Dino Valle

Ah, quindi rimanete?

Avrei voluto fare un pezzo ironico su tutta questa assurda, quanto tremendamente inquietante, vicenda della Super League, ma di ironico mi rendo conto che in tutta questa storia possa esserci solo il titolo che ho scelto per questo pezzo. Perché, in effetti, dobbiamo ammetterlo, nelle ore concitate in cui la UEFA minacciava la radiazione dei club aderenti alla Super League se questi non avessero fatto un passo indietro, lo scenario che si configurava di una Serie A senza Juve, Inter e Milan ci aveva fatto assaporare uno scenario che era così malvagio agli occhi di un qualunque tifoso di una qualunque squadra, Toro compreso, che non fosse una di quelle tre. Ci si poteva finalmente immaginare un campionato avvincente, senza vincitori predeterminati (queste tre squadre hanno vinto tutti gli scudetti degli ultimi trent’anni eccetto due…), senza “sudditanza psicologica” da parte degli arbitri e senza media monotematici e mono orientati nei loro palinsesti  alle solite squadre. In una parola, una competizione più equa e meno sbilanciata, cioè il massimo di ciò che si può chiedere ad uno spettacolo sportivo.

Invece, alla fine, la bolla si è sgonfiato in meno di 48 ore e l’unico commento che è rimasto spontaneo da fare è stato, appunto, quello del titolo : “Ah, quindi rimanete…?”, detto con quella disillusione di chi per un attimo ci aveva quasi creduto.

Se non posso essere ironico, proverò allora ad essere diretto, senza scadere nell’ipocrisia della retorica dei brutti sporchi e cattivi sconfitti dai paladini della giustizia guidati dalla Uefa, ma sottolineando che, almeno in questo caso, la verità non sta nel mezzo, perché quelli della Super League erano decisamente indifendibili. Ha detto tutto De Zerbi, nella conferenza stampa pre Milan-Sassuolo riportata fedelmente da Toronews: è stato un colpo di stato, condotto da chi voleva fare esclusivamente i propri interessi senza nemmeno imbellettarli con una narrazione credibile agli occhi del mondo. Un gesto di pura arroganza e disprezzo verso tutti e tutto prontamente rintuzzato dalla stragrande maggioranza della società civile e di gran parte degli addetti ai lavori. 

Il punto, a mio parere, è solo uno. Questi club, auto proclamatisi “gli eletti”, in realtà sono accomunati tutti da una cosa sola, sì, che però non è il prestigio, ma bensì la montagna di debiti che grava sui propri bilanci. La sostenibilità del calcio a cui fanno riferimento è in realtà la sostenibilità dei propri singoli sproporzionati debiti ed ha un’unica cura che ogni manager del mondo applicherebbe a qualunque altra società: il ridimensionamento. È piaciuto a questi club comprare fior di campioni, strapagarli e “vincere facile”? Bene, allora oggi siano pronti a pagarne le conseguenze ridimensionando i propri monte ingaggi e cedendo i pezzi pregiati per ripianare i bilanci disastrati. È troppo facile avere montagne di polvere e cercare un tappeto gigante come quello che gli forniva JP Morgan per nascondercela sotto. Ha ragione De Zerbi quando dice che anche il Sassuolo avrebbe voluto rinforzarsi per puntare alla Champions, ma non ha potuto spendere per ragioni di bilancio ed alla fine non ha potuto che accarezzare solamente il sogno europeo. Il calcio di Agnelli è un calcio di plastica in cui vincere è l’unica cosa che conta anche alterando la leale competizione con il cosiddetto “doping finanziario”. Se c’è una colpa che FIFA e UEFA hanno e, la sollevazione popolare di questi giorni avrebbe dovuto aprire gli occhi in proposito alle due massime autorità del calcio mondiale ed europeo, è stata l’incapacità di creare condizioni di equo accesso alle competizioni sportive attraverso i salary cap, un serio e rigoroso fair play finanziario, e ultimo, ma non meno importante, un freno allo strapotere dei procuratori e dei loro assistiti, i calciatori stessi. In nessuna industria del mondo le società sostengono un costo del lavoro pari al 70% dei ricavi. La chiave è tutta lì. Il modello americano a cui la Super Lega faceva riferimento prevede sì stipendi “monstre” per alcuni campioni, ma bilanciati da un tetto tale che ogni squadra se ne possa permettere al massimo un paio e la competizione resti il più possibile equa. L’Atalanta, squadra storica rivale del Torino e per la quale non simpatizzo, ha dimostrato che si può competere ad alto livello con budget “umani” ed investimenti razionalizzati. E se le tre “big” fossero state escluse dalla Serie A oggi forse festeggerebbe uno scudetto molto più meritato rispetto a quelli vinti da chi paga un solo giocatore quanto l’intero monte ingaggi di squadre di media classifica. Più ci penso e più mi viene nuovamente da domandare allora: “Ah, quindi rimanete…?”

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