1980 – L’arcivescovo Romero ucciso mentre celebra la messa

Óscar Arnulfo Romero y Galdámez (Ciudad Barrios15 agosto 1917 – San Salvador24 marzo 1980) è stato un arcivescovo cattolico salvadoregno.

Fu arcivescovo di San Salvador, capitale di El Salvador. A causa del suo impegno nel denunciare le violenze della dittatura militare del suo paese, fu ucciso da un sicario degli squadroni della morte, mentre stava celebrando la messa nella cappella di un ospedale. È stato proclamato Santo da papa Francesco il 14 ottobre 2018.

Nascita e ordinazione sacerdotale

Nacque, secondo di otto fratelli, da una famiglia di umili origini. Manifestato il desiderio di diventare sacerdote, ricevette la sua prima formazione nel seminario di San Miguel (1930). I suoi superiori, notando la sua predisposizione agli studi e la docilità alla disciplina ecclesiastica, lo mandarono a Roma. Compì la sua formazione accademica nella Pontificia Università Gregoriana negli anni dal 1937 al 1942, nella Facoltà di Teologia, conseguendo il baccellierato, la licenza e continuando con l’iscrizione a un anno del ciclo di dottorato.

Ordinato sacerdote il 4 aprile 1942, svolse il suo ministero di parroco per pochi anni. In seguito fu segretario di Miguel Angel Machado, vescovo di San Miguel. Venne poi chiamato a essere segretario della Conferenza episcopale di El Salvador.

Ministero episcopale

Il 25 aprile 1970 venne nominato vescovo ausiliare di San Salvador, ricevendo l’ordinazione episcopale il 21 giugno 1970 dall’arcivescovo Girolamo Prigionenunzio apostolico in El Salvador. Diventò così il collaboratore principale di Luis Chávez y González, uno dei protagonisti della Seconda conferenza dell’episcopato latinoamericano a Medellín (1968).

Il 15 ottobre 1974 venne nominato vescovo di Santiago de María, nello stesso Stato di El Salvador, uno dei territori più poveri della nazione. Il contatto con la vita reale della popolazione, stremata dalla povertà e oppressa dalla feroce repressione militare che voleva mantenere la classe più povera soggetta allo sfruttamento dei latifondisti locali, provocò in lui una profonda conversione, nelle convinzioni teologiche e nelle scelte pastorali, anche grazie all’influenza del gesuita Jon Sobrino, esponente di punta della teologia della liberazione.

I fatti di sangue, sempre più frequenti, che colpirono persone e collaboratori a lui cari, lo spinsero alla denuncia delle situazioni di violenza che riempivano il Paese. La nomina ad arcivescovo di San Salvador, il 3 febbraio 1977, era stata accolta con soddisfazione dal ceto dirigente locale per le sue posizioni, giudicate conservatrici in materia di dottrina della fede: eppure un primo indizio della sua linea pastorale – pienamente schierata dalla parte dei poveri, e in aperto contrasto con le stesse famiglie che lo sostenevano e che auspicavano in lui un difensore dello status quo politico ed economico – fu dato dalla cerimonia di insediamento arcivescovile, avvenuta il 3 febbraio 1977 in estrema semplicità e senza che fosse diramato il tradizionale invito alle autorità civili e militari. Romero rifiutò anche l’offerta della costruzione di un palazzo vescovile, scegliendo una piccola stanza nella sagrestia della cappella dell’Ospedale della Divina Provvidenza, dove erano ricoverati i malati terminali di cancro.

La morte di padre Rutilio Grande, gesuita, suo amico e collaboratore, assassinato assieme a due catecumeni appena un mese dopo il suo ingresso in diocesi, divenne l’evento che aprì la sua azione di denuncia profetica, che portò la chiesa salvadoregna a pagare un pesante tributo di sangue. L’esercito, guidato dal partito al potere, arrivò a profanare e occupare le chiese, come ad Aguilares, dove vennero sterminati più di 200 fedeli. L’arcivescovo chiese un’inchiesta rigorosa sui delitti e rifiutò di partecipare alla cerimonia di insediamento del presidente Carlos Humberto Romero nel luglio successivo.

Le sue catechesi, le sue omelie, trasmesse dalla radio diocesana, vennero ascoltate anche all’estero, diffondendo la conoscenza della situazione di degrado che la guerra civile stava compiendo nel Paese. La sua popolarità crescente, in El Salvador e in tutta l’America latina, e la vicinanza del suo popolo, furono in contrasto con l’opposizione di parte dell’episcopato, e soprattutto con la diffidenza di papa Paolo VI. Il 24 giugno 1978, in udienza da quest’ultimo, denunciò:

«Lamento, Santo Padre, che nelle osservazioni presentatemi qui in Roma sulla mia condotta pastorale prevale un’interpretazione negativa che coincide esattamente con le potentissime forze che là, nella mia arcidiocesi, cercano di frenare e screditare il mio sforzo apostolico»

(Nota lasciata a Paolo VI da Romero durante l’udienza concessagli il 24 giugno 1978)

Secondo i documenti della causa di beatificazione resi noti nei primi mesi del 2018, una parte dell’episcopato salvadoregno riteneva che Romero fosse ” “eterodosso, insano di mente, malato psichico in forma grave e fosse plagiato dai suoi consiglieri, specialmente dai gesuiti”, e “un uomo pericoloso che andava fermato”. Mons. Gerada si sarebbe dichiaratamente impegnato per una sua rimozione, mentre Paolo VI gli confermò il suo sostegno nell’aprile del 1977 (“Coraggio, è lei che comanda”), ritenendolo un autentico interprete del Concilio.

Nei confronti della teologia della liberazione (alla quale opponeva una teologia della salvazione integrale) era critico perché vedeva in essa una politicizzazione della fede che eliminava la soprannaturalità del Cristianesimo. Tuttavia non per questo era cieco e silente sullo scempio che latifondisti, multinazionali e servizi segreti americani facevano della sua povera gente salvadoregna, che erano il suo popolo cristiano. Le sue denunce dell’ingiustizia sociale imposta dai latifondisti e dai militari filoamericani si fondava su un anti-liberismo del tutto conforme al Magistero sociale cattolico. Non riuscì a ottenere l’appoggio del nuovo papa Giovanni Paolo II, che tenne conto delle sue notevoli capacità pastorali e della sua fedeltà al Vangelo, ma fu molto cauto per il timore di una sua eventuale compromissione con ideologie politiche, in realtà infondata nel caso di Romero che era decisamente ortodosso, creando ostacoli tra l’America Latina e la Santa Sede.

Nel 1979 Romerò ebbe un incontro drammatico con Papa Giovanni Paolo II, che gli annunziò che avrebbe potuto essere commissariato da un amministratore apostolico. Il Vescovo uscì in lacrime dall’incontro col pontefice sentendosi abbandonato dal vertice della Chiesa che si schierava con i suoi avversari fuori e dentro la Chiesa salvadoregna.

Il 2 febbraio 1980, a Lovanio, in Belgio, ricevette la laurea honoris causa per il suo impegno come difensore dei poveri.

La morte

Il 23 marzo 1980 l’arcivescovo invitò apertamente gli ufficiali e tutte le forze armate a non eseguire gli ordini, se questi erano contrari alla morale cristiana. Disse: «Io vorrei fare un appello particolare agli uomini dell’Esercito e in concreto alla base della Guardia Nazionale, della Polizia, delle caserme: Fratelli, appartenente al nostro stesso popolo, uccidete i vostri stessi fratelli contadini; ma rispetto a un ordine di uccidere dato da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice “Non uccidere”. Nessun soldato è tenuto ad obbedire ad un ordine contrario alla Legge di Dio. Vi supplico, vi chiedo, vi ordino in nome di Dio: “Cessi la repressione!”»

Vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione!“: questo invito all’esercito e alla polizia fu evento scatenante di una reazione del ceto dirigente. Come risposta immediata gli organi di stampa fedeli al regime pubblicarono una immagine di papa Giovanni Paolo II accompagnata da una frase del pontefice da intendere come monito: “Guai ai sacerdoti che fanno politica nella chiesa perché la Chiesa è di tutti“.

Il giorno dopo (24 marzo), mentre stava celebrando la Messa nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza, fu ucciso da un sicario su mandato di Roberto D’Aubuisson, leader del partito nazionalista conservatore ARENA (Alianza Republicana Nacionalista). Nell’omelia aveva ribadito la sua denuncia contro il governo di El Salvador, che aggiornava quotidianamente le mappe dei campi minati mandando avanti bambini che restavano squarciati dalle esplosioni. L’assassino sparò un solo colpo, che recise la vena giugulare mentre Romero elevava l’ostia nella consacrazione. Morì alle 18,26 di lunedì 24 marzo 1980.

«In memoria del vescovo Romero
In nome di Dio vi prego, vi scongiuro, / vi ordino: non uccidete! / Soldati, gettate le armi… / Chi ti ricorda ancora, / fratello Romero?
Ucciso infinite volte / dal loro piombo e dal nostro silenzio. / Ucciso per tutti gli uccisi; / neppure uomo / sacerdozio che tutte le vittime / riassumi e consacri.
Ucciso perché fatto popolo: / ucciso perché facevi / cascare le braccia / ai poveri armati, / più poveri degli stessi uccisi: / per questo ancora e sempre ucciso.
Romero, tu sarai sempre ucciso, / e mai ci sarà un Etiope / che supplichi qualcuno / ad avere pietà. / Non ci sarà un potente, mai, / che abbia pietà / di queste turbe, Signore? / nessuno che non venga ucciso? / Sarà sempre così, Signore?»

(David Maria Turoldo)

Giovanni Paolo II non presenziò al funerale, ma delegò a presiedere la celebrazione Ernesto Corripio y Ahumada, arcivescovo di Città del Messico. Durante le esequie l’esercito aprì il fuoco sui fedeli, compiendo un massacro. Il 6 marzo 1983 Giovanni Paolo II rese omaggio a Romero, venerato già come un Santo dal suo popolo, sulla sua tomba, nonostante le pressioni del governo salvadoregno.

Culto

La Chiesa cattolica aprì nel 1996 la causa di beatificazione e gli attribuì il titolo di servo di Dio; come postulatore ufficiale della causa fu nominato monsignor Vincenzo Paglia.

Giovanni Paolo II, in occasione del Giubileo del 2000, citò Romero nel testo della “celebrazione dei Nuovi Martiri”, riprendendo quasi integralmente quanto aveva scritto il giorno della sua morte alla Conferenza Episcopale salvadoregna:

«Il servizio sacerdotale della Chiesa di Óscar Romero ha avuto il sigillo immolando la sua vita, mentre offriva la vittima eucaristica.»

La sua causa di beatificazione, rimasta ferma per anni, fu sbloccata dall’intervento di Papa Benedetto XVI il 20 dicembre 2012 e in seguito proseguita da Papa Francesco, che ne desiderava una rapida conclusione, in quanto sulla base della testimonianza del capitano di polizia Alvaro Rafel Saravia – l’unica persona condannata per il suo omicidio – Romero era stato assassinato in odio alla fede; questa decisione fu comunicata personalmente dal pontefice argentino al postulante della causa, che in un incontro privato aveva auspicato la contemporanea beatificazione di Romero e Pino Puglisi, il presbitero ucciso da Cosa Nostra, e da questi resa pubblica il 22 aprile 2013.

Papa Francesco, con proprio decreto del 3 febbraio 2015, ha infine riconosciuto il martirio in odium fidei di monsignor Romero, che è stato elevato alla gloria degli altari, come beato, in una solenne celebrazione in San Salvador, il 23 maggio 2015. La sua festa è stata fissata al 24 marzo, giorno della sua uccisione; la stessa giornata è stata proclamata dalle Nazioni Unite giornata internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime.

Dal 14 ottobre 2018 è iscritto nell’Albo dei Santi.