1748 – Pompei torna alla luce grazie agli scavi decisi da Carlo di Borbone

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di Dino Valle

Pompei è una città dell’evo antico, corrispondente all’attuale Pompei, la cui storia ha origine dal IX secolo a.C. per terminare nel 79, quando, a seguito dell’eruzione del Vesuvio, viene ricoperta sotto una coltre di ceneri e lapilli alta circa sei metri. La sua riscoperta e i relativi scavi, iniziati nel 1748, hanno riportato alla luce un sito archeologico che nel 1997 è entrato a far parte della lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, e che è il secondo monumento italiano per visite dopo il sistema museale del ColosseoForo Romano e Palatino.

Il terremoto del 62 e l’eruzione del 79

Il 5 febbraio del 62 un violento terremoto, di intensità stimata pari al V-VI grado della scala Mercalli, con epicentro nella vicina Stabiae, colpisce anche Pompei e la piana circostante provocando numerosi danni e crolli: se ne ha testimonianza grazie alla rappresentazione negli affreschi della casa di Lucio Cecilio Giocondo, in particolar modo si notano i danni a porta Vesuvio, al Castellum Aquae, al foro ed al tempio di Giove; il terremoto ha un impatto negativo sulla vita cittadina: molte delle personalità più ricche, temendo per la propria incolumità, si trasferiscono in altre zone, mentre il commercio cala bruscamente. Pompei diventa quindi un cantiere dove l’attività principale è quella della ricostruzione: non mancano esempi di speculazione edilizia e molti si arricchiscono con gli affitti o con gli appalti dei lavori di restauro; non si è a conoscenza se gli imperatori Nerone e Vespasiano abbiano in qualche modo finanziato la ricostruzione, ma sta di fatto che le ricchezze accumulate nel corso degli anni dagli abitanti favorisce l’edificazione di edifici lussuosi, spesso rivestiti di marmi: in poco tempo sono restaurate le regioni VI e VIII, quelle a più alta densità residenziale, oltre al tempio di Iside, grazie alle offerte di un liberto.

Nel decennio a seguito del terremoto non mancano tuttavia disordini di tipo politico e amministrativo: Vespasiano infatti è costretto ad inviare a Pompei il tribuno Titus Suedis Clemens, per risolvere alcune situazioni legate al possesso abusivo di terreni municipali da parte di privati.

Non sono stati completati ancora i lavori di ristrutturazione, quando la mattina del 24 agosto o comunque in un periodo compreso tra agosto e novembre del 79, una violenta eruzione del Vesuvio pone definitivamente fine alla vita di Pompei: anticipata dai giorni precedenti da scosse di terremoto, una nuvola a forma di pino si alza dalla sommità del vulcano, fino a che, intorno alle 13, un boato annuncia la rottura del tappo di magma solidificato che ostruisce il cratere, dando inizio ad una incessante pioggia di ceneri e lapilli sulla città, la quale in circa cinque ore raggiunge l’altezza di un metro, provocando i primi crolli dei tetti; intorno alle 6 del giorno successivo, quando l’altezza del materiale vulcanico è pari a due metri, un flusso piroclastico raggiunge le mura di Pompei: a questo ne segue un altro intorno alle 7, bissato pochi minuti dopo, ed un ultimo, più potente, intorno alle 8, causando definitivamente la morte di tutti quelli che erano sopravvissuti. Alle 10 la furia eruttiva inizia ad indebolirsi, anche se la pioggia di ceneri continua per altri quattro giorni, poi l’evento termina definitivamente: Pompei è seppellita sotto una coltre di circa sei metri di materiale vulcanico, dal quale affiorano solo resti di colonne e la parte più alta degli edifici. Non si conosce il numero preciso di abitanti della città nel 79; secondo alcune stime questi variano da seimila a ventimila ed il numero di vittime ritrovate si aggira intorno a 1.150: a questo dato va comunque aggiunta la parte di città ancora da esplorare e si calcola che in totale le vittime possano essere circa 1.600; è da considerare inoltre che la maggior parte della popolazione è riuscita a mettersi in salvo, scappando, ai primi stadi dell’eruzione

Delle circa 1.150 vittime accertate, 394 sono state ritrovate negli strati di lapilli inferiori, morte quasi tutte all’interno di edifici crollati sotto il peso dei materiali vulcanici che si sono depositati sui tetti, mentre altri 650 sono stati ritrovati nella parte superiore dei depositi piroclastici, morti esternamente, raggiunti dalle nubi ardenti nella seconda fase dell’eruzione. Molti Pompeiani cercano di sfuggire alle ceneri e ai lapilli coprendosi la bocca con un cuscino; quelli che cercano rifugio scappando verso porta Ercolano trovano morte sicura, mentre la salvezza è più probabile per chi scappa attraverso porta Stabia e quindi via mare, anche se la spiaggia è battuta da onde, provocate dai continui terremoti, e le barche sono andate quasi tutte distrutte. A seguito degli scavi archeologici e con l’utilizzo della tecnica dei calchi è stato possibile ricomporre gli ultimi instanti di vita di alcune persone, come ad esempio quelli di una donna che portava con sé numerosi gioielli, accompagnata da una fanciulla quattordicenne con la testa avvolta in un lenzuolo, quelli di un mendicante con un bastone ed una bisaccia ripiena di generi alimentari, quelli di una coppia di sposi che si tiene per mano, quelli di un uomo, forse un atleta, con in mano un flacone di olio, quelli di un gruppo di tredici persone, tra cui uno schiavo, due bambini ed una donna inferma, quelli dei sacerdoti del tempio di Iside, uno dei quali ritrovato con un carico d’oro, probabilmente il tesoro del tempio e quelli di un gruppo di schiavi ritrovati in una stanza di quattro metri quadrati con ossa spezzate, dopo aver cercato di fuggire tramite una scala dal tetto. Oltre ad esseri umani trovano la morte anche animali: tra gli esempi più eclatanti quello di un cane, che cerca di liberarsi dal suo guinzaglio.

Terminata l’eruzione, il Vesuvio si presenta con una nuova forma, ossia due cime ed un nuovo cono: tutta la zona circostante a Pompei è ricoperta da una coltre bianca, il fiume Sarno a stento riesce a scorrere e la linea di costa si è modificata, protraendosi verso il mare. L’imperatore Tito invia in Campania una delegazione di soccorsi ed interdice la zona al transito: inoltre dispone che tutte le proprietà rimaste senza eredi siano smantellate ed i materiali riutilizzati per la costruzione, permettendo quindi il recupero di marmi, tubature di piombo, statue e ogni sorta di ricchezza che viene ritrovata, attraverso lo scavo di cunicoli; non mancano comunque episodi di sciacallaggio che si susseguono nei periodi immediatamente dopo l’eruzione. Intorno al 120 viene ripristinata nei pressi di Pompei la viabilità verso Stabiae e Nocera per volere di Adriano, ma la città non viene più ricostruita, anzi il territorio dove sorgeva inizia a ricoprirsi di vegetazione, scomparendo definitivamente.

Scavi archeologici

I primi scavi nella zona dell’antica Pompei si sono svolti nel 1748, a seguito della scoperta di Ercolano, per volere della dinastia borbonica, impiegando gli ingegneri Roque Joaquín de AlcubierreKarl Jakob Weber e Francisco la Vega: i primi ritrovamenti avvengono nella zona dell’Anfiteatro, anche se gli esploratori sono convinti di essere sulle tracce dell’antica Stabia; si capirà di essere a Pompei solo nel 1763 quando viene ritrovata un’epigrafe sulla quale viene chiaramente fatto riferimento alla Res Publica Pompeianorum. Le prime esplorazioni vengono fatte tramite l’utilizzo di cunicoli sotterranei ed è solo con la salita al trono di Ferdinando I delle Due Sicilie che avvengono i primi scavi a cielo aperto.

All’inizio del XIX secolo, a seguito di disordini di ordine politico, le indagini vengono sospese ed un nuovo impulso sarà dato solo dall’arrivo di Gioacchino Murat: è proprio la moglie di questi a cominciare un’opera di pubblicizzazione del sito in tutta Europa, tant’è che Pompei diventa una tappa obbligata del Grand Tour. L’ultimo periodo di dominazione borbonica è segnato da una stasi nell’attività di scavo; questa viene ripresa solamente con l’unità d’Italia: sono, infatti, archeologi come Giuseppe Fiorelli, Vittorio Spinazzola ed Amedeo Maiuri a riportare alla luce la città nella sua quasi totale interezza, poi la continua mancanza di fondi porta per lo più alla conservazione del patrimonio recuperato che a nuovi a scavi; i bombardamenti della Seconda guerra mondiale provocano, in alcuni casi, ingenti danni alle rovine, mentre nel 1997, l’area archeologica, insieme a quella di Ercolano ed Oplonti, viene dichiarata, dall’UNESCO, patrimonio dell’umanità. Nel 2012 parte il Grande Progetto Pompei, che mira al restauro e alla messa in sicurezza del sito.

Tutti i ritrovamenti di reperti, a cui si aggiungono le pitture ed i mosaici staccati in epoca borbonica, vengono originariamente conservati alla Reggia di Portici, per poi essere trasferiti nella collezione di antichità all’interno del museo archeologico nazionale di Napoli; altri reperti sono ospitati nell’antiquarium di Pompei e nell’antiquarium di Boscoreale.

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