Dalla cura dei poveri all’eremitaggio nella Casa di Dio

San Roberto, abate benedettino di La-Chaise-Dieu (Casa Dei), era discendente non dai conti di Aurillac (Cantal) in Francia, come si era sempre ritenuto, bensì dalla famiglia dei Turlande e non sono noti esattamente né l’anno né il luogo della sua nascita, comunque presumibilmente all’inizio dell’XI secolo nella regione francese dell’Alvernia. Sua madre, sorpresa dalle doglie del parto mentre si recava ad un castello vicino a casa, lo diede alla luce in mezzo ad un bosco. Da tale incidente, qualcuno profetizzò che un giorno Roberto sarebbe diventato un celebre eremita. Si narra inoltre che la mamma, rimasta senza latte, avesse dato a balia il figlio a due donne, dalle quali però egli si sarebbe rifiutato di allattarsi per la cattiva vita che conducevano.

Ancora in tenera età il santo fu affidato dai genitori agli ecclesiastici di Saint-Julien-de-Brioude, nell’Alta Loira, per impartirgli una formazione non solo scientifica, ma anche religiosa. Con così eccellenti maestri, Roberto trascorse una giovinezza innocente e virtuosa. Mostrando di possedere ottime qualità fu ammesso alla tonsura e quindi nominato canonico della chiesa di San Giuliano. Sovente trascorreva la notte in preghiera e quotidianamente si prendeva cura dei poveri e dei malati, sino a lavare loro le piaghe. A contatto con lui parecchi furono miracolosamente guariti. Questa tenerezza nei confronti degli sventurati anziché diminuire crebbe col passare degli anni. Per dedicarsi maggiormente e più facilmente ad essi fece edificare un ospedale a Brioude. Ricevuta poi l’ordinazione presbiterale, Roberto prese a celebrare ogni giorno la santa Messa manifestando grande devozione ed a convertire i peccatori con una continua e ardente predicazione della Parola di Dio. Ciononostante, nella sua immensa umiltà, egli riteneva se stesso un servo inutile.

L’amore della contemplazione gli ispirò ben presto il desiderio di abbandonare definitivamente il mondo per donarsi a Dio nella solitudine. A quel tempo godevano grande reputazione in Europa i monaci di Cluny, governati dall’abate Sant’Ugo, in quanto vivevano conformi al rigore della primitiva regola benedettina. In compagnia di un suo amico, Roberto tentò segretamente di raggiungerli, ma non appena si diffuse tra il popolo la notizia della fuga, fu rincorso e costretto a ritornare a Brioude. Pieno di vergogna per essere stato scoperto, fu colpito da un così grande dolore che si ammalò. Ristabilitosi, cercò di praticare nel mondo la vita monastica, ma non mancarono innumerevoli difficoltà nell’attuare tale progetto. Non gli restò dunque che recarsi in pellegrinaggio a Roma sulle tombe degli apostoli, per chiedere a Dio la grazia che gli rendesse nota la sua volontà.

Al ritorno, un giorno un soldato di nome Stefano cercò consiglio da lui riguardo a come avrebbe potuto ottenere la remissione delle proprie colpe. Roberto gli consigliò di rinunciare al mondo e di arruolarsi nella milizia dei servitori di Gesù Cristo. Il soldato replicò che avrebbe fatto volentieri un tale sacrificio solo in sua compagnia. Colpito dalla risposta, il santo rivelò a Stefano, quasi fosse stato un angelo inviatogli dal cielo, il desiderio che anch’egli provava di servire Dio nella solitudine. Senza indugiare oltre, Stefano si recò in pellegrinaggio al Santuario di Nostra Signora du Puy-en-Velay nell’Alta Loira, per implorare dalla Madre di Dio una benedizione sull’ardua intrapresa che stavano per iniziare. Nel viaggio di ritorno, egli scoprì fra le montagne, a venti chilometri da Brioude, le rovine di una chiesa abbandonata e, ritenendo molto adatto quel luogo, ne parlò a Roberto.

Nel frattempo Stefano guadagnò a Dio un altro soldato, Dalmazio, che Roberto associò con gioia alla loro vita. Dopo averli messi alla prova per qualche mese, prese infine con loro la strada dell’eremo lasciando da parte qualsiasi bene terreno. Gli abitanti del luogo nella loro rozzezza si dimostrarono ostili ai nuovi vicini e, anziché assisterli fornendo loro quanto occorreva per vivere, li ingiuriarono e minacciarono, ritenendoli forse dei fannulloni. I tre non si persero comunque d’animo ed in mezzo alle rovine realizzarono un oratorio in cui radunarsi per la preghiera, attorno al quale costruirono delle piccole celle. Stefano e Dalmazio attendevano ai lavori manuali e alla coltivazione della terra per la sussistenza della comunità, mentre Roberto si dava allo studio ed all’istruzione dei novizi che chiedevano di poter abbracciare quello stile di vita. Oltre alla preghiera comune, essi consumavano anche insieme il cibo frugale. Senza preoccuparsi eccessivamente del futuro, erano soliti distribuire ai poveri ed ai viandanti una buona parte dei raccolti e dei viveri. Un giorno Roberto donò ad un bisognoso tutto il pane avanzato dal giorno precedente e Dalmazio non nascose il suo disappunto ad uno dei due canonici del Puy, che avevano venduto quella terra ai tre eremiti: entro sera costui mandò loro tre cavalli carichi di ogni ben di Dio.

Si diffuse ben presto nella regione la fama di santità di quei solitari: l’avversione degli abitanti del luogo piano piano cessò e addirittura diversi giovani ed ecclesiastici chiesero di unirsi al gruppo per consacrare a Dio il resto della loro vita. Non era possibile infatti sottrarsi al fascino dell’esempio di Roberto, rimanere insensibili alle sue esortazioni, non riconoscere l’azione divina nei prodigi che operava, benché egli per modestia li attribuisse all’intercessione dei santi Agricola e Vitale, titolari dell’oratorio. Il numero degli eremiti divenne considerevole e si rese perciò necessaria l’edificazione di un monastero, volto a favorire la vita comunitaria ed a garantire una buona formazione degli aspiranti. Generosi benefattori contribuirono alla realizzazione dell’opera e fu così possibile a Roberto nel 1150 fondare l’abbazia de la Chaise-Dieu. Il vescovo di Clermont, Rencone, chiese al pontefice San Leone IX la necessaria autorizzazione all’erezione canonica della nuova abbazia, mentre Roberto si recò alla corte del re Enrico I di Francia per far ratificare le donazioni ricevute. Ritornati entrambi dalle loro missioni, il vescovo officiò la dedicazione del monastero, la vestizione dei primi monaci ed elesse come loro abate Roberto, secondo le disposizioni dello stesso papa.

Alle ormai tre centinaia di monaci Roberto impose la regola benedettina. Tuttavia egli non limitò il suo zelo all’ambito del monastero, ma si adoperò per la riapertura al culto di oltre una cinquanta chiese della regione rimaste danneggiate dalle guerre. Dio rese noto anticipatamente al santo il giorno della sua morte. Prima di mettersi a letto, Roberto volle infatti celebrare l’ultima Messa a costo di farsi sostenere dinnanzi all’altare, dopodiché convocò i suoi discepoli, li abbracciò ad uno ad uno e li esortò ad impegnarsi seriamente per la propria santificazione. Morì il 17 aprile 1067. Al momento del suo trapasso, un monaco vide l’anima di Roberto salire al cielo sotto forma di globo di fuoco. Essendo numerosi i miracoli verificatisi sulla sua tomba, nel 1351 il pontefice avignonese Clemente VI, già abate di La-Chaise-Dieu, decise finalmente di canonizzare Roberto, meritandogli così di comparire ancora oggi sul Martyrologium Romanum nell’anniversario della sua nascita al Cielo.

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