Dino Valle

Il coworking al tempo del Covid

di Dino Valle

Che cos’è il coworking?

Il coworking è uno stile lavorativo che coinvolge la condivisione di un ambiente di lavoro, spesso un ufficio, mantenendo un’attività indipendente. A differenza del tipico ambiente d’ufficio, coloro che fanno coworking non sono in genere impiegati nella stessa organizzazione. Attrae tipicamente professionisti che lavorano a casa, liberi professionisti o persone che viaggiano frequentemente e finiscono per lavorare in relativo isolamento. L’attività del coworking è il raduno sociale di un gruppo di persone che stanno ancora lavorando in modo indipendente, ma che condividono dei valori e sono interessati alla sinergia che può avvenire lavorando a contatto con persone di talento.

Le origini

Il primo spazio di coworking propriamente detto è nato a San Francisco nel 2005 ad opera di Brad Neuberg.

Alcuni spazi di coworking sono stati sviluppati da imprenditori di Internet nomadi alla ricerca di un’alternativa al lavorare nei bar e nei caffè, o all’isolamento in un ufficio proprio o a casa. Un sondaggio del 2007 mostrava che molti dipendenti si preoccupano della sensazione di essere isolati e di perdere l’interazione umana se dovessero telelavorare. Circa un terzo di lavoratori pubblici e privati del settore riferiva inoltre di non volere rimanere a casa durante il lavoro. Il coworking offre una soluzione al problema dell’isolamento, che tanti freelance sperimentavano lavorando in casa, mentre allo stesso tempo permette loro di sfuggire alle distrazioni dell’ambiente domestico.

Il più delle volte il coworking è indirizzato verso i freelance, che spesso affiancano tale attività con un altro lavoro; per venire incontro a tali utilizzatori, gli orari sono di solito molto liberi, il più delle volte con formule 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, con modalità di accesso elettroniche e servizi di ronda di guardie giurate, con il risparmio sulle spese di portierato.

Spesso i principali promotori del coworking sono le nuove imprese startup, poiché grazie ai suoi bassi costi è accessibile e alla portata di tutte le tasche.

Il coworking in Italia

Il fenomeno del coworking è arrivato in Italia tra il 2008 e il 2010 e si è sviluppato seguendo tre strade. Il coworking ibrido: uno spazio nato come ufficio tradizionale e riadattato per assolvere le funzioni di uno spazio condiviso (è il caso, per esempio, di Cowo la prima rete di coworking aperta in Italia nel 2008); il coworking importato: un network estero già avviato e funzionante che ha aperto filiali anche in Italia (come nel caso di The Hub, poi divenuto Impact Hub, aperto a Milano nel 2010); il coworking nativo: un’attività pensata fin dal principio come coworking e sviluppata in Italia (il primo esempio è stato Toolbox Coworking, aperto a Torino nel 2010, con 1000m² di spazi condivisi che lo resero il più grande del Paese).

Nel 2016 il fenomeno del coworking ha raggiunto, solo in Italia, 300 spazi attivi; quello stesso anno una pubblicazione dell’IRES Piemonte ha indicato gli spazi di coworking come una delle strade percorribili per porre rimedio all’abbandono dei vuoti post-industriali. Nei primi mesi 2018 gli spazi di coworking censiti dalla prima Italian Coworking Survey risultano oltre 550, mentre già a fine 2018 la piattaforma nata dalla survey Italian Coworking in collaborazione con ForumPA registrano oltre 660 spazi operanti in Italia. A fine gennaio 2021, il numero di strutture censite da Italian Coworking è salito a 779, nonostante il periodo di emergenza sanitaria.

La pandemia ne ha cambiato profondamente il senso

Gli ultimi dodici mesi hanno accelerato il passaggio del lavoro allo spazio digitale e, con la crescita del lavoro da remoto, i fornitori di servizi coworking stanno progressivamente ripensando i loro prodotti.

La necessità di mantenere il distanziamento sociale ha infatti imposto un radicale ripensamento dell’organizzazione del posto di lavoro, anche in condivisione. I grandi spazi, che al loro interno hanno postazioni singole e luoghi in comune, sono diventanti ingestibili, in senso classico, nella situazione attuale.

Lorenzo Maternini, cofondatore di Talent Garden, una delle aziende più grandi del settore in Italia ha descritto così le nuove condizioni: “Lavorare isolati, in remoto, non è esperienza gratificante e che fa bene alla creatività. Tuttavia è anche vero che il mercato del lavoro richiede iperflessibilità, e quindi capacità di incontrarsi da remoto e formarsi a distanza”. Il mondo del coworking, insomma, si è adeguato al momento e ha cambiato pelle. 

Le nuove soluzioni ibride

Le parole chiave delle società di coworking, come dichiarato dal numero uno di WeWork, Franquibel Lima alla rivista Elle Decor, sono “flessibilità, collaborazione e benessere”. La condivisione degli spazi di lavoro (e dei relativi servizi) tra persone di settori e aziende diverse non sarà quindi limitata all’ambito fisico. La creazione di una comunità in grado di stimolare creatività, concentrazione e produttività avverrà anche a livello virtuale. E in entrambi i livelli ci potranno essere corsi di formazione e riunioni, come anche condivisione di momenti di pausa e confronti informali. 

Le singole società di coworking possono essere molto diverse fra loro: alcune si concentrano in un unico settore, mentre altre sono aperte a tutti. Gli spazi di lavoro, inoltre, possono essere aperti o chiusi, e possono comprendere anche sale per riunioni ed eventi organizzati dalla stessa società. Caratteristiche comuni sono l’orario 24/7, servizi come telefonointernet e riscaldamento e spazi di svago comuni. Ulteriori servizi possono essere la segreteria remota, la possibilità di stare in spazi di sedi diverse e portare la propria sede legale. Organizzazione eventi per scambi di idee e opinioni.

Chi usufruisce del coworking

Ad aiutare i professionisti saranno anche le applicazioni per smartphone preparate dai coworking. Grazie al proprio smartphone, infatti, si può accedere a numerosi servizi delle aziende di coworking. La prenotazione di scrivanie e in generale spazi di lavoro (gestiti con criteri di sicurezza sanitaria) è solo il punto di partenza. Queste app le sfruttano i singoli lavoratori come gli organizzatori di meeting e conferenze. Non mancano le varianti: Nibol.co ha, per esempio, selezionato le caffetterie più adatte al lavoro e allo studio, permettendo di selezionare l’orario e pre-ordinare una consumazione con lo sconto. Seats2meet, invece, punta sul capitale umano: ognuno mette a disposizione le proprie competenze, e sull’aiuto reciproco nascono nuove forme di collaborazione. 

Le aziende tagliano le spese

Simili vantaggi possono essere sfruttati anche dalle aziende, le quali possono stanziare un budget ai propri dipendenti per l’acquisto di postazioni giornaliere. In questo modo si ha maggiore flessibilità di postazioni e orari per i dipendenti e taglio di spese per l’azienda. Quest’ultima può infatti risparmiare su affitto, bollette e chiedere rimborsi in caso di mancato utilizzo. Cofoundry addirittura permette alle aziende di personalizzare i propri spazi ed esaltare il proprio brand.

Il coworking spontaneo

Il desiderio di restare a contatto con altre persone durante il lavoro remoto si era reso evidente già un anno fa. Sul web e sui social, infatti, alcuni gruppi di professionisti iniziato ad attuare una sorta di coworking spontaneo, collegandosi a piattaforme come ZoomMeet e Teams per creare gruppi di lavoro. In questo modo la presenza, pur virtuale, di altre persone al lavoro fornisce ulteriore stimolo per la concentrazione e l’efficienza.

Oltretutto, si ha la possibilità di fare pausa insieme e scambiarsi informazioni, pareri e perfino clienti, nel caso di liberi professionisti. Tutto questo per combattere riflessi negativi del lavoro da remoto come tensioni muscolari, stress e sbalzi d’umore. Proprio questi ultimi, insieme all’aumento delle bollette, hanno fatto capire che questo modello di lavoro sarebbe diventato sempre più pesante nel lungo periodo. Insomma: il mondo è cambiato, il co-working anche.

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