1940 – Da tutta Italia cancellate e campane per la Patria in guerra

di Dino Valle

Il 2 aprile 1940, da Roma, partiva la campagna nazionale di requisizione delle cancellate in ferro, necessarie per realizzare soprattutto cannoni, ma anche altri tipi di armi, per fronteggiare la crescente necessità dettata dal secondo conflitto mondiale. Nel clima di autarchia, il provvedimento governativo imposto da Benito Mussolini, riprendeva la precedente spoliazione forzata di Stato avvenuta nella grande guerra, sempre per porre rimedio alla stessa esigenza di costruire mezzi di offesa.

Ma, pur trattandosi di materiale meno pregiato dell’oro, riportava comunque nella mente degli italiani anche la giornata del 18 dicembre 1935, quando era stato chiesto loro di consegnare, per finanziare le operazioni militari in Etiopia, di elargire le fedi nuziali in materiale aureo alla patria, ricevendone in cambio un cerchietto di ferro e un attestato di donazione. Solo nella Capitale, in quella iconica giornata, furono messi insieme 250mila anelli in oro, inclusi quelli del re Vittorio Emanuele III e della consorte, la regina Elena del Montenegro, che platealmente e per primi si sottoposero al rituale.

Il termine per la consegna delle cancellate di ferro era posto al 31 dicembre successivo, ma un poco per i controlli effettuati dal fascismo ed un pochino per senso del dovere dei singoli sudditi non si dovette aspettare così tanto per vedere le abitazioni mutilate. Solo a Bologna, ad esempio, vennero scardinati 50 chilometri di cancellate di ferro in pochi giorni.

A questo provvedimento, che lasciava libertà di opzione ai proprietari solo ed esclusivamente per tenersi i cancelli portanti, ovvero quelli principali di ingresso alle dimore, si aggiungerà, sempre per tentare di fronteggiare l’ulteriore necessità di ferro, il dettato del decreto governativo, del 23 aprile 1942. Ossia quello sulla requisizione delle campane, costruite sia in bronzo che in altro metallo pesante, presenti negli edifici di culto su tutto il territorio italiano.

La consegna delle campane, più di quella delle cancellate e delle recinzioni, priverà il Belpaese di pezzi di assoluto pregio, sia storico che artistico, a volte veri e propri tesori che da secoli erano appesi a campanili monumentali, suscitando non poche polemiche. E alimentando il disappunto di monsignor Giovanni Fallani, presidente della pontificia commissione di arte sacra, nel suo intervento riportato nella premessa del volume “Ripristino delle campane requisite per esigenze belliche o distrutte o asportate per fatti di guerra”, pubblicato dalla tipografia poliglotta vaticana nel 1958.

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