Rifiuti nocivi: Tunisia pattumiera d’Italia

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di Dino Valle

Tra la fine di dicembre e lo scorso gennaio – ha denunciato Nigrizia, rivista italiana mensile dei missionari comboniani dedicata al continente africano e agli africani nel mondo – la magistratura tunisina aveva aperto un’inchiesta dopo il sequestro di 282 container carichi di rifiuti nocivi importati illegalmente dalla Campania.

Ieri, domenica 28 marzo, la rabbia della popolazione è esplosa proprio per contestare quell’ingente carico di rifiuti ospedalieri: davanti al porto di Sousse, dove alcune navi sono ancora in attesa di poter scaricare i loro cassoni stipati di rifiuti, è andata in scena la protesta, con striscioni e cartelli che invitavano l’Italia a “riprendere la sua merda”.

Che l’ingente quantità di mascherine, camici e dispositivi vari usati, legati all’emergenza Covid avrebbe potuto far saltare tutto il sistema della raccolta differenziata e dello smaltimento, era chiaro fin da subito. Ma non che il fenomeno assumesse proporzioni di tale portata in una minuscola fetta d’Africa non era del tutto preventivabile.

Non del tutto perché noi italiani siamo così: di inceneritori neanche a parlarne e, quando la nostra immondizia supera i livelli di guardia, o paghiamo a peso d’oro Paesi ben più lungimiranti perché vengano a portarsela via, o la seppelliamo in fondo al Mediterraneo o ancora – ed è questo il caso – la spediamo dall’altra parte del mare, dove c’è sempre qualcuno disposto a farla sparire dietro lauto compenso.

Lo scandalo, in Tunisia, iniziato con un primo carico di 212 container sospetti la scorsa estate, era andato gonfiandosi con l’arrivo di altri 70 in novembre. Soltanto tra maggio e luglio 2020 sarebbero partite dal porto di Salerno 7.900 tonnellate di rifiuti, a chiarire la portata senza precedenti dello scandalo sullo smaltimento dei rifiuti in corso nel Paese africano.

La società tunisina Soreplast avrebbe firmato un contratto con un’azienda italiana – Sviluppo risorse ambientali Srl, con sede a Salerno, specializzata nel trattamento di rifiuti in Campania – con lo scopo di “recuperare ed eliminare” in Tunisia 120 mila tonnellate di rifiuti per un valore totale di oltre 5 milioni di euro. All’arrivo dei primi container nel porto di Soussa, la società campana avrebbe pertanto chiesto alle autorità tunisine di farsi carico in via “temporanea” dei rifiuti, per avviare le operazioni di riciclo.

Sviluppo Risorse Ambientali, avrebbe redatto le bolle di carico dei container dichiarando quale contenuto «scarti urbani e misti, impossibili da valorizzare». Si tratterebbe invece, per lo più, di rifiuti ospedalieri, ma anche di centraline elettriche e scarti industriali, la cui importazione è proibita dalla legge tunisina e dalle convenzioni internazionali. Secondo l’accordo con l’azienda salernitana, che avrebbe ricevuto l’ok della Regione Campania – e il lasciapassare della camorra -, Soreplast era incaricata di riciclare la parte in plastica dei rifiuti, mentre doveva mandare in discarica la frazione non differenziabile e recuperabile.

Rifiuti italiani arrivati in Tunisia

Il sospetto della magistratura tunisina è che abbia smaltito tutto nelle discariche. Ma non solo in quelle ufficialmente autorizzate. Un servizio di France 2 sostiene, infatti, che i rifiuti ospedalieri siano stati seppelliti “un po’ frettolosamente”, facendoli scomparire così presto dai radar tanto da lasciar intendere che sarebbero stati interrati in discariche abusive. Prova ne è che diverse tonnellate di rifiuti, di origine sconosciuta, sono state scoperte il ​​30 dicembre 2020 nella regione di Chebika, nel Governatorato di Kairouan.

In una dichiarazione a Mosaique fm Radio, un rappresentante del Comune di Chebika, Abdelfattah Zairi, ha detto che circolano informazioni secondo cui alcuni camion si recano regolarmente nella regione per scaricare rifiuti indifferenziati, durante la notte. Alcuni funzionari locali ritengono che facciano parte dei rifiuti italiani”.

I cittadini avevano lanciato l’allerta e si erano mobilitati i servizi comunali e regionali nonché le Unità di Sicurezza, mentre il vicepresidente della Commissione parlamentare per la lotta alla corruzione, Badreddine Gammoudi, confermava che il materiale poteva essere parte dei lotti di rifiuti italiani.

Gammoudi ha sottolineato che ci sono molti elementi che dimostrerebbero questa ipotesi, il primo dei quali è la natura dei rifiuti non tunisini che sono stati mescolati per l’occultamento. La vicinanza geografica tra i governatorati di Kairouan e Sousse sarebbe un’ulteriore prova. Inoltre, sulla sua pagina ufficiale, Gammoudi ha condiviso le foto della sua visita, con il vice Khaled Krichi, a Kairouan” conferma Zairi.

Le indagini sulla “terra dei fuochi” tunisina hanno portato finora a ben 23 arresti. Oltre al ministro, erano già finiti in manette alcune settimane fa esponenti di spicco dell’amministrazione locale, tra cui il direttore dell’Agenzia nazionale per il riciclo dei rifiuti (Anged), Beshir Yahya che pure aveva ammesso: “L’importazione di questi rifiuti è stata effettuata senza passare attraverso i canali ufficiali, che richiedono una pre-approvazione, e senza ottenere l’autorizzazione dei servizi ufficiali responsabili dell’importazione di questo tipo di residui”.

Ma l’ultimo sbarco, avevano rilevato gli inquirenti, aveva probabilmente ricevuto l’autorizzazione da parte di Anged nonostante mancasse una autorizzazione ufficiale governativa. Il presidente della Commissione del buon governo del parlamento tunisino, Badreddine Gamoudi, “ha accusato il primo ministro Hichem Mechichi di aver atteso troppo prima di autorizzare l’arresto di Aroui”, scrive Giuseppe Acconcia su Nigrizia.it. Il titolare dell’azienda importatrice Soreplast è invece in fuga da quando è scoppiato lo scandalo. Per lui, tal Boulon, di cui si sa soltanto che è originario di Soussa che vive in Germania, è stato emesso un mandato di cattura.

Secondo France 2, le associazioni locali che si occupano di ambiente si stanno ora interrogando se la Tunisia non sia diventata il bidone della spazzatura dell’Italia meridionale, mentre da noi è in corso un’indagine per cercare i responsabili di questa spedizione di rifiuti ospedalieri.

La prima decisione di sequestrare e rispedire al mittente i container era arrivata lo scorso 8 luglio ma i rifiuti sono rimasti nel Paese africano. Il traffico di rifiuti in Tunisia è in continuo aumento a causa della reticenza dei paesi asiatici, che per anni hanno accolto rifiuti pericolosi, a continuare ad autorizzarne l’importazione, insieme all’inasprirsi delle norme in materia di smaltimento di rifiuti pericolosi in Europa.

“Questo scandalo dimostra che ci sono grandi lobby corrotte”, ha spiegato Hamdi Chebaane, esperto in materia dell’organizzazione ambientalista Tunisia verde. Secondo lui, il ministero dell’Ambiente tunisino ha subìto crescenti pressioni negli ultimi anni per permettere l’importazione di rifiuti.

Questo nonostante la Tunisia debba già affrontare un grave problema interno di smaltimento di rifiuti, fermi al 61% dell’immondizia raccolta nella capitale, secondo la Banca mondiale. In particolare le città di Sfax, Sousse e Gabes soffrono da anni di gravi abusi da parte di aziende locali che hanno inquinato falde acquifere, mare e aria, secondo le accuse lanciate dalle ong locali. A questo si aggiunge il costante sbarco di rifiuti nocivi da parte di paesi europei che aggrava l’inquinamento ambientale con effetti devastanti sull’ambiente e sulla vita della popolazione locale.

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