Boldrini, la presidenta tiranna

Niente di nuovo sotto il sol dell’avvenire. E si potrebbe continuare anche con luoghi comuni che però oggi ci stanno come il cacio sui maccheroni, tipo chi predica bene e razzola male, voto a sinistra con il portafoglio a destra e via discorrendo amabilmente.

La sacerdotessa della parità di genere, sgamata da Selvaggia Lucarelli, l’ha fatta grossa. La paladina delle donne calpesta le sue collaboratrici: alla colf moldava non paga la liquidazione, all’assistente parlamentare assegna compiti da guardarobiera. La madrina genuflessa di Leu che fa la morale all’universo mondo si è persa in un bicchiere di lacrime di coccodrillo. Adesso hai voglia a dire che il Caf non ha sbrigato la pratica (10 mesi). La vicenda non va ingigantita, perché è già mostruosa in sé. Basta rinfrescarsi la memoria con le battaglie sanguinose della “presidenta” per il metoo, il gap salariale, le violenze sulle donne, il femminicidio, e i femminili usati un po’ alla come viene: direttora, genitora, presidenta e chi più ne ha di “a” ne metta, fanno sempre comodo. La parità di genere tanto agognata purtroppo ha perso il tram e se si ferma sull’uscio di casa Boldrini va rispedita al mittente. Vecchi discorsi, tipo la sindrome di Nimby, non voglio l’immondizia men che mai a casa mia. L’armamentario dei vecchi schemi con la mossa di Laura-signora-nostra-degli-appestati va di nuovo tirato a lucido: ipocrisia, doppia morale e una spolverata di radical chic che ci sta sempre bene.

“Ho visto, purtroppo e sto preparando una nota ufficiale per rispondere a una ricostruzione dei fatti che non risponde alla realtà delle cose e per replicare”. E’ quanto Laura Boldrini ha spiegato all’Adnkronos, dopo le accuse rilanciate sul Fatto Quotidiano da due donne, l’ex colf e un’assistente parlamentare, a proposito delle mansioni svolte e delle somme pagate per i loro servizi.

“Sono davvero dispiaciuta: si tratta di due collaboratrici valide, in ambiti ovviamente totalmente diversi – ha spiegato Boldrini – E mi aspettavo da loro che, se ritenevano che ci fosse con me qualche problema, me ne parlassero direttamente e non tramite un giornale, tutte due insieme poi… Mi pare che abbiano fatto ricorso a un metodo quanto meno improprio, che lascio agli altri giudicare e commentare”.

L’ex colf,  di nazionalità moldava, si è rivolta a un patronato di Roma per chiedere il pagamento della liquidazione di 3000 euro, a dieci mesi dalla fine del contratto, dopo una collaborazione durata otto anni. “A maggio dello scorso anno ho dovuto dare le dimissioni perché la signora, dopo tanti anni in cui avevo lavorato dal lunedì al venerdì, mi chiedeva di lavorare meno ore, ma anche il sabato. E io ho famiglia, dovevo partire da Nettuno e andare a casa sua a Roma, per tre ore di lavoro. Io sono andata al patronato, ho fatto fare da loro i calcoli. La sua commercialista mi ha detto che mi contattava e invece è sparita. Alla fine, tramite l’avvocato messo a disposizione dal patronato, ora siamo in contatto, mi faranno sapere. Io comunque la signora non l’ho mai più sentita, non la volevo disturbare. Mi dispiace perché non sono tanti soldi, circa 3.000 euro, forse è rimasta male che non abbia accettato di andare il sabato. Io ero dispiaciuta”.

Anche Roberta, la sua ex collaboratrice parlamentare racconta al Fatto di mansioni che esulavano dai propri compiti contrattuali. “Ho lavorato due anni e mezzo con la Boldrini – riferisce – posso dire che ho tre figli, partivo il martedì alle 4.30 da Lodi per Roma, lavoravo per tre giorni 12 ore al giorno, dalla mattina presto alle nove di sera. Per il resto lavoravo da casa, vacanze comprese. Guadagnavo 1.200 / 1.300 euro al mese, da questo stipendio dovevo togliere costi di alloggio e dei treni da Lodi. Ero assunta come collaboratrice parlamentare e pagata quindi dalla politica per agevolare il lavoro di un parlamentare, ma il mio ruolo era anche pagare gli stipendi alla colf, andarle a ritirare le giacche dal sarto, prenotare il parrucchiere. Praticamente facevo anche il suo assistente personale, che è un altro lavoro e non dovuto. Dovevo comprarle trucchi o pantaloni. Lei ha una casa a Roma, quando rimaneva sfitta io portavo pure gente a vedere l’appartamento o chiamavo le agenzie immobiliari”.

“A maggio, finito il lockdown – prosegue Roberta – ho chiesto di rimanere in smart working anche perché ho tre figli, di cui uno che si era ammalato seriamente che doveva essere operato. Di treni poi ce n’erano pochi e costosissimi. Lei mi ha risposto che durante il lockdown con lo smart working avevo risparmiato. A un certo punto parte del suo staff aveva pensato di fare una colletta per pagarmi i treni. Ho dato le dimissioni sfinita.

Un’altra persona dello staff conferma: “C’erano situazioni non belle in ufficio. O capricci assurdi. Se l’hotel che le veniva prenotato da noi ero rumoroso in piena notte magari chiamava urlando”.

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