Dino Valle

Quando il Covid dà alla testa

di Daniela Mattalia (Panorama)

Dopo un anno di studi scientifici e di casi clinici, è sempre più evidente che il coronavirus colpisce anche il cervello, con conseguenze neurologiche a lungo termine: vuoti di memoria, «nebbia» mentale, disorientamento, depressione. Un’emergenza destinata a crescere, e che va affrontata. Anche a livello sociale.


Una giovane madre americana di quattro bambini in cura da uno psichiatra perché, nei suoi deliri psicotici, immagina di decapitare i figli. Una studentessa francese che, in un video, racconta di soffrire di disturbi cognitivi e incapacità di trattenere i ricordi. Un medico italiano, noto pneumologo, che nel suo forum racconta come: «Talvolta vengo assalito da uno stato di disperazione, ai limiti di una condizione psicotica non motivata da nulla, considerando che il peggio è passato e sono in compagnia di mia moglie in assoluta serenità».

I tre casi, così come tanti altri che potremmo raccontare (ma li trovate sul New York Times, su YouTube, sui blog dedicati al coronavirus), hanno una cosa in comune: nei mesi precedenti queste persone si sono ammalate di Covid-19, in maniera più o meno grave, e a distanza di diverso tempo accusano sintomi neurologici e psichiatrici che, oggi, numerosi studi mettono in stretta relazione con l’infezione da Sars-CoV-2. 

Sintomi che vanno dal delirio psicotico più terribile al semplice al mal di testa, passando per disturbi cognitivi, depressione, insonnia, vuoti mnemonici, e quella sorta di «nebbia cognitiva» («mental fog», la chiamano gli inglesi) che sembra una caratteristica frequente del post Covid. Nei primi mesi di pandemia, abbagliati dalla gravità dei sintomi polmonari, quasi tutti gli scienziati avevano «trascurato» le conseguenze sugli altri organi. Poi, dati provenienti da Wuhan (il primo focolaio in Cina) hanno cominciato a rilevare complicanze neurologiche in circa il 36% dei casi. Era ormai chiaro come i polmoni fossero sì il bersaglio principale, ma non l’unico. Nel suo disastroso giro dentro il nostro corpo, il virus bersaglia organi e tessuti diversi, e i danni si estendono a cuore, reni, pelle… E cervello.

Oggi, digitando in rete le parole «Covid and brain» saltano fuori innumerevoli ricerche scientifiche accanto a lunghi articoli di stampa, soprattutto americani (Newsweek ci ha di recente dedicato una copertina), con testimonianze di sopravvissuti il cui il virus ha lasciato forti tracce nella mente, e di medici alle prese con complicanze mentali inattese. In Italia, dove il Covid ha colpito duro, un’indagine multicentrica della Società italiana di Neurologia dimostra che tre pazienti su 10 trattati negli ambulatori post-Covid mostrano ripercussioni neurologiche, ora si sta cercando di capire quali sono le aree cerebrali più interessate e le conseguenze sul lungo termine. 

Uno studio coordinato dall’Università statale di Milano insieme all’Asst Santi Paolo e Carlo e all’Istituto Auxologico di Milano, apparso nei giorni scorsi su Brain Sciences, dà un’idea precisa della situazione: i medici hanno condotto, a distanza di cinque mesi dalle dimissioni, 38 pazienti tra 22 e 74 anni, senza disturbi della memoria o dell’attenzione prima del ricovero. Risultato: sei su 10 mostrano ancora oggi «rallentamento mentale e ottundimento, e due su 10 riportano difficoltà di memoria».

«Il nostro è l’unico studio fatto a 5 mesi di distanza su pazienti dimessi dopo la prima ondata e rivisti ad aprile-maggio 2020» spiega Alberto Priori, direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Milano presso il Polo universitario ospedale San Paolo. «Tutti ci dicevano, in pratica, di non avere più problemi fisici ma di sentirsi “stonati”, di non riuscire a lavorare, di non resistere al computer per più di un’ora, di far fatica a leggere o a seguire un film. E spesso avevano lavori socialmente impegnativi. Così abbiamo iniziato a testarli nel tempo, ed è emerso che i disturbi neurologici persistono per almeno cinque-sei mesi. Sempre nel nostro centro abbiamo iniziato un secondo follow-up su un centinaio di pazienti a un anno dalle dimissioni. Terminerà fra circa quattro mesi».

Ma in che modo il Covid prende di mira il cervello? Lo fa, continua Priori, in modi diversi. Spesso la gravità del disturbo cognitivo è proporzionale alla gravità della polmonite nella fase acuta, quindi all’insufficienza respiratoria prolungata (anche in persone giovani); oppure il virus innesca meccanismi infiammatori che favoriscono trombi cerebrali; sempre l’infiammazione innesca la produzione di sostanze particolari, le interleuchine, che hanno effetti negativi sulla memoria; infine, il virus può entrare nel cervello. 

La capacità del Sars-Cov-2 di superare la barriera emato-encefalica non era affatto scontata, e tuttora c’è chi lo considera un evento abbastanza raro. «Ma se non si avvertono più odori e sapori, come avviene per tanti pazienti, significa che il virus in qualche modo lì entra. Spesso la sua penetrazione si limita alle aree olfattive e gustative, in altri causa disturbi nella corteccia cerebrale» risponde Priori

Alla Yale School of Medicine (racconta Newsweek) i ricercatori hanno esposto neuroni derivati da cellule staminali ad alcune particelle virali del Sars-Cov-2; immediatamente infettati, i neuroni morivano uno dopo l’altro. Del resto, l’epidemia di Spagnola del 1918, sia pure provocata da un virus influenzale e non da un coronavirus, prendeva di mira anche il cervello provocando una forma grave di encefalopatia e conseguente coma prolungato per anni e anni. Il celebre e bellissimo libro di Oliver Sacks Risvegli racconta esattamente questa storia. Se il coronavirus prende possesso del cervello, potrebbe in futuro «risvegliarsi» (un po’ come fa l’herpes nell’organismo), e innescare malattie neurodegenerative o forme di demenza? Domande cui, finora, è difficile dare una risposta.

Nel caso del Sars-CoV-2, ad aprirgli la porta sarebbero il nervo olfattorio, così come due recettori (Ace2 e la neuropilina, o Nrp1); ma il virus potrebbe raggiungere il sistema nervoso centrale anche attraverso il sangue. Al di là delle ipotesi, resta la realtà di un numero imprecisato, ma sempre più ampio man mano che aumentano le indagini, di «guariti» nel corpo ma non nella mente. Secondo Lancet Psychiatry, uno su cinque ex-malati (su un campione composto dai registri di 70 milioni di pazienti americani) finisce con una diagnosi di disturbo psicologico a distanza di tre mesi. «Uno tsunami di problemi mentali a venire» l’ha definito Lancet.

Altrove, le percentuali sono anche più alte. Al San Raffaele di Milano, un’analisi coordinata dallo psichiatra Francesco Benedetti indica che un terzo di chi è stato ricoverato per Covid-19 soffre di depressione, ansia, insonnia, sindrome da stress post-traumatico. E, sempre nell’ospedale milanese, un altro studio sui pazienti finiti in terapia intensiva, reparti Covid o malattie infettive, rileva che l’80% di loro si è ritrovato con disturbi cognitivi (memoria, attenzione, orientamento) e il 40% con depressione. Con un risultato apparentemente paradossale: i più preservati dai danni erano i malati intubati rispetto a quelli rimasti coscienti.

«Se le alterazioni neurologiche fossero dovute principalmente alla scarsità di ossigeno nella fase acuta, i pazienti più gravi sarebbero stati i più colpiti» riflette Sandro Iannaccone, primario dell’Unità di Riabilitazione disturbi neurologici-cognitivi-motori dell’istituto milanese. «Una possibile spiegazione è che le persone intubate sono rimaste incoscienti nella fase più grave, mentre gli altri, sia pure con caschetto o mascherina per l’ossigeno, vedevano i vicini di letto soccombere, soffrivano il distacco dai familiari, l’incubo di morire da soli. In questi reparti poi si perde il ritmo sonno-veglia, e anche questo causa deficit funzionali. In altri malati infine, il virus ha causato danni al sistema circolatorio e ai nervi, e in sette casi abbiamo dovuto procedere all’amputazione dell’arto nel corso della malattia».

La questione, a questo punto, è che tanti guariti lo sono ufficialmente, ma non realmente. Almeno, non del tutto. Se un chirurgo, un conducente di treno, un magistrato tornano a lavorare con vuoti di memoria, problemi di concentrazione, deficit di attenzione, diventa un discreto problema sociale. «Sono strascichi da valutare bene prima di riammettere qualcuno al lavoro» fa notare Priori. Se ricordate, il premier inglese Boris Johnson, dopo essersi ripreso dal coronavirus, mostrava (secondo quanto riportavano i quotidiani britannici) proprio quella sorta di ottundimento cognitivo del post-Covid.

Non solo. Si apre una potenziale emergenza anche nel campo della riabilitazione. «All’inizio i reparti di riabilitazione della maggior parte degli ospedali sono stati trasformati in reparti di medicina sub-acuta» ricordaIannaccone. «Qui da noi invece abbiamo mantenuto questa funzione ma in modo multidisciplinare. Quando i pazienti erano fuori pericolo ma ancora positivi, abbiamo iniziato la riabilitazione, compresa quella neurologica, in tempi precoci per evitare cronicizzazioni. In prospettiva, per i problemi cognitivi del long- Covid servirebbe una riabilitazione in day hospital, o anche online. Se invece i danni cerebrali sono a livello di nervi, se cioè abbiamo una polineuropatia infiammatoria, il recupero dovrà essere tipo motorio. Comunque sia, ormai è chiaro che nel 5% dei casi il Covid lascia danni cronici di vario tipo. Una percentuale che, su un milioni di ex-pazienti, diventa piuttosto alta». 

Abbiamo sul territorio strutture riabilitative di day hospital a sufficienza? No, tant’è che in Italia (dice uno studio della Bocconi) oltre metà delle prestazioni ambulatoriali di riabilitazione fisioterapica e psicoterapica vengono fatte privatamente. Il motivo? Per un’ora con personale laureato lo Stato dà un rimborso lordo di 11-15 euro. L’ospedale dovrebbe farlo praticamente in perdita. 
«Nell’attuale guerra pandemica, avremo tantissimi feriti che dovrebbero essere trattati in day hospital multidisciplinare» conclude il medico. «Se non si fa riabilitazione in modo adeguato, avremo un costo sempre più alto per spese sanitarie croniche. E sarà, questo, uno dei problemi principali del futuro».

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