Dino Valle

Che fine ha fatto Alexei Navalny?

di Enrico Pitzianti (Wired)
(Photo by OLGA MALTSEVA/AFP via Getty Images)

Nei mesi scorsi Alexei Navalny, l’oppositore politico di Vladimir Putin, era riuscito nel miracolo politico di far parlare di sé in tutto il mondo, compresa la sua Russia. Per Putin la nuova notorietà di Navalny è stata un grosso smacco. Il presidente russo ha una strategia precisa verso i suoi oppositori: fa finta che non esistano. Non li nomina nemmeno. Quando, prima dell’avvelenamento del 20 agosto 2020 con l’agente nervino novichok, Putin si trovava costretto a parlare di Navalny diceva “un certo blogger”. Dall’avvelenamento in poi l’appellativo è cambiato in “paziente berlinese”, ma intanto la fama di Alexei Navalny stava crescendo in modo incontrollabile.

I video di Navalny che urla dal dolore nel suo aereo per Mosca, le immagini dell’atterraggio di emergenza a Omsk e il ricovero d’urgenza, poi il suo trasferimento in un ospedale in Germania: tutte queste notizie, insieme, avevano fatto massa critica e portato il nome di Navalny sulle prime pagine dei media internazionali. Gli effetti sono stati gli stessi in Russia, dove è diventato il politico più menzionato sui social e il secondo più citato persino dai media statali.

Dal suo ritorno in Russia il 17 gennaio scorso, però, l’oppositore è passato dalla fama e i milioni di visualizzazioni su YouTube all’isolamento completo della prigionia. Il volo con cui tornava nel suo paese è stato prima dirottato su un aeroporto moscovita diverso da quello previsto, in modo da evitare che incontrasse i suoi sostenitori chiamati alla protesta, poi, una volta atterrato, è stato immediatamente arrestato. Nel giro di pochi giorni è stato organizzato un processo lampo, anzi ben due processi, ma tenuti in un solo giorno e dallo stesso giudice, ovviamente in entrambi casi la sentenza è stata di colpevolezza. Da questo punto in poi le informazioni su di lui sono state poche e indirette.

Il Cremlino ha deciso per una dura repressione di chi ha protestato contro la sua condanna, i suoi sostenitori di colpo hanno scoperto di rischiare non solo l’arresto ma anche il licenziamento dal posto di lavoro e i suoi compagni di partito sono quasi tutti in carcere o ai domiciliari. Così, su Navalny, è calato definitivamente il silenzio.

Sparito dai radar

Per silenziare un politico è utile innanzitutto far perdere le sue tracce. Così, Alexei Navalny è stato prima detenuto nel carcere di Matrosskaya Tishina a Mosca, poi il 25 febbraio è stato spostato (senza farlo sapere ai suoi familiari né ai suoi avvocati) in quello di Kolchugino, a circa 160 chilometri dalla capitale, infine nel penitenziario IK-2 della cittadina di Pokrov, che è stato descritto come uno dei più duri di tutta la Russia

A due mesi dal suo arresto Navalny ha fatto sapere di essere “gravemente malato. Ha riferito di continui controlli notturni che lo hanno deprivato del sonno, di non sentire entrambe le gambe, di avere febbre e tosse (sintomi che fanno temere un’infezione da Covid-19) oltre che forti dolori alla schiena. Un pericolo ulteriore è la tubercolosi. Nello stesso reparto in cui si trova Navalny ci sarebbero tre uomini che ricevono cure proprio per questa malattia infettiva.

Martedì 6 aprile un gruppo di medici ha protestato davanti al penitenziario di Pokrov, chiedendo che il dissidente che ha sfidato Putin a viso aperto, tanto da chiamarlo “l’avvelenatore di mutande” durante il proprio processo, possa avere accesso a delle cure da parte di un medico “di cui può fidarsi. La polizia ha però disperso la manifestazione e arrestato molti dei partecipanti, tra cui anche Anastasia Vasilyeva, il medico personale di Navalny, e alcuni giornalisti presenti sul posto compreso il corrispondente di Cnn dalla Russia Matthew Chance.

C’è un altro aspetto preoccupante per la salute di Alexei Navalny: il suo sciopero della fame. Lo ha iniziato il 31 di marzo per protestare contro le condizioni in cui è detenuto, e lo ha continuato per richiedere che gli venisse garantito l’accesso alle cure. Stando a quanto scrive il Washington Post la ragione dei dolori alla schiena e della perdita di sensibilità alle gambe potrebbero essere due ernie del disco. Quello che preoccupa è però il quadro generale. Se in soli due mesi di detenzione le sue condizioni sono peggiorate così tanto allora sembra difficile che Navalny possa resistere in carcere fino alla fine della pena, cioè altri due anni e mezzo.

Il pericolo, insomma, è che Navalny possa essere lasciato morire in carcere. Sarebbe una morte lenta e invisibile, che permetterebbe alle stesse persone che hanno deciso di avvelenarlo lo scorso agosto di vedere il più importante leader politico dell’opposizione russa morire lontano dai riflettori e senza che nessuno si debba poi assumere alcuna responsabilità.

Un’immagine distorta

Mentre dagli avvocati di Alexei Navalny arrivano notizie che fanno temere per la sua vita, in Russia i canali tv trasmettono immagini del dissidente in cui sembra essere invece in buona salute. In uno dei filmati lo si vede addirittura bere del tè con un secondino, e in un altro lo si vede dormire durante la notte, come se il video fosse stato girato da qualcuno che lo spiava.

Anche Agnès Callamard, segretario generale di Amnesty International, ha detto che “le autorità russe, potrebbero mettere [Navalny, ndr] nelle condizioni di morire lentamente” e che potrebbero cercare di nascondere quello che gli sta succedendo. Ma bisogna ricordare che fu proprio Amnesty a contribuire in qualche modo a far calare il silenzio su Alexei Navalny. L’ong a fine febbraio ha deciso di revocargli lo status di “prigioniero di coscienza”, usato per indicare chi è stato privato della libertà per via delle sue opinioni. 

Amnesty ha deciso di revocare lo status assecondando una campagna coordinata di pressione sui suoi funzionari, fatta con l’invio di centinaia di mail in cui si segnalavano alcune dichiarazioni xenofobe di Navalny, anche se vecchie di oltre dieci anni. Per questo Amnesty ha scelto di smettere di riferirsi all’oppositore russo in quel modo, ma intendeva tenere la decisione segreta, anche perché l’ong supporta ancora il suo rilascio. Peccato che la notizia sia immediatamente trapelata, svelando come l’operazione per screditare Navalny davanti all’opinione pubblica internazionale sia riuscita.

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