Sant’Ezechiele, profeta

“La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare tutt’intorno accanto ad esse. Vidi che erano in grandissima quantità sulla distesa della valle e tutte inaridite. Mi disse: «Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?». Io risposi: «Signore Dio, tu lo sai». Egli mi replicò: «Profetizza su queste ossa e annunzia loro: Ossa inaridite, udite la parola del Signore”. (Ez 37, 1-4)

Secondo la cultura ebraica, con il termine “profeta” non si indica tanto qualcuno in grado di prevedere il futuro, quanto piuttosto una persona che abbia una cognizione profonda della volontà divina e della sua presenza nel mondo; una persona di morale e rettitudine cristalline. Non fa eccezione Ezechiele, uno dei quattro profeti definiti “maggiori” nell’Antico Testamento: il più duro nel linguaggio e il più efficace quanto a simbolismi.

Esule tra gli esuli

Ezechiele nasce intorno alla metà del 600 a.C. a Sarara, in Palestina, nella tribù di Levi: è, pertanto, un sacerdote. All’epoca a Roma regna ancora da Tarquinio Prisco, mentre a Babilonia, Nabucodonosor; non è un bel periodo per gli ebrei, costretti a sottostare alla tirannide dei figli di Assur. Nel 597 Ezechiele viene deportato in Babilonia assieme ad altri diecimila destinati al lavoro nei campi ed è a questo punto della sua vita che Dio gli si manifesta con visioni profetiche che lo accompagneranno fino alla morte. Ezechiele rivela queste visioni al suo popolo, lo conforta con le parole che gli vengono da Jahweh e perciò, ben presto, godrà di una certa autorevolezza tra la gente di Israele. Non manca di operare prodigi e miracoli e ogni suo gesto ha un obiettivo ben preciso: avendo profetizzato la caduta di Gerusalemme, esorta il popolo alla penitenza; in seguito lo consolerà con la promessa della liberazione e del ritorno all’amata patria. Muore da martire per mano di un capo del popolo che aveva rimproverato per la sua idolatria.

Un linguaggio duro ma efficace

Il libro di Ezechiele nella Bibbia si pone tra quelli dei profeti maggiori, dopo Geremia, e conta 48 capitoli in cui vengono narrate le profezie e le rivelazioni che Jahweh fa al profeta durante la cattività babilonese. Tra le visioni più potenti che vengono descritte, c’è quella al capitolo 37 in cui Dio mostra a Ezechiele uno sterminato campo disseminato di ossa rinsecchite che al Suo soffio riprendono vita rivestendosi di carne. Un’immagine certamente molto forte e altrettanto criptica per i contemporanei, che l’hanno interpretata come la profezia della restaurazione del potere d’Israele e la ricostruzione del Tempio nella gloria di Dio; per i cattolici, invece, simboleggia la Risurrezione di Cristo e dunque la costruzione del vero Regno, quello nei cieli. Storicamente Ezechiele si pone come un ponte tra due epoche della storia di Israele: quella prima e quella dopo l’esilio; dal punto di vista delle Scritture, infine, tra Geremia e Daniele. Il suo linguaggio è ardito, intriso di simbolismi, a tratti duro, ma dal potere evocativo potente e particolarmente efficace. La sua venerazione come Santo è stata introdotta molto presto nella Chiesa latina.

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