Ddl Zan: arriva lo psicoreato a tinte arcobaleno

L’emergenza coronavirus ha ostacolato anche il mondo legislativo, facendo slittare a data da destinarsi la discussione della proposta di legge del deputato Alessandro Zan sull’omo-bi-transfobia, in agenda il 30 marzo alla Camera e al Senato. Il ddl Zan andrebbe a estendere la già esistente legge Mancino – che punisce ogni forma di violenza e discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali – anche all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

I primi a esultare per il rinvio della proposta di legge alla Camera sono stati Toni Brandi e Jacopo Coghe, rispettivamente presidente e vicepresidente di Pro vita & famiglia, fautori della campagna #restiamoliberi; l’associazione aveva affisso manifesti su tutto il territorio nazionale per sensibilizzare l’opinione pubblica contro il Dll Zan, in un momento in cui l’informazione era monopolizzata dall’epidemia di Covid-19.

Patologizzare il dissenso

L’intento sembrava infatti quello di far passare un vero e proprio psicoreato approfittando dell’indifferenza generale del Paese, distratto dall’emergenza sanitaria. Una mossa che, a dispetto di quello che si può credere, ha radici lontane ed era facilmente prevedibile. Ne parlavo, non a caso, già alcuni anni fa con Gianluca Marletta in Unisex ed ero tornata a parlarne anche in Fake news, analizzando peraltro le tecniche di ingegneria sociale che erano state usate per portare alla discussione del ddl Scalfarotto.

Le norme che si intendono approvare, infatti, sembrano rispondere a una mera prospettiva «ideologica» ormai dominante; un punto di vista del tutto inutile sul piano legale, godendo gli omosessuali degli strumenti giuridici previsti dal codice penale per tutti i cittadini.

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Da anni è infatti palese la volontà di introdurre un disegno di legge su omofobia e transfobia per creare una sorta di psicoreato, un vero e proprio reato di opinione, rendendo di fatto impossibile non solo esprimersi liberamente, ma anche «pensare». La recente rilevanza data dai media agli episodi di omofobia – veri o presunti – ripropone il celebre schema di azione-reazione-soluzione, condito con il metodo dell’empatia: i media strumentalizzano e amplificano un caso di cronaca, trasmettendo l’idea che esista una vera e propria «piaga», un’epidemia di un fenomeno esecrabile che nasce dall’odio e dall’intolleranza di una minoranza di reietti verso un gruppo di persone. Tale piaga, si dice, va repressa e normata a tutti i costi.

Con ciò non si sta minimizzando la brutalità di certi episodi di cronaca, ma un conto è riportare in modo obiettivo le notizie o cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica su alcune tematiche; altro è, invece, strumentalizzare e distorcere tali tematiche per introdurre il reato d’opinione o, come sta avvenendo sempre negli ultimi anni, riprogrammare le menti e patologizzare il dissenso, creando recinti in cui inserire i «dissidenti».

Ddl Zan: ennesimo caso d’ingegneria sociale

Negli ultimi anni, la narrazione mainstream ha manipolato a tal punto l’opinione pubblica da arrivare a soddisfare tutte le richieste delle lobby Lgbt e legittimare persino l’uso della forza, la denigrazione, il clima di intolleranza. Il punto di non ritorno che rischiamo di toccare è che non si potrà più pensare male: i propri pensieri e le proprie emozioni dovranno allinearsi al pensiero comune, liquido e globalizzato, non si potranno provare neppure delle emozioni naturali e ataviche come l’odio o la repulsione.

Ed è così che l’Italia, da sempre «indietro» in materia di diritti, sembra stia velocemente recuperando il terreno perduto rispetto agli altri Paesi europei. Da questo punto di vista, ad esempio, il ddl Zan rischia di divenire un’arma a doppio taglio: con la scusa di tutelare le minoranze, infatti, si rischia concretamente di legittimare l’intolleranza dei movimenti omosessualisti nei confronti di chiunque non condivida le loro richieste. Ossia si rischia di finire ostaggio di una minoranza ideologicamente schierata, che impedirà a chiunque di esprimersi in modo critico su qualunque tematica.

Nel testo di legge Zan, la parte più ambigua è che manca una definizione precisa del reato: si apre quindi a un’interpretazione da parte dei giudici, il che renderà difficile fare informazione su tematiche come il gender, perché qualunque tipo di critica darebbe adito a querele e diverrebbe materia di «discriminazione», incitamento all’odio ecc. Dovremo farci andare bene persino le drag queen negli asili e il cambio di sesso nei bambini di pochi anni.

Riprogrammare i costumi

In un momento storico delicato, in cui il pensiero unico riscrive a colpi di politicamente corretto la morale e riprogramma i costumi, in cui sempre più persone preferiscono non esporsi e far combattere ad altri le battaglie per non incorrere in insulti o minacce, una tale deriva orwelliana segnerebbe un punto di non ritorno.

Il paradosso è che la violenza proviene proprio da coloro che si ammantano di slogan buonisti e si infarciscono la bocca di mantra politicamente corretti. Il totalitarismo dei buoni sentimenti – «buoni» solo in apparenza – ha i suoi cani da guardia pronti a riportare all’ovile chiunque dissenta od osi manifestare pubblicamente dei dubbi. Si vuole neutralizzare la coscienza critica e censurare qualunque forma di dissidenza. Chi dissente va censurato, multato, arrestato o curato, deve arrivare a vergognarsi non solo di quello che ha detto ma di quello che ha «osato» pensare. Potrà pertanto essere riaccettato nella comunità solo a patto di umiliarsi, di chiedere pubblicamente perdono, di sottoporsi in futuro a cure psichiatriche per guarire da una malattia che il totalitarismo progressista spera di curare: pensare in modo libero e critico. Il totalitarismo democratico non può accettarlo: deve liquefare e svuotare gli individui, renderli amorfi, senza forma, per poterli riempire di sé.

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