Jersey, il paradiso fiscale nel mirino dell’Unione Europea

L‘isola di Jersey è ormai diventata terreno marino di scontro: improvvisamente al centro di una tensione militare tra Francia e Regno Unito, questa piccola isola sul Canale della Manica a poca distanza dalle coste di Bretagna e Normandia ed a 300 km da Londra, era conosciuta inizialmente per essere uno dei più ambiti paradisi fiscali del pianeta.

Una “tradizione” che dura da secoli

Se vero che le tensioni delle ultime ore tra Londra e Parigi non sono dovute a questioni finanziarie, ben presto potrebbero diventarlo: è dalla prima metà del XX secolo che quest’isola è diventata rifugio di capitali. Addirittura, è dal 1259 che le autorità dell’isola hanno eliminato la tassa di successione sui beni, nel Regno Unito pari all’80%, motivo per cui molte famiglie facoltose avevano deciso di trasferire qui beni e depositi fiscali, un po’ come accade tutt’oggi nei paradisi fiscali più famosi e conosciuti come le Isole Cayman, al primo posto secondo una ricerca dello scorso anno, seguiti da Stati Uniti e Svizzera.

Attenzione, però, questo privilegio non è concesso a tutti: come riporta il Corriere, per ottenere l’ok ed aprire un conto a Jersey così come nella vicina isola di Guernesey, bisogna disporre di un patrimonio di almeno 620mila sterline. Il regime fiscale prevede che l’imposta del reddito sulle persone fisiche non superi il 20% e quella sulle società può essere addirittura pari a zero al di sotto di una certa soglia salendo al massimo fino al 10%, motivo per il quale sono depositati attualmente circa 300 miliardi di euro posseduti soltanto da 63mila soggetti secondo le stime della Banca dei Regolamenti Internazionali (2019).

Cosa chiede l’Unione Europea

Adesso, però, qualcosa sta per cambiare: l’Unione europea che per anni ha tollerato questo tipo di politica delle isole della Manica (anche perché altri territori comunitari applicano regimi di vantaggio fiscale), con il divorzio del Regno Unito e dall’Ue, lo scorso 21 gennaio l’Europarlamento ha votato una risoluzione in cui mette nel mirino proprio la politica applicata a Jersey e Guernesey. L’assemblea di Strasburgo ha caldeggiato l’inserimento di quei territori nella “black list” a cui applicare sanzioni.

Sul Giornale abbiamo recentemente trattato la tematica delle navi da guerra in mare sul Canale della Manica, simbolo e sintomo della tensione tra Francia e Regno Unito: i paradisi fiscali non sono che l’ultima goccia di quanto avviene quotidianamente su quel tratto di mare, ultima in ordine di tempo la problematica legata alla fornitura di elettricità che corre lungo i cavi sottimarini. La comunità inglese delle Isole del Canale conta 108mila abitanti, e data la posizione geografica è costretta ad affidarsi alla rete elettrica francese che fornisce circa il 95% del suo fabbisogno, avendo però a disposizione generatori diesel e turbine a gas che garantiscono l’energia in casi di emergenza, come riferisce l’agenzia S&P Global Platts.

Poi, come se non bastasse, Francia ed l’Unione europea hanno espresso la loro insoddisfazione per le condizioni poste al rilascio delle licenze di pesca da parte dell’amministrazione di Jersey. Il ministro delle relazioni esterne dell’isola, Ian Gorst, ha affermato che sono stati rilasciati permessi in conformità con i termini commerciali post-Brexit, e che inoltre hanno stabilito che qualsiasi nuova licenza deve indicare quanto tempo una nave trascorre nelle acque di Jersey. “Stiamo entrando in una nuova era e ci vuole tempo perché tutti si adattino. Jersey ha costantemente dimostrato il suo impegno a trovare una transizione graduale verso il nuovo regime”, ha detto ancora Gorst.

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