May Day! I primi cento giorni (da paura) di Biden e Harris

Mayday (m’aidez) è il messaggio di aiuto lanciato da chi si trova in difficoltà estrema. Gli Usa si trovano ad un difficile momento di svolta. Un’amministrazione che promuove l’aborto guidata da un presidente che, apparentemente, sta perdendo il controllo e una vicepresidente, Kamala Harris, pronta a prendere il sopravvento

Joe Biden e Kamala Harris (alle sue spalle)

Con i primi 100 giorni dell’amministrazione Biden-Harris ci stiamo avvicinando al “May Day”. Per la precisione, mayday (m’aidez) è il messaggio di aiuto lanciato da chi si trova in difficoltà estrema. Gli Stati Uniti, oggi, si trovano ad un difficile momento di svolta con la distruzione di norme e regolamenti fondamentali per la difesa del diritto alla vita. La nuova amministrazione, in questo modo, lancia un forte segno di discontinuità rispetto alla precedente.

Il 20 gennaio, il giorno della sua inaugurazione, il presidente Joe Biden aveva tenuto un discorso apparentemente spassionato appellandosi all’unità nazionale. Due giorni dopo, nell’anniversario della legalizzazione dell’aborto a seguito della sentenza Roe vs Wade della Corte Suprema, ha iniziato l’opera di demolizione minando e annullando i principali risultati del suo predecessore pro-life, Donald Trump. Biden ha iniziato con un proclama di una pagina in cui elogiava la sentenza Roe vs. Wade, in cui sia lui che la vicepresidente Kamala Harris affermavano il loro “impegno a trasformare la sentenza in legge” e in cui promettevano di nominare giudici che ne rispettassero il contenuto. La decisione di trasformare la Roe vs Wade in legge era stata presentata, in precedenza, nel programma del Partito Democratico di 91 pagine, prima delle elezioni. Pochi giorni dopo, il 28 gennaio, un “Memorandum per la protezione della salute delle donne in patria e all’estero”, più completo della dichiarazione precedente, ha esteso il raggio di applicazione dei “diritti alla salute riproduttiva” al resto del mondo.

Queste azioni non sono il modo migliore per promuovere “l’unità nazionale”. In materia di aborto non c’è spazio per compromessi, o si è pro-life o si è pro-choice. La mossa di Biden è giunta pochi giorni dopo che il presidente Trump, il 17 gennaio, negli ultimi giorni del suo governo, aveva proclamato il 22 gennaio “Giorno nazionale della sacralità della vita umana”, in cui aveva dichiarato che i nascituri fossero “le persone più vulnerabili nella nostra società”. Il proclama di Biden era solo il primo di decine di altri, fra ordini esecutivi, dichiarazioni e memorandum firmati dal nuovo presidente che legifera alla stregua di un imperatore. Sin dal primo giorno è stato fotografato alla sua scrivania nello Studio Ovale della Casa Bianca intento a firmare tutti gli atti che abbiamo visto prima.

Ma dove sono finite le conferenze stampa? In passato, i presidenti americani erano proni ad apparire in pubblico, in conferenze stampa che davano loro la massima esposizione mediatica per spiegare piani e politiche. Mentre Biden si è dimostrato capace di leggere il gobbo, strizzando gli occhi mentre si sforza di vedere le dichiarazioni scritte per lui, non è apparentemente più in grado di sopportare il ritmo intenso delle domande nelle lunghe conferenze stampa. L’ufficio stampa della Casa Bianca ha fatto pressione sulla segretaria stampa Jen Psaki, intenta a giustificare l’assenza di un Biden “molto impegnato”, perché infine si palesasse nella sua prima (e finora unica) conferenza stampa, il 25 marzo. E’ stata diversa dalle solite conferenze di questo tipo. Biden leggeva le sue risposte da diverse schede, da un quaderno rilegato a spirale e da carte con i sommari, mentre giornalisti accuratamente selezionati ponevano domande molto semplici a cui il presidente rispondeva faticando fra le carte per trovare la risposta giusta fra quelle preconfezionate.

Come era già avvenuto in altri eventi pubblici, Biden ha talvolta perso il filo e in alcuni casi ha profferito parole sorprendenti, come quelle sugli immigrati che assediano il confine meridionale degli Usa dopo aver attraversato il “deserto messicano”, arrivando da “Guatemala, Messico, Guadalupe”. Anche se i media mainstream americani sono solitamente indulgenti con le gaffe, le dimenticanze e gli inciampi di un Biden quasi senescente, lo spettacolo prima o poi finirà. Per molti osservatori, ormai, il mandato presidenziale di Biden non durerà quattro anni.

“Joey aveva un agnellino…” Con dovuto rispetto per l’autore della filastrocca per bambini, quando appare in pubblico il presidente è sempre seguito dalla vicepresidente Kamala Harris. Mentre è nello Studio Ovale intento a firmare documenti, o quando partecipa a incontri di vario genere, la Harris è sempre presente a pochi metri di distanza, dietro di lui, come se fosse pronta a prendere il sopravvento alla prima occasione. Lo segue in ogni evento pubblico in un modo che ricorda l’agnellino della filastrocca “Mary aveva un agnellino”. Il ruolo della Harris non pare limitarsi all’accompagnamento del presidente, ma anche alla sua stretta sorveglianza. Data l’apparente difficoltà cognitiva di Biden (che la stampa mainstream sottace volutamente), la Harris dà l’impressione di essere più una “presidente in pectore” che conta i giorni prima che il suo momento arrivi.

I lapsus sulla “amministrazione Harris-Biden” durante la campagna elettorale e anche dopo, forse, possono essere un presagio degli eventi che verranno. Il tempo da attendere non sarà necessariamente lungo quattro anni a partire da adesso. I trucchi non durano a lungo. La nuova vicepresidente ha anche già assunto funzioni presidenziali, come i contatti personali con i leader stranieri. La Harris ha ricevuto il primo capo di governo straniero che ha visitato la Casa Bianca dal giorno dell’insediamento dell’amministrazione Biden: il premier giapponese Yoshide Sugo. Presidente e vicepresidente sedevano assieme nell’incontro formale che è seguito.

Infine, giusto due parole, ancora, sulle elezioni del 2020. Il voto di novembre ha dato strani risultati che devono essere letti in prospettiva. Prima di tutto, un numero record di elettori. Secondo: nessun precedente candidato presidente ha mai vinto, o perso, con un numero di voti da record. A novembre, 74,2 milioni di voti sono andati a Donald Trump, un record. Tuttavia, Joe Biden ha ricevuto 81,3 milioni di voti, così come la maggioranza dei collegi elettorali in cinque Stati in bilico, il fattore determinante nel decidere il vincitore.

Un altro elemento importante nell’elezione presidenziale è nella composizione del voto. L’anno scorso più afro-americani e latino-americani hanno votato per Trump rispetto alle elezioni del 2016. Questo si può spiegare con il significativo miglioramento della loro condizione lavorativa. Appena prima che la pandemia colpisse gli Stati Uniti, il tasso di disoccupazione nazionale era calato fino al 3,5% nel febbraio 2020, il dato più basso negli ultimi 50 anni. Secondo il Dipartimento del Lavoro degli Usa, il tasso di disoccupazione degli afro-americani era del 6,3% e quello dei latino-americani appena del 4,8%. Nel dicembre 2016, alla fine dell’amministrazione Obama, i due tassi erano fermi rispettivamente al 7,9% e al 5,9%.

In Senato, i Repubblicani hanno perso due seggi e con essi la maggioranza, soprattutto a causa delle proteste di Trump sui risultati delle elezioni presidenziali in Georgia. Ciò ha impedito il successo dei due candidati repubblicani, permettendo a due Democratici massimalisti di vincere i seggi al Senato. Di conseguenza, il Senato adesso è diviso al 50% fra i due partiti. I Democratici ritengono di avere la maggioranza, ma solo perché la vicepresidente può esprimere il voto decisivo ogni volta che un dibattito legislativo finisce in un pareggio.

Diversa è la situazione nella Camera dei Rappresentanti. I Repubblicani hanno conquistato 16 seggi in più a novembre, riducendo così la maggioranza dei Democratici. Inoltre, alcuni dei nuovi Repubblicani sono donne e pro-life. I Democratici hanno ora 222 seggi e i Repubblicani 213. Nelle elezioni del 2022, i Repubblicani avrebbero bisogno di cinque seggi in più per riconquistare la maggioranza.

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