Meno chiusure, meno morti: la lezione che arriva da Madrid

Nella lotta contro il coronavirus la Regione di Madrid ha surclassato la Lombardia. In realtà non ci sarebbe niente di strano nel constatare come, in giro per il mondo, esistano decine di Paesi con dati epidemiologici migliori dell’Italia e altrettanti con numeri peggiori. Il punto è che il motore economico della Spagna ha raggiunto risultati sorprendenti senza attuare le serratissime chiusure che, al contrario, sono state attuate – e continuano ad essere attuate – dal governo italiano. Passata la stagione del lockdown, Roma ha scelto la “strada dei colori” su base regionale, dal bianco al rosso. Una strategia che, sostanzialmente, consiste nell’applicare misure anti Covid, via via più stringenti, alle regioni (o anche ai Comuni) che presentano dati più preoccupanti.

Da novembre a oggi, in pratica, la maggior parte delle attività commerciali italiane hanno dovuto fare i conti con dure limitazioni d’orario, se non con vere e proprie chiusure. È il caso, ad esempio, di bar, ristoranti, cinema, teatri e negozi di vendita al dettaglio. Oltre a questo, e alla possibilità di spostarsi nelle (e dalle) zone più critiche soltanto a fronte di motivi di necessità, salute o lavoro, gli italiani devono rispettare un coprifuoco, esteso tutti i giorni, su tutto il territorio nazionale, che va dalle 22 alle 5 del mattino.

Il caso di Madrid

Spostiamoci a Madrid, ad un paio d’ore di volo dall’Italia. Qui la situazione è completamente diversa. E pensare che la Spagna, nella prima fase dell’emergenza Covid, era considerata una delle nazioni più in difficoltà al mondo, tra contagi che non volevano saperne di scendere, ospedali al collasso e, a complicare la situazione, una certa riottosità tra il governo centrale e le comunità autonome. I media internazionali raccontavano di un cocktail esplosivo che sarebbe potuto esplodere da un momento all’altro. Adesso la Spagna può essere considerata a tutti gli effetti un modello da seguire. Prima di soffermarci sul modus operandi varato dal Paese iberico, è interessante commentare i numeri epidemiologici delle due nazioni, in un confronto ideale tra le cifre registrate nella Regione di Madrid e la Lombardia (cioè le due aree più colpite dal virus in Spagna e Italia).

Come ha riportato il Corriere della Sera, nel periodo compreso tra l’ottobre del 2020 e la fine di marzo del 2021, in Lombardia ci sono stati 624.490 contagi complessivi, cioè 6.244 ogni 100 mila abitanti. Nella stessa parentesi temporale, Madrid ne ha contati 387.804, per un totale di 5.875 infezioni ogni 100 mila abitanti. Il discorso non cambia neppure se prendiamo in considerazione i decessi. La locomotiva italiana conta 13.675 vittime (136 ogni 100 mila abitanti), mentre la Regione di Madrid 6.523 (98.8 ogni 100 mila abitanti). Particolare non da poco: in Lombardia ci sono circa 10 milioni di abitanti, a fronte dei 6.6 milioni dell’area spagnola presa in esame.

Il modus operandi spagnolo

Sia chiaro: il virus non ha abbandonato Madrid e la Spagna. Semplicemente, da queste parti sono riusciti a sfornare un modello di contenimento alla diffusione del coronavirus alternativo alle chiusure che, a quanto pare, sta dimostrando di funzionare. Da febbraio ad aprile il numero di contagi giornalieri è oscillato tra gli 8-9 mila nuovi casi, ma i decessi raramente hanno sfondato la soglia dei 200 quotidiani. Nel frattempo il ministero della Sanità spagnolo ha modificato le regole sull’utilizzo della mascherina, la quale può non essere indossata quando si fa attività fisica, da soli, all’aperto.

Da ottobre in poi, mentre il resto dell’Europa si richiudeva a riccio, Madrid ha optato per chiusure limitate in singoli quartieri: quelli con più casi. Restano in vigore coprifuoco e distanziamenti vari, ma cinema, ristoranti, teatri e scuole sono rimasti tutti operative. Il contrario della Lombardia e dell’Italia.

Stando a quanto riferito dalla rivista The Lancet, il modello spagnolo potrebbe essere sintetizzato in tre punti:

  1. Test rapidi a tappeto: probabilmente meno attendibili, ma sempre indicatori da tenere sotto controllo al tempo di pandemie.
  2. Isolare singoli quartieri analizzando la presenza del virus nelle acque reflue. In questo modo le autorità hanno prevenuto e delimitato pericolosi focolai che avrebbero potuto mettere in ginocchio l’intera città. Calcolatrice alla mano, avrebbero subito l’onta di chiusure locali appena 2 milioni sui 6.6 totali.
  3. Estendere i test e le chiusure a livello di quartieri potrebbe aver incrementato la responsabilità nei cittadini.

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