I love America

Io amo l’America. Anche senza esserci mai stato. La pandemia presto o tardi finirà e allora ci andrò. Possibilmente con un biglietto di sola andata. Amo l’America perché, come mi conferma un’amica trapiantata a Torino dalla Georgia, è totalmente un altro mondo. Perché è tutto più grande, a cominciare dalle bistecche, più esagerato. Perché vedi e senti certe cose che si possono vedere e sentire solo lì.

Ad esempio, immaginate noi europei – stampa, tv e social in testa – a spaccare il capello in quattro e ad accapigliarci per settimane intere sull’origine dei tremori della Merkel rapportati agli sbandamenti di Junker. O noi italiani a organizzare talk-show ad hoc e scomodare fior di specialisti per stabilire se i discorsi altamente soporiferi di Mattarella stiano ad indicare un principio di demenza senile o abbiano una forte valenza terapeutica. Qualche battuta, magari non proprio rispettosa, e via.

Invece negli Stati Uniti non accennano a placarsi discussioni, supposizioni, illazioni e – perché no – preoccupazioni dopo i tre-scivoloni-tre di Biden nel salire la scaletta dell’aereo presidenziale, scrupolosamente paragonati a un’incedere incerto di Trump nello scendere da un palco quasi un anno fa. “La questione della salute di un presidente è di grande importanza per il pubblico americano” sottolinea vagatamente piccato il giornalista dell’Associated Press Jonathan Lemire sulla MSNBC.

E così c’è già chi grida al complotto: “Joe Biden è caduto per ben tre volte nel tentativo di salire a bordo dell’Air Force One, e ciò ci ha riportato alla mente l’isteria di massa dei media liberal quando invece toccò al Presidente Donald Trump, quella volta che venne deriso per aver camminato lentamente e cautamente lungo una rampa lo scorso anno. I mass media riserveranno ora la stessa morbosa attenzione alla salute di Biden come hanno fatto con Trump? Ovviamente No!” (L’Osservatore Repubblicano)

Sicuramente non è stata di buon auspicio per Biden la frase sibillina appena rivoltagli da Vladimir Putin: “Gli auguro buona salute”. Venerdì scorso, mentre era in partenza per Atlanta, il presidente Usa è scivolato per ben tre volte di seguito sulla scaletta dell’Air Force One. Le immagini, riprese dalle tv e in particolare dalla Nbc, sono state rilanciate sui social media e hanno fatto il giro del mondo sul web. Fortunatamente, per il 78enne Biden non sembrano esserci state conseguenze e, giunto in cima alla scaletta e fatto l’ultimo saluto militare, il presidente Usa è finalmente salito a bordo dell’aereo presidenziale.

“Onestamente a nessuno importerebbe così tanto di un vecchio che inciampa, ma il NYT, la CNN e altri si sono buttati a capofitto in una copertura speculativa quando Trump camminò lungo quella rampa, quindi eccoci dunque con i media che devono rimangiarsi la loro stessa copertura ostile e corrosiva” ammette il giornalista Mark Hemingway di RealClearInvestigations, portale internet di giornalismo investigativo.

Infatti, reporter e opinionisti liberal avevano lanciato l’allarme sulle condizioni fisiche del 74enne Donald Trump per “i segni del declino della sua salute” durante l’apparizione alla cerimonia di consegna dei diplomi a West Point lo scorso giugno, quando Trump era stato visto scendere cautamente la rampa del palco. Da una normale precauzione presa per lasciare il podio, giù da gradini improvvisati e sdrucciolevoli, a chiedersi se ci fosse qualcosa di “neurologicamente sbagliato” in Donald Trump il passo è stato assai breve.

Tanto che addirittura il New York Times aveva titolato all’epoca: “La camminata di Trump sulla rampa solleva nuove questioni sulla sua salute”. “Il signor Trump – che ha compiuto 74 anni domenica, il più vecchio presidente degli Stati Uniti nel suo primo mandato – è stato ripreso mentre scendeva esitante la rampa, un passo alla volta, dopo aver tenuto un discorso ai cadetti diplomati dell’accademia di New York, sabato. Il sovrintendente dell’accademia, il tenente generale Darryl A. Williams, camminava al suo fianco. Il signor Trump ha accelerato leggermente solo per gli ultimi tre passi, quando stava per arrivare in fondo”, aveva scritto la giornalista del NYTimes, Maggie Haberman. Roba da premio Pulitzer!

La CNN era così ossessionata dalla “cauta camminata” di Trump che la sua giornalista Alisyn Camerota si era sentita in dovere di precisare: “Un presidente che cammina in modo molto lento potrebbe essere un motivo di preoccupazione”. Joe Biden stesso aveva partecipato a quella recita, prendendo in giro Trump sull’onda della campagna elettorale, con una frase infelice che gli si è poi ritorta contro: “Guardate come cammina lui e guardate come cammino io. Guardate come corro su per le rampe e lui inciampa giù per le rampe. Suvvia”. E adesso tocca a lui finire nel tritacarne mediatico repubblicano.

Ma al di là di ogni esagerazione o speculazione politica, qualche perplessità sulle condizioni del presidente Biden resta per davvero. Scivoloni fisici a parte, in un discorso dedicato alla campagna di vaccinazione negli Stati Uniti, Joe Biden ha chiamato Kamala Harris, “presidente”. E non è la prima volta. Questo lapsus, unito ad alcuni vuoti di memoria e la riluttanza alle conferenze stampa, non fa che rafforzare la posizione di chi nutre sospetti sull’effettivo stato di salute del “vero” presidente americano.

D’altronde, qualcosa di irrituale sta accadendo nelle stanze dei bottoni degli Stati Uniti: il presidente è assente, rilascia poche interviste e ai riflettori dei giornalisti sembra preferire la solitudine dello Studio ovale. Non ama comunicare via social, e va bene. Ma colpisce, ad esempio, che siano trascorsi oramai due mesi dall’insediamento presidenziale e che Joe Biden non abbia ancora organizzato una conferenza stampa ufficiale. La prima, infatti, dovrebbe avere luogo domani.

Se l’assenza di Biden dal palcoscenico è comprensibile, in ragione della pandemia, quella dal dietro le quinte può avere soltanto una spiegazione: l’attuale presidente è una polena, proprio come Bush Jr ai tempi della Guerra al Terrore, i cui passi vengono decisi o dal proprio vice, la Harris, o da qualcun altro ancora, come il segretario di Stato Antony Blinken.

I fatti, del resto, sono piuttosto eloquenti: la Harris si sta contraddistinguendo per la propensione alle cosiddette “chiamate in solitaria”, cioè conversazioni telefoniche con omologhi e capi di Stato in assenza di Biden, e l’elenco va allungandosi con il tempo. Nella lista dei primi ministri, dei presidenti e dei personaggi internazionali contattati dalla Harris figurano, tra gli altri, Tedros Adhanom (Organizzazione Mondiale della Sanità), Erna Solberg (Norvegia), Justin Trudeau (Canada), Benjamin Netanyahu (Israele) ed Emmanuel Macron (Francia). Ultimo ma non meno importante, la Harris ha presenziato alla prima bilaterale Stati Uniti-Canada – un “privilegio” che, come ricorda Politico, Barack Obama non diede a Biden – ed è solita ai pranzi di lavoro con Blinken.

Forse Biden non è più “necessario”. Roberto Mazzoni, giornalista italiano stanziato in Florida, ricorda che, nel 2017, Kamala Harris (da sei mesi diventata senatrice della California) fu invitata a The Hamptons, quartiere newyorkese di lusso vicino a Long Island, che ospita la crema di Wall Street. «Volevano conoscerla e presentarle i grandi donatori di Hillary Clinton». Nell’agosto 2019 «Kamala è tornata e ha detto: “Sono io il più grande difensore di Wall Street”. Nei comizi, invece, giurava di battersi per i poveri e la classe media. Così Kamala ha avuto l’endorsement per la Casa Bianca, supportata da Obama». Sempre secondo Mazzoni, Obama non ha mai apprezzato Biden, e aveva chiesto ai “dem” di non puntare su di lui. Kamala però ha scontato primarie non brillanti: «La base non si fidava di questa banderuola. Che oltretutto nelle primarie ha attaccato Biden violentemente, mettendolo in imbarazzo».

Al che Wall Street aveva ripiegato su Michael Bloomberg, pronto a spendere 800 milioni di dollari nelle primarie. Ma nemmeno Bloomberg ce l’ha fatta: «E’ come se la base dei democratici avesse detto: non vogliamo Wall Street, l’abbiamo già “assaggiata” con Obama». Ed ecco allora il vecchio Joe Biden: «Più presentabile, meno indigesto alla base». A quel punto, la Harris è tornata in gioco: «Wall Street ha deciso che Kamala sarebbe stata il nuovo presidente, la Hillary “colorata”». L’idea dei democratici? «Confermare Biden e farlo insediare, ma per poco, pronto a farsi da parte, magari per motivi di salute. A quel punto Kamala diventa presidente e Nancy Pelosi, in quanto leader della Camera, vicepresidente».

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