1978 – Roma, assassinato Aldo Moro. Il cadavere nel baule di un’auto

Il 9 maggio, dopo 55 giorni di detenzione, al termine di un «processo del popolo», il presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, fu assassinato dalla Brigare Rosse per mano di Mario Moretti, con la complicità di Germano Maccari. Il cadavere fu ritrovato il giorno stesso in una Renault 4 rossa in via Caetani, in pieno centro di Roma.

Secondo quanto affermato dai brigatisti più di un decennio dopo l’omicidio, Moro fu fatto alzare alle 6 con la scusa di essere trasferito in un altro covo. Franco Bonisoli ha invece raccontato che a Moro venne riferito di esser stato graziato (e quindi liberato), una bugia definita dallo stesso brigatista «pietosa», detta per «non farlo soffrire inutilmente»: venne infilato in una cesta di vimini e portato nel garage del covo di via Montalcini. Fu fatto entrare nel portabagagli di una Renault 4 rossa targata Roma N57686 e venne coperto con un lenzuolo rosso. La vettura era stata rubata alcuni mesi prima. Mario Moretti allora sparò alcuni colpi prima con una pistola Walther PPK calibro 9 mm x 17 corto e poi (dopo che la pistola si era inceppata) con una mitragliatrice Samopal Vzor.61 (nota come Skorpion) calibro 7,65mm, con cui sparò una raffica di 11 colpi che perforarono i polmoni dell’ostaggio, uccidendolo (per molti anni, fino alla confessione di Moretti, si pensò che a sparare fosse stato Prospero Gallinari). Alcune incongruenze riguardano le modalità dell’esecuzione: seppur la pistola che inizialmente venne adoperata per sparare a Moro poteva esser silenziata, difficilmente lo poteva essere la mitraglietta, in quanto il silenziatore non permette la soppressione totale del rumore.

Poi, una volta eseguito il delitto, l’auto con il cadavere di Moro fu portata da Moretti e Maccari in via Caetani, senza effettuare soste intermedie, vicino alla sede della DC e del PCI, dove fu lasciata parcheggiata circa un’ora dopo. All’ultimo tratto del percorso parteciparono su una Simca anche Bruno Seghetti e Valerio Morucci in funzione di copertura. Dopo aver perso tempo a cercare un posto sicuro per telefonare e per contattare uno dei collaboratori di Moro, verso le 12,30 Valerio Morucci riuscì a effettuare la telefonata finale con il professor Francesco Tritto, uno degli assistenti di Moro, qualificandosi inizialmente come il «dottor Nicolai». Con tono freddo chiese a Tritto, «adempiendo alle ultime volontà del presidente», di comunicare subito alla famiglia che il corpo di Aldo Moro si trovava nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, «i primi numeri di targa sono N5…», in via Caetani.

La telefonata al professor Tritto venne intercettata e quindi furono le forze dell’ordine che arrivarono per prime in via Caetani. Qualche minuto prima delle 14, i segretari di tutti i partiti politici sapevano che il cadavere ritrovato nella Renault 4 rossa targata Roma N57686 era proprio quello di Aldo Moro. La morte risaliva, secondo i risultati autoptici, tra le 9 e le 10 della mattina stessa, orario però incompatibile con la ricostruzione data dai brigatisti (per cui l’esecuzione sarebbe avvenuta tra le 7 e le 8). È da notare che il buco di alcune ore tra l’abbandono dell’auto secondo la ricostruzione dei brigatisti e le prime telefonate di rivendicazione sarebbe giustificato dalla circostanza che nessuno dei tentativi di contatto telefonico fatti da Moretti con conoscenti e amici di Moro per annunciare dove fosse possibile ritrovare il cadavere, prima della telefonata al professor Tritto, era andato a buon fine.

Alcune testimonianze hanno affermato che la macchina era stata portata in via Michelangelo Caetani nelle prime ore del mattino, tra le 7 e le 8 e abbandonata fino a quando gli assassini ritennero opportuno avvertire. Altre testimonianze, invece, affermarono di aver visto la Renault parcheggiata soltanto intorno alle 12,30 e non prima.

In un angolo del bagagliaio, dalla parte dov’è sistemata la ruota di scorta sulla quale poggiava la testa di Moro, c’erano anche le catene da neve, e qualche ciuffo di capelli grigi. Ai piedi del cadavere c’era una busta di plastica con un bracciale e l’orologio.

Il corpo di Moro, quando fu estratto dagli artificieri, era ripiegato e irrigidito. Indossava lo stesso abito scuro del giorno del rapimento con la camicia bianca a righine, e la cravatta ben annodata; era macchiato di sangue (ma le ferite erano approssimativamente state tamponate con dei fazzolettini), e nei risvolti dei pantaloni è stata trovata una notevole quantità di sabbia e di terriccio e alcuni resti vegetali (i brigatisti sosterranno poi durante i processi di aver appositamente sporcato le scarpe e i pantaloni di sabbia per depistare eventuali indagini sulla localizzazione del covo in cui Moro era tenuto prigioniero). Sotto il corpo e sul tappeto dell’auto c’erano bossoli di cartucce. Furono trovate tracce di sabbia non solo nel risvolto dei pantaloni, ma anche nei calzini.

Il fratello di Aldo Moro, Carlo Alfredo, magistrato, in un suo libro propone però una teoria secondo la quale l’ultima prigione di Moro non sarebbe stata quella di via Montalcini, ma sarebbe stata situata nei pressi di una località marina, basandosi sia sulla sabbia e sui resti vegetali trovati su Moro e sull’auto, sia sulle incongruenze dei tempi tra quanto dichiarato dai brigatisti e quanto rilevato dall’autopsia. Inoltre, secondo Carlo Alfredo Moro e altri, le conclusioni dell’autopsia sul corpo, che fu trovato in buone condizioni fisiche, soprattutto in merito al tono muscolare generale, lascerebbero supporre che Moro abbia avuto, durante la detenzione, una certa libertà di movimento e la possibilità di scrivere la numerosissima mole di documenti, prodotti durante la prigionia, in una situazione relativamente agevole (sedia e tavolo), condizione ben lontana da quella che si sarebbe avuta nei pochi metri quadrati concessogli nel covo di via Montalcini. Questi risultati dell’esame autoptico, unite ad alcune contraddizioni nelle confessioni tardive dei brigatisti lasciano comunque aperti molti dubbi sul luogo o sui luoghi in cui fu detenuto in prigionia Aldo Moro e sulle dimensioni anguste della presunta cella nella «prigione del popolo». Il cadavere presentava un’altra ferita, su una coscia, una piaga purulenta mai curata. È probabile che fosse una ferita d’arma da fuoco ricevuta il giorno dell’agguato di via Fani.

Mentre la notizia si diffondeva si accalcò una piccola folla, tenuta a debita distanza dalla polizia. Accorsero sul luogo anche esponenti politici, come Ugo Pecchioli e Francesco Cossiga:

«Pecchioli non lasciava trasparire emozione o nervosismo. Cossiga, invece, coinvolto anche dal punto di vista affettivo e psicologico per la sua antica e fraterna amicizia con Moro, era in preda a una forte emozione: appoggiò la testa al muro dell’adiacente palazzo Antici Mattei ed esplose in un pianto sommesso e prolungato.»

(Giovanni Fasanella, Mario Mori, Ad alto rischio, Mondadori, 2011)

Poche ore dopo, Cossiga rassegnò le proprie dimissioni da ministro dell’Interno. La famiglia Moro rifiutò ogni celebrazione ufficiale con la seguente nota: «Nessuna manifestazione pubblica o cerimonia o discorso: nessun lutto nazionale, né funerali di Stato o medaglia alla memoria. La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia».

Per segnare il decennale della morte di Moro, nell’aprile del 1988, quando già sembrava ormai sconfitto il partito armato, le Brigate Rosse colpirono ancora, uccidendo, nella sua casa di Forlì il senatore democristiano Roberto Ruffilli, consigliere di Ciriaco De Mita sul tema delle riforme istituzionali.

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