1865 – Il generale Robert E. Lee firma la resa: è la fine della Guerra di secessione americana

di Dino Valle

La guerra di secessione americana, nota anche come guerra civile americana, fu combattuta dal 12 aprile 1861 al 23 giugno 1865 (l’ultima battaglia terminò il 13 maggio 1865) fra gli Stati Uniti d’America e gli Stati Confederati d’America, entità politica sorta dalla riunione confederale di Stati secessionisti dall’Unione.

Nelle elezioni presidenziali del 1860 i repubblicani guidati da Abraham Lincoln sostennero la proibizione della schiavitù in tutti i territori degli Stati Uniti, una proposta che gli Stati del sud accolsero come una violazione dei loro diritti costituzionali. Il Partito Repubblicano, che era dominante nel nord, si assicurò la maggioranza dei voti elettorali e Lincoln divenne il primo presidente degli Stati Uniti repubblicano. Prima del suo insediamento sette Stati del sud, la cui economia si basava sulle piantagioni di cotone e sulla mano d’opera a bassissimo costo costituita dagli schiavi che vi lavoravano, nel febbraio 1861 formarono la cosiddetta Confederazione, separandosi dall’Unione. Nei sei mesi antecedenti alla secessione la popolazione di questi Stati aveva la più alta percentuale di schiavi per un totale del 48,8%.

Il 4 marzo 1861 Lincoln dichiarò nel suo discorso iniziale che la sua amministrazione non avrebbe iniziato una guerra civile. Parlando direttamente agli Stati del sud ribadì: «Io non ho intenzione, direttamente o indirettamente, di interferire con l’istituzione della schiavitù negli Stati Uniti, dove esiste. Credo di avere il diritto legale di farlo e non ho volontà di farlo». Le forze confederate presero numerosi forti federali all’interno dei territori da loro reclamati. Gli sforzi per trovare un compromesso fallirono ed entrambe le parti si prepararono alla guerra. I confederati presumevano che i Paesi europei fossero così dipendenti dal cotone da loro esportato che sarebbero intervenuti, ma nessuno lo fece e nessuno riconobbe i nuovi Stati Confederati d’America.

Le ostilità iniziarono il 12 aprile 1861, quando le forze confederate attaccarono Fort Sumter. Mentre nel teatro occidentale l’Unione faceva importanti conquiste permanenti, nel teatro orientale le battaglie dei primi anni si dimostrarono inconcludenti. Le campagne confederate dell’autunno 1862 nel Maryland e nel Kentucky fallirono. Lincoln promosse il Proclama di emancipazione, che fece divenire l’abolizione della schiavitù un obiettivo della guerra. A ovest, nell’estate del 1862, l’Unione distrusse la marina fluviale della Confederazione, bloccando quindi gran parte dei loro eserciti occidentali e conquistando New Orleans. Nello stesso anno l’assedio di Vicksburg divise i confederati in due parti separate dal fiume Mississippi e un’incursione del generale confederato Robert Edward Lee a nord si concluse con una disfatta nella battaglia di Gettysburg. I successi occidentali portarono nel 1864 Ulysses Grant al comando di tutti gli eserciti dell’Unione. Le ultime battaglie significative della guerra vennero combattute nel contesto dell’assedio di Petersburg. Il tentativo di fuga di Lee si concluse con la sua resa ad Appomattox il 9 aprile 1865. Mentre le azioni militari volgevano al termine, iniziò l’era della ricostruzione in cui si tentò di recuperare l’integrazione nazionale.

La guerra civile americana è stata una delle prime guerre industriali. Le ferrovie, il telegrafo, le navi a vapore e le armi prodotte in serie furono elementi ampiamente impiegati. La mobilitazione delle fabbriche civili, delle miniere, dei cantieri navali, delle banche, dei trasporti e dei fornitori di alimenti dimostrò l’impatto dell’industrializzazione nella guerra, tutti elementi che si sarebbero poi riscontrati anche nella prima guerra mondiale. Tradizionalmente si stima che tra il 1861 e il 1865 vi furono almeno 620.000 morti, ma studi recenti sostengono che 750.000 soldati siano caduti, con un numero imprecisato di civili. Secondo una stima la guerra causò la morte del 10% di tutti i maschi degli Stati del nord tra i venti e i quarantacinque anni e il 30% di tutti i maschi del sud tra i diciotto e i quarant’anni.

La resa

Vestito con un’immacolata uniforme grigia, gli stivali perfettamente puliti, una sciarpa rossa ai fianchi, la sciabola con l’elsa d’oro cesellato, Lee attese l’arrivo di Grant. Questi, cui il mal di testa era improvvisamente scomparso al momento in cui aveva ricevuto la prima nota di Lee, giunse alle 13.30, accompagnato dal suo Aiutante, il col. Orville E. Babcock. Era vestito con un’uniforme non regolamentare tutta impolverata e con gli stivali infangati, in cui solo le spalline rivelavano il suo grado di comandante in capo delle forze armate unioniste, tanto da indurlo a giustificarsi rivelando che il suo bagaglio personale da vari giorni era rimasto indietro senza poterlo raggiungere. Dopo essersi stretta la mano prevalse fra i due un sentimento di malinconia. I due generali ricordarono infatti brevemente un loro passato incontro quando, nei ranghi del medesimo esercito, erano stati impegnati durante la Guerra messicana. Lee richiamò l’attenzione di Grant sulle condizioni di resa e Grant offrì le medesime generose condizioni che gli aveva precedentemente offerto, che cioè gli ufficiali e i soldati dell’esercito di Lee si dovessero arrendere dando la propria parola di non combattere più contro gli Stati Uniti e che tutto il materiale e le armi, salvo quelle degli ufficiali, fossero consegnate, mentre cavalli e muli di tutti gli uomini che ne avessero reclamato la proprietà sarebbero restati nella loro disponibilità. Dopo aver redatto i termini della resa, entrambi i generali firmarono il documento alle 15.45 di quella domenica 9 aprile 1865. Al momento in cui Lee lasciò la casa e galoppò verso i suoi uomini, gli ufficiali di Grant presero a fischiare e a inneggiare, ma Grant chiese che cessassero immediatamente, in segno di rispetto per Lee e il loro formidabile nemico.

La formale consegna delle armi

Il 10 aprile stesso, Lee rivolse il suo saluto d’addio all’esercito che lo aveva sempre fedelmente seguito. Nella medesima giornata una commissione di sei uomini avviò la discussione formale circa la cerimonia di resa, anche se nessun ufficiale confederato avrebbe voluto aver niente a che fare con tale evento. Il Brigadier Generale Joshua Chamberlain fu l’ufficiale unionista prescelto per condurre la cerimonia.
Quello che rimaneva dell’Armata della Virginia Settentrionale sfilò il 12 aprile con le sue bandiere che, secondo alcuni osservatori, dettero l’illusione di essere addirittura più numerose dei soldati stessi e, al loro passaggio, il Brigadier Generale Joshua Chamberlain ordinò alle sue truppe unioniste della I Divisione del V Corpo il presentat-arm, cui rispose con uguale galanteria militare il gen. John B. Gordon che guidava a cavallo la colonna confederata, con un impeccabile saluto con la sciabola sguainata e con l’ordine subito eseguito di attenti-a-sinist. La risposta di Chamberlain fu un saluto militare con cui rispettosamente si rivolse al suo omologo sudista, affermando: «È un onore rispondere a un onore». Sfilarono quindi i 27.805 soldati confederati: il II Corpo d’Armata di “Stonewall” Jackson e poi dai gen. Rodes e Ramseur (anch’essi caduti in battaglia), il III Corpo d’Armata col gen. Heth, quindi il I Corpo d’Armata di Longstreet, la Divisione Kershaw, i resti della Divisione Pickett e infine i texani di Hood e di John Gregg le cui bandiere infine si piegarono al suolo di fronte al vincitore.

Bilancio

Circa 175.000 confederati erano ancora in armi al momento della resa. Come aveva previsto Porter Alexander fu solo questione di tempo perché gli altri eserciti sudisti cominciassero ad arrendersi. Alla notizia della resa di Lee, gli altri comandanti confederati si resero conto che la Confederazione era morta e decisero di deporre le armi. L’Armata di Joseph E. Johnston nella Carolina del Nord, con la quale Lee aveva sperato di congiungere le proprie forze, si arrese a William T. Sherman il 26 aprile a Raleigh, nella Carolina del SudEdmund Kirby Smith offrì la resa del Dipartimento confederato del Trans-Mississippi in maggio e Stand Watie si arrese invece con l’ultima forza confederata organizzata il 23 giugno 1865.
L’assassinio di Abramo Lincoln rese vano il generoso piano da lui concepito (su cui erano concordi i più lungimiranti e longanimi spiriti dell’esercito unionista, tra cui lo stesso Grant) di accogliere i confederati nel seno di una ricostituita e nuovamente affratellata nazione degli Stati Uniti d’America, senza imporre il prezzo della vendetta agli sconfitti né affliggerli con discriminazioni e vessazioni rancorose. Prevalse invece l’oltranzismo più miope e meschino di una parte non trascurabile dell’Unione, interpretato dal ministro della Guerra Edwin McMaster Stanton, e si aprì un lungo e doloroso dopoguerra, con un Sud di fatto presidiato militarmente fino alla fine del secolo e agli esordi del nuovo quando, grazie al trascorrere delle generazioni e alla scoperta tra l’altro di ingenti giacimenti petroliferi, si aprirono nuovi orizzonti, si guadagnarono nuove ricchezze e si rinnovarono le speranze di una vita migliore nel soggiogato “paese di Dixie”.

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