scoperta una loggia massonica a Castelvetrano, paese natale del boss e di riferimento del clan mafioso, operazione alla quale segue a novembre un blitz antidroga a Palermo, nel quale viene arrestato Antonio Messina, ex avvocato radiato dall’albo e massone trapanese di lungo corso, che teneva i contatti con la criminalità siciliana radicata nel milanese nell’ambito di un traffico di hashish organizzato fra la Spagna, Milano e la Sicilia.

A dicembre del 2019 viene rivelato che nel 2015, quando a capo del pool che indagava su Messina Denaro vi era il magistrato Teresa Principato, dal suo ufficio sono scomparsi un computer portatile da 10 pollici e due pendrive, con informazioni riguardanti le indagini e coperte da segreto istruttorio.

Le indagini hanno portato anche a Milano, dove alcuni uomini legati alla ‘ndrangheta e al narcotraffico potrebbero costituire la sua rete di protezione che gli permette di essere latitante.

A febbraio 2020, dopo la cattura del boss Salvatore Nicitra, uno dei capi della Banda della Magliana, le indagini hanno portato anche a Roma, perché Nicitra aveva forti legami con Cosa Nostra di Agrigento, che si ritiene finanzi la latitanza di Messina Denaro. Nicitra era attivo nel settore del gioco d’azzardo e delle slot-machines, e aveva legami con dei boss albanesi.

Tra il 15 e 20 giugno 2020 vengono arrestati numerosi fiancheggiatori di Messina Denaro, dapprima Francesco Domingo ritenuto boss di Castellammare del Golfo ed al vertice tra le articolazioni mafiose trapanesi e di collegamento con Cosa nostra statunitense. Insieme a lui sono state denunciate 11 persone ed indagato pure il sindaco della città Nicola Rizzo. Infine è stata perquisita la residenza anagrafica del boss latitante a Castelvetrano ed indagate a vario titolo 15 persone tra la Sicilia e Caserta, mentre tra gli arrestati figurano Giuseppe Calcagno che svolgeva il compito di “postino” nella consegna degli ordini tramite pizzini e Marco Manzo che rappresentava Matteo Messina Denaro nelle varie riunioni dell’organizzazione criminale.

Il 21 Ottobre 2020 viene condannato all’ergastolo dalla Corte D’Assise di Caltanissetta per essere stato uno dei mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio.

Legami con la politica e con l’imprenditoria

Secondo il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori e l’ex senatore Vincenzo Garraffa, nel 1994 Messina Denaro si attivò per fare votare Antonio D’Alì (rampollo della famiglia D’Alì Staiti per la quale il padre aveva lavorato), candidato nelle liste del Popolo della Libertà, per l’allora nuovo movimento politico “Forza Italia“: infatti alle elezioni politiche del marzo quell’anno D’Alì risultò eletto al Senato con 52.000 voti nel collegio senatoriale di Trapani-Marsala, e venendo rieletto per altre tre legislature, mentre nel territorio del mandamento di Messina Denaro (collegio Mazara-Castelvetrano) fu eletto Ludovico Corrao. D’Alì nel 2001 venne nominato sottosegretario di Stato al Ministero dell’Interno nei Governi Berlusconi II e III fino al 2006.

Sinacori dichiarò inoltre che «era risaputo che i D’Alì con i Messina Denaro erano in buoni rapporti, se qualcuno aveva bisogno, poteva andare a chiedere ai Messina Denaro di intercedere»; tuttavia la famiglia D’Alì Staiti si difese dichiarando che licenziarono Messina Denaro dopo aver saputo che si era reso latitante. Un altro collaboratore di giustizia, Francesco Geraci (ex gioielliere e mafioso di Castelvetrano), dichiarò che nel 1992 Antonio D’Alì cedette alcuni suoi terreni nei pressi di Castelvetrano a Messina Denaro, il quale li regalò al boss Salvatore Riina; il prestanome della transazione fu Geraci stesso. Inoltre nel 1998 i documenti acquisiti dalla Commissione Parlamentare Antimafia fecero emergere che nel 1991 Messina Denaro (all’epoca ufficialmente agricoltore) aveva percepito un’indennità di disoccupazione di quattro milioni di lire attraverso Pietro D’Alì, fratello di Antoni. Nell’ottobre 2011 la procura di Palermo chiese il rinvio a giudizio nei confronti del senatore D’Alì per concorso esterno in associazione mafiosa a causa dei suoi rapporti con Messina Denaro e altri mafiosi della provincia di Trapani, sempre smentiti pubblicamente dal senatore; il 30 settembre 2013 D’Alì venne assolto soltanto per i fatti successivi al 1994 mentre i giudici dichiararono la prescrizione per quelli precedenti, nonostante l’accusa avesse chiesto una condanna a sette anni e quattro mesi di carcere.

Nel 2007 venne arrestato l’imprenditore Giuseppe Grigoli, proprietario dei supermercati Despar nella Sicilia occidentale, il quale era accusato di essere favoreggiatore e prestanome di Messina Denaro, che investiva denaro sporco nei suoi supermercati; nel 2011 Grigoli venne condannato a dodici anni di carcere per riciclaggio di denaro sporco mentre nel settembre 2013 il tribunale di Trapani dispose la confisca di società, terreni e beni immobiliari di proprietà di Grigoli dal valore di 700 milioni di euro.

Nel 2010 la Direzione Investigativa Antimafia di Palermo mise sotto sequestro numerose società e beni immobili dal valore complessivo di 1,5 miliardi di euro, le quali appartenevano all’imprenditore alcamese Vito Nicastri, ritenuto vicino a Messina Denaro: tra il 2002 e il 2006 Nicastri aveva ottenuto il più alto numero di concessioni in Sicilia per costruire parchi eolici e secondo gli inquirenti il suo patrimonio sarebbe frutto del reinvestimento di denaro sporco.

Il 12 marzo 2012 la Direzione Investigativa Antimafia di Trapani chiese il sequestro del patrimonio dell’imprenditore Carmelo Patti, proprietario della Valtur, considerato anch’egli favoreggiatore e prestanome di Messina Denaro; il sequestro di oltre un miliardo e mezzo di euro è stato eseguito nel novembre 2018. Nel dicembre 2012 un’indagine coordinata dalla DDA di Palermo e condotta dai Carabinieri portò all’arresto di sei persone, tra cui l’imprenditore Salvatore Angelo, il quale era accusato di investire il denaro sporco di Messina Denaro nella costruzione di parchi eolici fra PalermoTrapaniAgrigento e Catania, destinando una percentuale degli affari al latitante; inoltre nelle telefonate intercettate dai Carabinieri, Salvatore Angelo si vantava di essere amico di Messina Denaro. Il 28 novembre 2013 il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè riferì che l’archivio di Totò Riina, che fu trafugato dal covo del boss nel 1993 dopo il suo arresto, è in parte nelle mani di Matteo Messina Denaro, vero e proprio pupillo del boss corleonese.

Il 6 dicembre 2013 la DIA sequestra all’imprenditore palermitano Mario Niceta, settantunenne, presunto prestanome del boss Messina Denaro, 50 milioni di euro in immobili e quote di società operanti nel settore della vendita di abbigliamento e preziosi. A incastrarlo, i pizzini ritrovati nel covo di Bernando Provenzano. Pizzini in cui Messina Denaro faceva riferimento a un certo “Massimo N.”. Il 13 dicembre 2013 vengono arrestati 30 fiancheggiatori di Messina Denaro nell’ambito dell’operazione “Eden” nella provincia di Trapani. Negli arrestati figurano anche la sorella del boss Patrizia Messina Denaro e il nipote prediletto ventinovenne Francesco Guttadauro. Secondo il procuratore aggiunto Teresa Principato, dopo questa operazione il cerchio attorno al capo della mafia si è ristretto e dunque ora dopo l’arresto dell’intera famiglia, il boss è solo.

Esponenti di una cosca vicina a Matteo Messina Denaro sono stati arrestati per aver trasferito in Sicilia una somma di denaro guadagnata con l’allestimento di alcuni stand dell’EXPO di Milano del 2015. Le indagini hanno portato a indagare anche il vicepresidente di Unicredit Fabrizio Palenzona. Anche a San Marino si è trovato un legame: un professionista ha avuto contatti email con uno stretto collaboratore di Matteo Messina Denaro.

La Direzione Investigativa Antimafia ha sequestrato nel 2017 alcune società riconducibili a Gianfranco Becchina, che era stato indagato per traffico di reperti archeologici, che avrebbe avuto legami con lui. Tra i beni sequestrati risulta anche un’ala del castello di Castelvetrano di Federico II del 1239, divenuto Palazzo ducale dei principi Pignatelli. Poche ore dopo il sequestro, scoppia un incendio nell’ala del palazzo appena sequestrato e alcuni documenti vengono distrutti. In seguito a ciò è stata avviata un’indagine.

Il 15 dicembre 2020 vengono arrestate 13 persone, molti dei quali fiancheggiatori di Messina Denaro tra cui Salvatore Barone, ex direttore dell’azienda dei trasporti Atm di Trapani compresi numerosi imprenditori e uomini appartenenti alle famiglie mafiose di Alcamo e Calatafimi. Tra gli indagati anche il sindaco di Calatafimi Segesta, Antonino Accardo per corruzione elettorale.

Il caso Masi

Nel maggio del 2013 il maresciallo capo dei carabinieri Saverio Masi ha presentato una denuncia alla procura di Palermo contro i suoi superiori, asserendo che nel 2004, quando prestava servizio al Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Palermo, individuò per la strada il superboss latitante Messina Denaro, a bordo di una utilitaria, e di averlo seguito fino all’ingresso di una villa. Ma una volta denunciato il fatto ai superiori, questi gli avrebbero intimato di non proseguire nelle indagini, “frapponendo continui ostacoli nel corso di indagini mirate alla cattura di super latitanti”. Per tali accuse Masi è stato denunciato per calunnia dai suoi superiori. Nel 2017, accogliendo solo in parte la richiesta della Procura di Palermo – che aveva avanzato istanza di archiviazione sia delle accuse di Masi (per mancanza di riscontri), sia di Masi stesso per l’ipotesi di calunnia (per mancanza dell’elemento psicologico) – il Giudice per le Indagini Preliminari di Palermo ha archiviato la posizione dei superiori accusati dal Masi e ha invece disposto la sua imputazione coatta per il reato di calunnia. Il processo è in corso a Palermo.

Denunciato dai superiori anche per diffamazione in merito alla propalazione sui media delle stesse accuse, nel 2019 il maresciallo Masi è stato assolto in primo grado dal Tribunale di Roma, mentre è ancora a giudizio presso quello di Bari.

Il maresciallo Masi ha prestato servizio al Nucleo Investigativo di Palermo dal 2000 al 2008, quando rimase coinvolto in una vicenda connessa alla richiesta di annullamento di una contravvenzione stradale presa con una macchina privata. Per tali fatti, il 24 aprile 2015 è stato condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per falso materiale. Nel 2008 il maresciallo Masi è stato trasferito a domanda dal Nucleo Investigativo di Palermo al Reparto Servizi Magistratura della stessa città, divenendo poco dopo capo scorta del pubblico ministero Nino Di Matteo.

Vita privata

Secondo gli inquirenti, tra il 1994 e il 1996 Messina Denaro trascorse la sua latitanza tra Aspra e Bagheria, ospitato dalla sua compagna Maria Mesi, con cui andò in vacanza in Grecia sotto il falso nome di “Matteo Cracolici“. Paola e Francesco Mesi, sorella e fratello di Maria, erano stati assunti nella clinica di Bagheria dell’ingegnere Michele Aiello (ritenuto un prestanome del boss Bernardo Provenzano): in particolare Paola Mesi era segretaria personale di Aiello e amministratrice unica della Selda s.r.l., società riferibile ad Aiello stesso; inoltre Messina Denaro era cognato di Filippo Guttadauro (fratello del medico Giuseppecapomandamento di Brancaccio-Ciaculli), che ne aveva sposato la sorella Rosalia.

Nel 2000 la polizia arrestò Maria Mesi e trovò alcune lettere d’amore che aveva scambiato con il latitante: per queste ragioni l’anno successivo venne condannata a tre anni di carcere per favoreggiamento insieme con il fratello Francesco. Inoltre nel luglio 2006 gli inquirenti trovarono altre lettere d’amore di Maria Mesi a casa di Filippo Guttadauro, che aveva incarico di consegnarle al cognato Messina Denaro.

Nel 1995 Messina Denaro aveva già avuto una figlia da una precedente relazione con la castelvetranese Francesca Alagna, che dopo il parto andò a vivere insieme con la madre del latitante. In una lettera destinata a un amico, sequestrata dagli inquirenti, Messina Denaro rivelò di non aver mai conosciuto questa figlia. Nel 2013 il settimanale L’Espresso pubblicò un servizio, nel quale rivelava che la figlia del latitante aveva lasciato la casa della nonna paterna insieme con la madre, perché voleva vivere lontana da quella famiglia.


Giovanni Motisi (Cosa nostra)

Giovanni Motisi, noto anche con lo pseudonimo di ‘U Pacchiuni (il grasso) (Palermo1º gennaio 1959), è un mafioso italiano membro di Cosa nostra, capo del clan Motisi.

Reggente del mandamento Pagliarelli, secondo il pentito Angelo Casano, subentrò, al boss Nino Rotolo, costretto ai domiciliari. Ha rimpiazzato lo zio Matteo Motisi come capo dell’omonimo clanː attualmente è considerato uno dei più potenti capi mafiosi di Palermo. Motisi, dopo la cattura di Marco Di Lauro, prende il suo posto nella lista dei latitanti di massima pericolosità diventando così il secondo latitante più pericoloso e ricercato dopo Matteo Messina Denaro.

Latitante dal 1998, è nell’elenco dei latitanti più pericolosi d’Italia del Ministero dell’Interno. Sempre dal 1998 è ricercato per omicidio, dal 2001 per associazione di tipo mafioso, e dal 2002, per strage. Dal 10 dicembre 1999 è ricercato anche in campo internazionale. Deve scontare la pena dell’ergastolo.

Killer di fiducia di Totò Riina, secondo le dichiarazioni di Calogero Ganci, collaboratore di giustizia, era presente in Cosa Nostra nel momento in cui si era discusso di assassinare il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: rammentava, tra le persone presenti quel giorno, di quando si era parlato per la prima volta di uccidere il generale: Antonino MadoniaRaffaele Ganci, Francesco Paolo Anzelmo, Giuseppe Giacomo GambinoPino Greco, Vincenzo Galatolo, Antonino Rotolo, Giuseppe Lucchese, e un certo Salerno, del quale non ricordava il nome di battesimo, infine Giovanni Motisi.

Per gli inquirenti si sarebbe avvicinato all’ala moderata di Cosa nostra guidata da Bernardo Provenzano. Venne condannato all’ergastolo per l’omicidio del commissario Giuseppe Montana, ucciso il 28 luglio 1985. Promossa dall’Europol, nel 2016 la sua figura venne inserita nella lista dei criminali più ricercati d’Europa.


Raffaele Imperiale (Camorra)

Raffaele Imperiale è nato a Castellammare di Stabia (NA) il 24.10.1974.

Narcotrafficante ricercato numero uno della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, è da molti considerato il più grande broker della droga della criminalità organizzata, capace di inondare di cocaina le piazze di spaccio napoletane. E’ noto anche come il boss dei Van Gogh, per aver acquistato due capolavori del maestro olandese (rubati dal museo di Amsterdam), per anni conservati in un casolare stabiese, prima di averli restituiti alla Dda di Napoli (pm Maurizio De Marco e Vincenza Marra).

E’ ricercato dal 27/01/2016 per traffico internazionale di sostanze stupefacenti aggravate da finalità mafiose. Il 27/01/2016 sono state diramate le ricerche in ambito internazionale per arresto ai fini estradizionali. 


Graziano Mesina (Anonima sequestri)

Graziano Mesina, noto anche con lo pseudonimo di Gratzianeddu (Orgosolo4 aprile 1942), è un criminale italiano; è stato il più famoso esponente del banditismo sardo del dopoguerra. È conosciuto per le numerose evasioni (ventidue, di cui dieci riuscite) e per il suo ruolo di mediatore nel sequestro di Farouk Kassam.

Penultimo degli undici figli, sei fratelli e tre sorelle, del pastore orgolese Pasquale Mesina e di Caterina Pinna, Gratzianeddu, questo è il suo soprannome, è noto anche come la primula rossa del banditismo sardo.Adolescenza e primi processi

In quarta elementare, racconta Mesina nella sua autobiografia, prese a pietrate il maestro e dovette lasciare la scuola per andare in campagna come servo pastore, come già i fratelli. Mesina subisce il primo arresto nel 1956 all’età di 14 anni per porto d’armi abusivo essendo stato trovato in possesso di un fucile calibro 16 rubato; secondo un quotidiano questa prima vicenda si chiude con il perdono giudiziale, secondo Mesina stesso invece fu condannato a cinque anni con due anni di perdono giudiziale.

Nel maggio del 1960 venne arrestato nuovamente per aver sparato in luogo pubblico. Portato nella caserma dei carabinieri, riuscì ad evadere dopo aver forzato la porta della camera di sicurezza. Dopo una breve latitanza sulle montagne intorno ad Orgosolo, si costituì per le insistenze della famiglia e del suo avvocato. Venne condannato a sei mesi di reclusione per l’evasione al quale si aggiunse un mese per il possesso della pistola e portato nel carcere di Nuoro. Nel luglio dello stesso anno, mentre Mesina era ancora in carcere, viene rapito e poi ucciso Pietrino Crasta, commerciante di Berchidda. Una lettera anonima alla questura segnalò che in località Lenardeddu, ove si trovava un terreno per il pascolo preso in affitto dai fratelli di Graziano Mesina, si sarebbe potuto trovare il cadavere di Crasta. Il 12 luglio il cadavere vi viene effettivamente trovato.

I fratelli di Graziano Mesina (Giovanni, Pietro e Nicola) e alcuni vicini di pascolo vengono arrestati come responsabili del delitto. Il fratello Antonio, invece, riuscì a darsi latitante, e raccolse nel frattempo elementi probanti l’innocenza sua e dei fratelli. Nel gennaio del 1961 Graziano Mesina venne scarcerato. Il 24 dicembre dello stesso anno, in un bar di Orgosolo, il pastore Luigi Mereu, zio di uno degli accusatori dei Mesina nella vicenda Crasta, venne colpito da alcuni colpi di pistola e ferito gravemente. Secondo i Mesina, Mereu avrebbe cercato di “incastrarli” nella vicenda. Per il fatto venne accusato e arrestato Graziano Mesina, poi condannato a sedici anni di carcere; l’interessato si proclama innocente, dichiarando che non c’erano prove. Venne rinchiuso nel carcere Nuorese di Badu ‘e Carros, mentre il 12 luglio del 1962, i fratelli Giovanni, Nicola e Pietro Mesina vengono prosciolti, dopo due anni di carcere preventivo.

Evasioni e nuovi arresti

Dal carcere di Nuoro fu inviato al Tribunale di Sassari per rispondere di un tentato omicidio ai danni di un vicino di pascolo, vicenda avvenuta tempo prima nelle campagne di Ozieri; qui il confinante gli aveva ucciso la cagna Meruledda, custode del gregge, sulle prime si era giustificato dicendo di averla scambiata per una volpe, ma in seguito cambiò versione (secondo quanto disse Mesina) sostenendo che gli avesse rubato dell’uva. Mesina allora squartò il cane per vedere se avesse mangiato uva, ma non se ne trovò, quindi lo malmenò. In seguito la vicenda divenne il soggetto di una canzone di Franco Trincale. Durante il trasferimento per il conseguente processo, riuscì a liberarsi dalle manette. Alla stazione di Macomer, saltò dal treno e scappò, ma fu catturato poco dopo da alcuni ferrovieri.

Il 6 settembre riuscì ad evadere dopo essersi fatto ricoverare nell’ospedale San Francesco di Nuoro, scavalcando il davanzale di una finestra e calandosi lungo un tubo dell’acqua nel quale rimase nascosto per tre giorni. Rimase in montagna latitante per tre mesi. Alla fine del mese di ottobre, il fratello Giovanni detto “Dannargiu” venne ucciso, e il suo corpo viene messo in segno di sfregio accanto a quello del suo acerrimo nemico Salvatore Mattu, anche lui assassinato. Mesina, nel tentativo di vendicare il fratello, la notte del 13 novembre 1962 entrò in un bar, e secondo quanto dichiarato dall’avvocato sparò ed uccise a colpi di mitra Andrea Muscau che secondo lui era responsabile della morte del fratello ma che in realtà non lo era. Venne nuovamente arrestato e condannato per omicidio a 24 anni di carcere.

Nel gennaio del 1963 tenta l’evasione dal carcere di Nuoro, ma viene scoperto. Dopo un periodo nel carcere di Alghero, viene trasferito nel carcere di Porto Azzurro. Nell’estate del 1964 Mesina è atteso da un processo in Sardegna. Tentò la fuga da una toilette del treno in corsa, ma venne catturato poco dopo. Secondo quanto detto dallo stesso Mesina, in realtà si consegnò spontaneamente per non creare problemi al carabiniere che lo aveva in consegna. Venne trasferito a Volterra dove si finse pazzo e riuscì ad essere ricoverato nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino. Anche qui progettò la fuga, ma senza fortuna. Verso la fine del 1964 venne ancora trasferito, questa volta a Viterbo, dove nuovamente tentò di evadere e perciò venne trasferito a Spoleto.

Anche a Spoleto tentò la fuga, ma venne scoperto. Nel 1965 è nel penitenziario di Procida dove rimase per tre mesi prima di esser ricondotto a Porto Azzurro. Trasferito a Sassari per un processo, tentò di aprire un buco nel pavimento del treno, ma non riuscì a fuggire. L’11 settembre del 1966, mentre scontava la detenzione nel carcere San Sebastiano, riuscì a compiere una delle sue più famose evasioni. Insieme al compagno di prigionia Miguel Atienza (si scoprirà in seguito che il vero nome è Miguel Alberto Asencio Prados Ponte), un giovane spagnolo disertore della Legione Straniera che, fuggito dalla Corsica, arrivò in Sardegna e venne arrestato a Cagliari per furto di automobile, riuscirono a fuggire scalando il muro del carcere alto 7 metri e gettandosi sotto nella centrale Via Roma di Sassari.

Una volta fuori dal carcere si fecero portare da un taxi a Ozieri, dando inizio alla lunga attività criminale della coppia. Nella zona di Golfo Aranci rapirono il proprietario terriero Paolo Mossa. Successivamente Mossa venne liberato dopo la promessa che avrebbe pagato il riscatto. L’11 maggio 1967, a Nuoro, travestiti da poliziotti, finsero un blocco stradale e rapirono Peppino Capelli, un grosso commerciante di carni. L’ostaggio venne rilasciato dopo che la famiglia versò come riscatto 18 milioni di lire. Alla coppia furono attribuiti molti sequestri: Campus, Petretto, Moralis, Canetto, Papandrea.

La morte di Atienza e la lunga detenzione

Il 17 giugno 1967 Mesina e Atienza vennero intercettati dalle forze dell’ordine che li circondarono nelle colline di Osposidda, sotto Orgosolo. Durante lo scontro Atienza uccise due agenti ma venne ferito a morte. Mesina venne assolto dalle accuse per la morte dei due agenti.

Il 26 marzo 1968 il bandito sardo viene catturato in seguito ad un normale controllo dalla polizia stradale alle porte di Orgosolo. Venne rinchiuso nel carcere di Nuoro. Da questo momento in poi per questi inizia un lungo periodo di detenzione in diverse carceri italiane tra cui Volterra e Regina Coeli. Per otto anni non si sentì più parlare di lui. Col suo arresto la stagione della rinascita del banditismo in Sardegna ebbe termine. Egli è stato considerato, infatti, colui che aveva dato il via alla progressione criminale che aveva portato all’invio dei reparti speciali di polizia e carabinieri nell’isola. Il 13 maggio 1976 il fratello Nicola fu ucciso in località “Funtana Bona”: i sicari lo fecero scendere dal camion nel quale viaggiava con due operai forestali e lo uccisero a fucilate. Nonostante le richieste, viene negato a Mesina la possibilità di rientrare in Sardegna per i funerali. Il 20 agosto dello stesso anno, Mesina riuscì a fuggire insieme ad un gruppo di detenuti, tra cui uno dei leader dei NAPMartino Zichitella, dal carcere di massima sicurezza di Lecce. Proseguì la latitanza fra RomaMilanoTorinoGenovaBolognaTrento. Il 26 gennaio del 1977 partecipa al sequestro dell’industriale calzaturiero Mario Botticelli, in provincia di Ascoli Piceno. Il 16 marzo 1977 viene arrestato a Caldonazzo, in provincia di Trento, durante una perquisizione in un appartamento. Trascorre la detenzione nelle carceri di FavignanaTraniFossombrone, passa per Cuneo e Novara, dove rimane due anni. Alla fine del 1982 venne trasferito a Porto Azzurro.

Nel 1984 ottenne un permesso di tre giorni, per tre ore al giorno per rivedere la madre ad Orgosolo. Il 12 aprile ottenne un permesso di dodici ore per far visita al fratello a Crescentino, nel Vercellese. Allo scadere delle dodici ore non fece ritorno nel carcere di Vercelli. Raggiunse a Milano Valeria Fusè, una ragazza che aveva iniziato a scrivergli nel carcere di Novara. I due si rifugiarono in un appartamento di Vigevano. Il 18 aprile nell’appartamento dove si nascondevano fecero irruzione i carabinieri che arrestarono entrambi. Trasferito nel carcere di massima sicurezza di Novara, venne condannato a ulteriori sei mesi di detenzione, mentre la Fusè venne assolta.

Il 18 ottobre 1992 Mesina ottenne la libertà condizionale, e dopo 29 anni di carcere si stabilì a San Marzanotto, una frazione di Asti. Durante la sua permanenza ad Asti, Mesina incontrò Indro Montanelli, interessato alla vita del più famoso bandito sardo. Montanelli offrì sostegno a Mesina, ventilando la possibilità di scrivere un libro sulle molteplici evasioni che avevano avuto come protagonista Gratzianeddu.

Il sequestro Kassam e la concessione della grazia

Nel 1992, durante la vicenda del sequestro del piccolo Farouk Kassam, Graziano Mesina interviene in Sardegna durante uno dei suoi permessi, con la funzione di mediatore, nel tentativo di trattare la liberazione con il gruppo di banditi sardi responsabili del sequestro del bimbo rapito a Porto Cervo il 15 gennaio e liberato a luglio.

Le circostanze della liberazione non sono mai state del tutto chiarite. Alla versione della polizia e del governo, che ha sempre negato che fosse stato pagato un riscatto, si contrappone quella di Mesina ribadita in alcune interviste, secondo cui la polizia pagò circa un miliardo di lire per il rilascio dell’ostaggio, aiutando la famiglia del bambino a soddisfare le richieste dei rapitori. Il 4 agosto 1993 il tribunale di sorveglianza revoca la concessione della libertà condizionale dopo il ritrovamento di un Kalašnikov e altre armi da guerra nel caseggiato astigiano di Mesina, arrestato insieme ad altre due persone.

Mesina, sospettato di progettare un nuovo sequestro di persona, viene nuovamente incarcerato a Voghera per scontare la pena all’ergastolo. In relazione a questi nuovi procedimenti giudiziari, Mesina ha sempre sostenuto la tesi del complotto contro di lui da parte dei servizi segreti, a causa del suo coinvolgimento nel sequestro Kassam.

Nel 2001 il tribunale di Asti respinse la richiesta di scarcerazione presentata dai difensori di Mesina. Il bandito sardo è stato un caso particolare nella storia giuridica italiana, avendo ricevuto la condanna all’ergastolo a causa di tre diverse condanne rispettivamente di 24, 8 e 6 anni di carcere, in applicazione della legge che prevede il cumulo delle pene per reati differenti. Nel luglio del 2003 chiede ufficialmente la grazia dando mandato al suo avvocato di rivolgersi al Presidente della Repubblica.

Il 25 novembre 2004, dopo la grazia concessagli dall’allora Presidente della Repubblica Ciampi e dal Ministro della giustizia Roberto Castelli, Mesina lascia il carcere di Voghera per fare ritorno da uomo libero nella sua Orgosolo. Complessivamente Mesina ha trascorso 40 anni in carcere.

Dopo la liberazione

Dopo la liberazione, Mesina, tornato nella natia Orgosolo, ha intrapreso la carriera di guida turistica, accompagnando i turisti nell’esplorazione dei luoghi più impervi della zona, spesso teatro delle sue latitanze e delle rocambolesche fughe, come per esempio sul Supramonte. Insieme ad altri due soci, nel 2007 ha aperto un’agenzia di viaggi a Ponte San Nicolò, in provincia di Padova. Il 10 giugno 2013 viene arrestato per traffico di droga.

Nuovo arresto nel 2013, condanna, revoca della grazia e nuova latitanza

Nel giugno 2013, a 71 anni, viene arrestato ad Orgosolo. Secondo gli inquirenti, con la sua banda stava progettando un sequestro di persona: aveva già fatto un sopralluogo e fornito dettagli precisi sull’ostaggio ai suoi sodali, così come è emerso dalle intercettazioni. Inoltre è ritenuto dai magistrati della Dda di Cagliari capo di una potente organizzazione dedita a traffico di stupefacenti, furti e rapine. Dovrà rispondere peraltro di associazione a delinquere.

Il 12 dicembre 2016 viene condannato a 30 anni di reclusione dal tribunale di Cagliari, che dispone altresì la revoca del provvedimento di grazia. Il 7 giugno 2019 viene tuttavia scarcerato per decorrenza dei termini. La Cassazione rigetta il ricorso del legale, ma il 2 luglio 2020, i carabinieri recatisi presso l’abitazione dell’uomo per notificare il verdetto e ricondurlo in carcere, non trovano nessuno. Mesina, a 78 anni, è nuovamente latitante.