I musei non si toccano, no ai talebani della storia

E’ la scritta sullo striscione che è stato appeso nei giorni scorsi alla facciata del Museo Lombroso, a Torino, dopo che il senatore Saverio De Bonis (Movimento Italiani all’estero) ha scritto al ministro Franceschini per chiederne la chiusura. L’iniziativa è di Torino Tricolore ed è soltanto l’ultima presa di posizione a favore del museo.

Non è la prima volta che il “Museo di antropologia criminale Cesare Lombroso” si trova al centro di polemiche. Il nome che porta è quello di un medico dell’Ottocento, considerato il padre fondatore di teorie che accostano la vocazione delinquenziale di un soggetto alle sue caratteristiche anatomiche. Roba che da tempo è stata gettata nel cestino delle pseudoscienze, tanto che gli stessi curatori del museo ricordano che non si tratta di un omaggio, ma di un tentativo di “fornire al visitatore gli strumenti concettuali per comprendere come e perché questo personaggio così controverso formulò l’idea dell’atavismo criminale, e quali furono i suoi errori”. Tutto inutile, secondo quell’ampia porzione di contestatori (comitati e pagine Facebook si sprecano) che considerano il ‘Lombroso’ un rigurgito di razzismo contro il Mezzogiorno d’Italia.

In realtà, visto con gli occhi di allora, le teorie lombrosiane avevano una funzione positiva: curare la criminalità come una malattia. Molti dei soggetti studiati dal Lombroso provenivano dal Sud, in particolar modo erano presenti i briganti, figure che all’epoca venivano trattate alla stregua dei terroristi di oggi.

Il museo del Lombroso, tuttavia, è la testimonianza del percorso della scienza. Compresi i suoi errori. Tutto sta nel contestualizzare e storicizzare questi studi.

Il Museo di Antropologia criminale espone le collezioni raccolte prevalentemente per gli studi di Cesare Lombroso nella seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento, composte da preparati anatomici, disegni, fotografie, corpi di reato, produzioni artigianali e artistiche, anche di pregio, realizzate da internati nei manicomi e nelle carceri. Il nuovo allestimento, che risale al 2009, a cento anni dalla morte di Lombroso, vuole fornire al visitatore gli strumenti concettuali per comprendere come e perché questo personaggio così controverso formulò la teoria dell’atavismo criminale e quali furono gli errori di metodo scientifico che lo portarono a fondare una scienza poi risultata errata.

La convenzione stipulata nel 2001 da Università di Torino e Regione Piemonte sancisce la nascita ufficiale del Progetto Museo dell’Uomo, sviluppato grazie a finanziamenti del Ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca scientifica, della Regione stessa, della Città di Torino e del Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche.

Il progetto prevede che i tre musei dell’Ateneo relativi alle scienze dell’uomo – Museo di Anatomia Umana “Luigi Rolando”, Museo di Antropologia ed Etnografia e Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” – siano riuniti in un unico polo museale. Le collezioni storiche saranno integrate da nuovi percorsi espositivi, come quello sull’evoluzione fisica e culturale dell’uomo.

Il nuovo polo museale ha sede in via Pietro Giuria 15, nel Palazzo degli Istituti Anatomici, edificio dove dal 1898 è ospitato il Museo di Anatomia.

Grazie all’intervento della Città di Torino, nello stesso palazzo trova collocazione anche il Museo della Frutta, che conserva l’ottocentesca collezione di modelli creata da Francesco Garnier Valletti.

I due “minareti” che caratterizzano il palazzo sono stati progettati come camini da aspirazione per il ricambio dell’aria nelle sale settorie e nei laboratori.

One thought on “I musei non si toccano, no ai talebani della storia

    Allora chiamatelo “Museo degli errori della scienza”.
    Errori con una valenza DISUMANA spaventosa. Perciò è meglio chiuderli.
    Non danno solo “strumenti concettuali” ma anche immagini e oggetti raccapriccianti che hanno fatto tanto male alla società italiana, alimentando il razzismo contro i meridionali e contro fenomeni sociali come il brigantaggio, negativo certo, ma comprensibile alla luce dei tempi, della miseria e dell’ignoranza dominante allora, alla quale si rispondeva con questa “pseudoscienza” lombrosiana.

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