Dino Valle

Chi di Speranza vive, disperato firma

di Anna Lombroso (Il Simplicissimus)

In francese si dice tutoyer, per sottolineare con il tu confidenziale un’amorosa famigliarità, in inglese name dropping indica l’abitudine di menzionare col nome di battesimo personaggi illustri per dimostrare una intima dimestichezza.

Sicuramente vale la prima ipotesi  a proposito dell’appello sottoscritto da varie “personalità” a sostegno del ministro Speranza e lanciato sui media col titolo: noi stiamo con Roberto.

Ne ha fatti di danni il Covid, danni cerebrali non accertati che hanno travolto anche negli asintomatici e immuni buonsenso, senso civico, senso della democrazia, senso di responsabilità e senso di solidarietà, E probabilmente anche altri sensi, la vista e l’udito esentati dallo spettacolo delle rovine e pure l’olfatto, tanto da non sentire il puzzo di regime che caratterizza un certo tipo di consenso.

E difatti un anno l’istituto dell’appello, firmato da  intellettuali cui si sono aggiunti “cittadini” che non si accontentano dei necrologi e agognano a vedere stampato il loro nome anche in calce a invereconde scemenze, è tornato in auge con la lettera aperta pubblicata dal Manifesto in difesa dell’operato del miglior governo che potesse capitarci in una situazione di crisi di inedita gravità.

Già allora i più avveduti  che avevano capito che il Paese era stato costretto a adeguarsi a misure eccezionali dividendosi in due, i probabili “sommersi” clinicamente o economicamente, e i “salvati”, a prescindere dal confinamento e secondo comandamenti scritti dall’esecutivo sotto dettatura di Confindustria e dell’Europa, si erano stupiti.

Non era mai successo nel dopoguerra che le menti più lucide della nazione, tra pensatori, sociologi, autoproclamatisi da sempre come appartenenti alla “sinistra” progressista e riformista, si esprimessero in favore di un governo che tra l’altro aveva operato una gerarchia e selezione di diritti anteponendo la salute al lavoro, alla remunerazione dignitosa, all’istruzione, che aveva introdotto provvedimenti di eccezione, sospendendo prerogative democratiche, che aveva deciso aprioristicamente chi era essenziale per la sopravvivenza di tutti, tanto da poterlo esporre al contagio mortale, senza requisiti di sicurezza.

E che già allora aveva dimostrato di voler rimuovere colpe del passato e correnti, quelle che avevano demolito il sistema sanitario, e anche in ragione di ciò mostrava di voler intraprendere una strada senza alternative, quella della vaccinazione, distogliendo risorse e impegno dalla adozione e applicazione di qualsiasi protocollo terapeutico da affidare alla medicina di base.

Ma quello di oggi è proprio un atto senza vergogna, perché le critiche e le accuse che ormai unanimemente vengono rivolte al governo Conte 2 e al governo Draghi che sembra deciso a replicarlo con quel tanto di confusa e stolida ferocia in più, hanno come oggetto non teorico  e non accademico proprio il ministro della Salute riconfermato. Raramente nella storia siamo stati alle prese con uno che le sbagliava tutte, se viene riconosciuto ad altri di aver fatto arrivare i treni in orario o aver valorizzato come bevanda inebriante la Capitale Morale.

A leggere brani scelti delle sue Memorie, riprese dai suoi giustificati detrattori, è arduo capire se siamo di fronte a un caso umano, costretto a spendersi fino al sacrificio per accreditare e imporre  delitti e sacrilegi, affetto da un disturbo della personalità che lo porta all’autodissoluzione pur di obbedire scrupolosamente a imperativi assassini, confusi, contraddittori. O se invece si tratta di un entusiasta esecutore di soluzioni finali come esige un’ideologia imperniata sulla selezione del capitale umano funzionale e sulla eliminazione del pubblico dei fastidiosi parassiti.

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Marta Maria Carla Cartabia (San Giorgio su Legnano, 14 maggio 1963) è una costituzionalista, giurista e accademica italiana, dal 2019 al 2020 presidente della Corte costituzionale, prima donna ad occupare tale carica. Biografia Marta

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