1945 – Seconda guerra mondiale, bombardamento atomico di Hiroshima

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bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki furono due attacchi nucleari, attuati sul finire della seconda guerra mondiale, dagli Stati Uniti contro il Giappone, che segnarono l’epilogo del conflitto.

Il mattino del 6 agosto 1945, alle ore 8:15, l’aeronautica militare statunitense sganciò la bomba atomica Little Boy sulla città di Hiroshima, seguita tre giorni dopo dal lancio dell’ordigno Fat Man su Nagasaki.

Il numero di vittime dirette è stimato tra le 100.000 e 200.000 persone, quasi esclusivamente civili: per la gravità dei danni causati – diretti e indiretti – e per le implicazioni etiche a essi correlate, si è trattato del primo e unico utilizzo in guerra di tali armi, sebbene il loro sviluppo abbia registrato una pericolosa impennata negli anni successivi.

Contesto storico

Ricerca scientifica sull’atomo e applicazioni militari

Dopo l’esperimento di frantumazione dell’atomo portato a termine con successo nel 1919 da Ernest Rutherford, la ricerca scientifica nell’ambito della fisica nucleare si era progressivamente sviluppata grazie specialmente al contributo di scienziati di fama mondiale come Niels BohrWerner HeisenbergJames Chadwick ed Enrico Fermi: essi presentarono le nuove teorie della fisica quantistica, identificarono il neutrone ma soprattutto scoprirono, grazie in particolare all’opera di Fermi, che il bombardamento dell’atomo con neutroni produceva isotopi di nuovi elementi.

Sulla base della celebre formula di Albert Einstein, la frantumazione dell’atomo avrebbe dovuto produrre un’enorme quantità di energia e nel 1938 Otto Hahn e Fritz Strassmann definirono il fenomeno della fissione nucleare mentre altri due ricercatori, Lise Meitner e Otto Frisch, scoprirono che l’uranio era un elemento instabile particolarmente idoneo per la frantumazione con conseguente liberazione di energia. Fu tuttavia merito soprattutto di Leo Szilard se si giunse alla concezione della cosiddetta reazione a catena, la possibilità cioè di un elemento di frantumarsi sotto il bombardamento di neutroni con l’emissione di un numero superiore di particelle a loro volta capaci di assaltare altri nuclei atomici prolungando in questo modo il processo di fissione. Szilard comprese le paurose implicazioni pratiche nel campo militare di queste scoperte e per primo, nello stesso 1938, mise in guardia contro il pericolo di una divulgazione incontrollata di notizie scientifiche che avrebbero potuto avvantaggiare militarmente potenze aggressive come la Germania nazista.

Situazione strategica nel Pacifico

Il ruolo dei bombardamenti nella resa dell’Impero giapponese, così come gli effetti e le giustificazioni, sono stati oggetto di innumerevoli dibattiti: negli Stati Uniti prevale l’opinione secondo cui essi sono serviti ad accorciare il conflitto di parecchi mesi risparmiando le vite dei soldati (sia alleati che giapponesi) e dei civili, destinati a perire nelle operazioni di terra e d’aria nella prevista invasione del Giappone; in Giappone l’opinione pubblica tende invece a sostenere come i bombardamenti siano stati dei veri e propri crimini di guerra perpetrati per accelerare il processo di resa del governo militare giapponese. Altri sostengono che non potessero essere giustificati solo da una vittoria sul fronte giapponese (ormai vicino alla resa) ma che fossero una dimostrazione di potenza verso quello che si profilava come il nuovo nemico, ovvero l’Unione Sovietica, mentre altri ancora aggiungono alle motivazioni quella di testare la potenza dell’ordigno costato miliardi di dollari su una città e ciò spiegherebbe i due bombardamenti in cui si usarono le due tipologie di bomba prodotte. Universalmente condivisa è comunque la presa di coscienza della gravità dell’evento, che non è più stato replicato.

Il mese precedente al bombardamento la conquista di Okinawa, che aveva causato la morte di 150 000 civili e militari giapponesi e la perdita di circa 70 000 soldati statunitensi, aveva offerto una base ideale per la conquista del Giappone ma preoccupava i comandi Alleati, che temevano perdite tre o anche quattro volte superiori dato l’acceso patriottismo dei soldati giapponesi, crescente a mano a mano che arretravano verso la madrepatria.

Gli Stati Uniti, con l’assistenza militare e scientifica del Regno Unito e del Canada, erano già riusciti a costruire e provare una bomba atomica nel corso del Progetto Manhattan, un progetto scientifico-militare teso a costruire l’ordigno atomico prima che gli scienziati impegnati nel Programma nucleare tedesco riuscissero a completare i propri studi per dare a Hitler un’arma di distruzione di massa. Il primo test nucleare, nome in codice “Trinity“, si svolse il 16 luglio 1945 ad Alamogordo, nel Nuovo Messico. Una bomba di prova, denominata “The Gadget” fu fatta esplodere con successo. I lanci su Hiroshima e Nagasaki furono quindi la seconda e terza detonazione della storia delle armi nucleari.

Le decisioni politico-strategiche degli Stati Uniti

Il nuovo presidente degli Stati Uniti Harry Truman, succeduto al presidente Roosevelt deceduto improvvisamente il 12 aprile 1945, era stato informato per la prima volta del programma atomico dal ministro della Guerra Stimson che aveva superficialmente fatto riferimento ad “un progetto immenso” in corso di realizzazione per la produzione di un nuovo esplosivo dalla “potenza quasi incredibile”. Il giorno seguente James F. Byrnes, il responsabile del programma di produzione bellica degli Stati Uniti, aveva a sua volta avvicinato il nuovo presidente annunciando con enfasi che era in fase di avanzata preparazione una nuova arma “capace di distruggere il mondo intero”.

Truman tuttavia venne informato dettagliatamente sul programma atomico americano solo il 25 aprile 1945 nel corso di un lungo colloquio con Stimson, il quale, dopo i primi contrasti insorti tra il nuovo presidente e i massimi dirigenti sovietici riguardo alla situazione in Europa e ai programmi di ricostruzione dopo la fine della guerra, ritenne essenziale mettere al corrente il nuovo capo della Casa Bianca di un progetto che appariva in grado di esercitare un’influenza decisiva non solo per l’esito del conflitto con il Giappone ma anche “per i nostri attuali rapporti con l’estero”. Stimson riferì a Truman che stava per essere completata “l’arma più terribile che mai si sia vista nella storia umana”; egli illustrò anche i due tipi di bomba in costruzione, una “tipo cannone” (la bomba all’uranio), e una “a implosione” (quella al plutonio) e disse che un primo esperimento avrebbe potuto essere condotto prima di agosto.

Nel corso dell’incontro Truman e Stimson non discussero dell’opportunità di impiegare la nuova arma e in pratica si “dette per scontato che la bomba sarebbe stata usata”. Il ministro della Guerra disse che si prevedeva di impiegare l’arma contro il Giappone e che un gruppo aereo speciale stava per essere inviato nel teatro del Pacifico, tuttavia l’argomento di discussione più importante presentato da Stimson riguardò le implicazioni di politica internazionale: la bomba, secondo lui, “avrebbe certamente influito in maniera decisiva” sui rapporti con gli altri paesi. Stimson quindi consigliava al presidente di attendere prima di prendere decisioni definitive riguardo all’Europa e all’Estremo Oriente; entro breve tempo gli Stati Uniti avrebbero avuto “in mano più carte di ora” e “il segreto avrebbe avuto un peso determinante” su tutte le questioni in sospeso.

Le valutazioni di Stimson erano condivise dal nuovo segretario di stato Byrnes, il quale disse a Truman che la nuova bomba avrebbe potuto “far impressione alla Russia” e rendere possibile agli Stati Uniti di “imporre le nostre condizioni alla fine della guerra”. Truman, sostanzialmente in sintonia con le opinioni dei suoi consiglieri, e deciso fin dall’assunzione della sua carica a modificare la politica del suo predecessore verso l’Unione Sovietica, assumendo una posizione più rigida nei negoziati in corso sulla situazione in Europa Orientale, costituì all’inizio di maggio, per proseguire lo sviluppo del programma atomico statunitense e pianificare l’impiego operativo della nuova arma, il cosiddetto Interim Committee formato dai ministri Stimson e Byrnes e dai due massimi responsabili della ricerca scientifica, Bush e Conant.

Affiancato da un comitato consultivo formato dai massimi esperti del mondo scientifico (tra cui Oppenheimer, Compton, Fermi e Lawrence) lo Interim Committee, concluse il suo lavoro con la riunione del 31 maggio in cui venne completata la relazione finale da presentare al presidente. Secondo le testimonianze dei partecipanti, il comitato ritenne fin dall’inizio che fosse già scontato che la bomba sarebbe stata utilizzata; sembra inoltre che essi non fossero molto informati sulle implicazioni di politica internazionale dell’impiego di una simile arma né sulla situazione reale del Giappone e su possibili opzioni alternative per affrettare la sua resa. Le discussioni si concentrarono soprattutto sui dettagli operativi per ottenere il massimo effetto strategico e psicologico dall’impiego della bomba. Nella relazione finale ebbero parte determinanti le valutazioni di Byrnes e Stimson. Stimson affermò che “la via migliore era colpire all’improvviso una grande città”; si parlò anche si colpire un obiettivo militare circondato “da case di lavoratori”. Byrnes in conclusione ritenne che fosse necessario sviluppare la nuova arma per garantire la superiorità degli Stati Uniti e che la bomba andasse impiegata senza indugio contro il Giappone senza darne alcun preavviso per impressionare e sconvolgere il nemico.

Il 1º giugno 1945 Byrnes presentò le conclusioni del Interim Committee al Presidente Truman che da parte sua era già sostanzialmente convinto del fatto che “l’arma doveva essere usata”. Truman in pratica concordò con la relazione del comitato precisando che la bomba avrebbe dovuto essere sganciata “il più vicino possibile a un centro di produzione bellica”.

Nelle sue intenzioni dichiarate il bombardamento doveva determinare una risoluzione rapida della guerra, infliggendo una distruzione totale e infondendo quindi nel governo giapponese il timore di ulteriore distruzione: questo sarebbe stato sufficiente per determinare la resa dell’Impero giapponese.

La notizia del riuscito esperimento di Alamogordo suscitò entusiasmo ed emozione nella dirigenza politica delle potenze anglosassoni; Churchill giunse enfaticamente a parlare di “Secondo Avvento…appena in tempo per salvare il Mondo”, mentre il ministro della Guerra americano Stimson considerò la bomba atomica una “carta vincente” ed un “equilibratore” della situazione di potere internazionale. Il segretario di stato James F. Byrnes apparve ancor più ottimista; egli ritenne che i sovietici certamente non avrebbero potuto sviluppare in tempi brevi una simile arma e che sarebbe stato possibile per gli Stati Uniti intraprendere una “diplomazia atomica” nei confronti dei russi che a suo parere “erano sensibili solo alla potenza”.

Il 26 luglio 1945 Truman e gli altri capi di Stato alleati stabilirono, nella dichiarazione di Potsdam, i termini per la resa giapponese. Il giorno seguente i giornali giapponesi riportarono la dichiarazione, il cui testo venne diffuso anche radiofonicamente in tutto l’impero del Sol Levante, ma il governo militare la respinse. Il segreto della bomba atomica era ancora custodito e la sua esistenza non venne minimamente accennata nella dichiarazione.

La scelta degli obiettivi

Nel corso di una riunione tenutasi negli Stati Uniti a maggio 1945 vennero suggeriti, come obiettivi, le città di KyōtoHiroshimaYokohamaKokura e Nagasaki oppure gli arsenali militari. Nel corso della riunione si decise di non utilizzare la bomba atomica esclusivamente su un obiettivo militare per evitare di mancare l’obiettivo e quindi “sprecare” la bomba. Nella decisione finale dovevano difatti essere tenuti in maggior conto gli effetti psicologici che l’utilizzo della bomba atomica doveva avere sul governo giapponese. Inoltre era opinione diffusa che la nuova bomba dovesse avere un effetto sufficientemente spettacolare affinché fosse riconosciuta a livello mondiale. Alla fine la scelta cadde su Kyōto, noto centro intellettuale giapponese che proprio per questo dopo fu risparmiata e sostituita con Kokura, Nagasaki e Hiroshima, che ospitava un importante deposito dell’esercito.

Il bombardamento sulle due città del Giappone non fu comunque la prima volta in cui gli Alleati bombardarono città delle potenze dell’Asse, né la prima volta in cui tali bombardamenti causarono numerose perdite civili. In Germania il sistematico bombardamento delle città tedesche causò centinaia di migliaia di vittime, che culminarono con il bombardamento di Dresda che causò la morte di 35 000 persone e la distruzione di una delle maggiori città d’arte tedesche. Stessa sorte toccò peraltro all’Italia, che vide pesantemente bombardati i maggiori centri industriali e portuali di tutta la penisola con enormi devastazioni e perdite umane.

Il bombardamento di Tokyo del marzo del 1945 causò più di 100 000 vittime e danni enormi in termini urbani e architettonici. Nell’agosto del 1945 altre sessanta città giapponesi vennero pesantemente bombardate e tra le più colpite, oltre a Tokyo, ci fu senza dubbio Kōbe.

Hiroshima durante la guerra

Nel 1945 Hiroshima era una città di grande importanza militare e industriale e nei suoi pressi erano presenti alcune basi militari, come il quartier generale della Quinta Divisione e quello del maresciallo Shunroku Hata, secondo quartier generale dell’esercito a cui faceva capo l’intero sistema difensivo del Giappone meridionale. Hiroshima era una base minore, dedita al rifornimento e all’appoggio per le forze armate. La città era soprattutto un centro per le comunicazioni, per lo stoccaggio delle merci e un punto di smistamento delle truppe: per questo motivo fu deliberatamente tenuta fuori dalle rotte dei bombardieri, proprio per permettere lo studio degli effetti di una bomba atomica in un ambiente ideale.

La priorità per lo sgancio della bomba fu infine data proprio a Hiroshima dopo la segnalazione che essa era l’unico tra gli obiettivi che non avesse al suo interno e nei dintorni campi per i prigionieri di guerra. Il centro della città ospitava una grande quantità di edifici di cemento armato e alcune strutture più leggere. In periferia l’area era congestionata da una miriade di piccole strutture di legno, usate come locali da lavoro, posizionate tra una casa e l’altra. Alcuni stabilimenti industriali si estendevano non lontano dal limite periferico della città. Le case erano di legno, con soffitti leggeri, e molti edifici industriali avevano a loro volta pareti a incastro di legno.

La città nella sua interezza era potenzialmente ad altissimo rischio d’incendio. La popolazione di Hiroshima aveva raggiunto un picco di 381 000 abitanti prima della guerra, ma prima del bombardamento atomico la popolazione era rapidamente diminuita a causa di un’evacuazione generale ordinata dal governo giapponese, tanto che il 6 agosto si contavano circa 255 000 abitanti. Si calcola questa cifra sulla base dei dati mantenuti per l’approvvigionamento della popolazione (che era razionato) mentre le stime sugli operai e sui soldati presenti in città al momento del bombardamento sono, di fatto, molto poco accurate.

Nagasaki durante la guerra

La città di Nagasaki era uno dei maggiori porti del Giappone meridionale, di grande importanza bellica a causa delle sue diversificate attività industriali, che spaziavano nella produzione di munizioni, navi, equipaggiamenti militari e altri materiali bellici. Contrariamente alla Nagasaki moderna, all’epoca la gran parte delle abitazioni era costruita con una struttura in legno, o addirittura interamente in legno, e con i tetti in mattonelle.

Molte delle piccole industrie e dei vari stabilimenti ospitavano nelle vicinanze alloggi in legno per gli operai, quindi facilmente infiammabili e ovviamente non in grado di sostenere l’esplosione di bombe convenzionali e, ancor meno di bombe nucleari. La città inoltre si era sviluppata senza piano regolatore, come consuetudine del modello urbano nipponico, cosicché le case molto spesso erano adiacenti ai fabbricati industriali.

Fino allo sgancio della bomba atomica Nagasaki non era mai stata sottoposta a bombardamenti su larga scala, anche se il 1º agosto 1945 un certo numero di bombe ad alto potenziale era stato sganciato sulla città (più precisamente sui cantieri navali e sul porto, nella parte meridionale) e sulla fabbrica d’acciaio e d’armi Mitsubishi, mentre sei bombe caddero sull’ospedale e scuola medica di Nagasaki e altre tre nelle sue immediate vicinanze. Anche se i danni procurati da questo bombardamento furono assai modesti, suscitarono comunque la preoccupazione della popolazione e molti decisero di abbandonare la città per rifugiarsi in campagna, riducendo in tal modo il numero di abitanti presenti al momento dell’attacco nucleare.

Per ironia della sorte la città di Nagasaki era una delle più ostili al governo militare e al fascismo giapponese sia per la tradizione socialista ancor viva malgrado le forti persecuzioni degli anni trenta, sia perché ospitava la più grande e antica comunità cristiana (soprattutto cattolica) giapponese, tradizionalmente più ben disposta verso gli stranieri in generale e gli occidentali in particolare. A nord di Nagasaki erano inoltre presenti campi per prigionieri di guerra britannici, impegnati a lavorare nelle miniere a cielo aperto di carbone: alcune fonti parlano di otto prigionieri morti a seguito dello sgancio della bomba nucleare a Nagasaki.

I bombardamenti

Processo decisionale finale

Dopo l’incontro di martedì mattina 24 luglio 1945 tra Truman e Stalin in cui il presidente aveva misteriosamente riferito al dittatore sovietico dell’esistenza nell’arsenale degli Stati Uniti di un’arma di “inusuale potenza distruttiva”, nel pomeriggio dello stesso giorno, a Washington, il generale Groves compilò la direttiva formale di autorizzazione all’impiego della nuova bomba. La direttiva venne quindi inviata a George L. Harrison, consigliere speciale del ministro della Guerra Henry Stimson, e quindi trasmessa con una comunicazione in codice al capo di stato maggiore generale George Marshall. Egli si trovava a Potsdam insieme al presidente e allo stesso Stimson; il ministro della Guerra e il capo di stato maggiore approvarono la direttiva del generale Groves; il documento venne quindi visionato da Truman che a sua volta diede il suo consenso. Il testo ufficiale peraltro non reca una approvazione scritta esplicita del presidente.
Il 25 luglio la direttiva venne inviata dal generale Thomas T. Handy, facente funzione al Pentagono di capo di stato maggiore in assenza del generale Marshall che era a Potsdam, alla suprema autorità delle forze aeree strategiche statunitensi nel teatro del Pacifico, il generale Carl Spaatz; nel documento si ordinava che il 509º Gruppo aereo misto avrebbe dovuto sganciare la “prima bomba speciale” in un giorno, successivo al 3 agosto, scelto in relazioni alle condizioni meteorologiche. Nel documento si indicavano quattro possibili obiettivi, HiroshimaKokuraNiigata e Nagasaki, e si precisava che “altre bombe” sarebbero state sganciate successivamente non “appena a disposizione”. La direttiva infine sottolineava il carattere di estrema segretezza dell’operazione e riservava direttamente al ministero della Guerra e al presidente degli Stati Uniti, l’autorità per divulgare qualsiasi informazione “riguardante l’uso dell’arma contro il Giappone”.

Il giorno successivo, 26 luglio, arrivò alla base di Tinian l’incrociatore Indianapolis con a bordo i componenti fondamentali della bomba atomica Little Boy, mentre contemporaneamente decollarono dalla base aerea di Kirtland tre aerei da trasporto C-54 con altri elementi fondamentali dell’ordigno e due C-54 con a bordo il nocciolo di plutonio della bomba Fat Man. I cinque aerei atterrarono a Tinian nella tarda serata del 28 luglio ed entro il 31 luglio, dopo l’assemblaggio finale dei diversi componenti, la bomba atomica Little Boy divenne operativamente pronta per l’impiego. Contemporaneamente nelle giornate del 30 e 31 luglio vennero scambiate una serie di comunicazioni tra le autorità di comando a Washington e il generale Carl Spaatz che influirono in modo rilevante sulla scelta finale del l’obiettivo. Il generale Spaatz comunicò a Washington che nell’area della città di Hiroshima apparentemente, sulla base di testimonianze di prigionieri di guerra, non erano presenti campi di prigionia per soldati alleati e il giorno seguente, il ministero della Guerra segnalò che la direttiva operativa firmata dal generale Handy rimaneva pienamente valida che quindi gli “obiettivi assegnati….restano immutati”; tuttavia si aggiungeva che, nel caso in cui si fosse ritenuto attendibile la notizia sui prigionieri di guerra alleati, la città di Hiroshima avrebbe dovuto essere considerata al “primo posto nell’ordine di precedenza” degli obiettivi.

Dopo aver esaminato e approvato informalmente la direttiva preparata dal generale Groves, il presidente Truman, “molto contento” per la riuscita del primo esperimento atomico, aveva stabilito chiaramente che la procedura dell’attacco con la “bomba speciale” avrebbe dovuto proseguire automaticamente a partire dal 1 agosto; il presidente aveva detto al ministro della Guerra Stimson che l’ordine non avrebbe dovuto essere revocato se non nel caso in cui egli avesse ritenuto “accettabile” la risposta del governo giapponese al proclama ultimativo delle potenze alleate diramato da Potsdam.

In mancanza quindi di nuove direttive dalle massime autorità, gli eventi continuarono autonomamente il loro corso; il 31 luglio, mentre veniva completato l’assemblaggio della bomba Little Boy, tre bombardieri B-29 completarono con successo l’ultimo volo addestrativo volando sopra Iwojima, sganciando l’ordigno simulacro L6 ed effettuando la manovra di virata in picchiata prevista dalla procedure operative. Il generale Thomas F. Farrell, il collaboratore principale del generale Groves che si trovava a Guam per coordinare direttamente le operazioni di bombardamento speciale, comunicò al suo superiore che i preparativi erano stati completati e che la missione avrebbe potuto essere effettuata dal 1º agosto.

Un peggioramento del meteo sopra le isole nipponiche proprio il 1º agosto impose tuttavia un rinvio della missione e fu solo due giorni dopo che, sulla base di previsioni meteorologiche più favorevoli, gli equipaggi dei sette bombardieri B-29 designati per il bombardamento atomico ripresero i preparativi sotto il controllo diretto del comandante del 509º Gruppo composito, il colonnello Tibbets.

Hiroshima

La scelta della data del 6 agosto si basò sul fatto che nei giorni precedenti diverse nubi stratificate coprivano la città, mentre il giorno dell’attacco il tempo era variabile. Per far sì che la scelta fosse presa, fu deciso di far decollare, prima della missione vera e propria, un B-29 senza armamento, il cui compito era quello di indicare al comando la situazione meteo sopra le città designate per lo sgancio. L’obiettivo inizialmente previsto per il bombardamento atomico era Kokura, ma a causa delle nubi estremamente fitte che sovrastavano l’agglomerato urbano, si ordinò di cambiare bersaglio. Quando gli altri B-29 stavano già volando ricevettero la risposta affermativa per bombardare Hiroshima. Tutti i dettagli, la pianificazione precisa della tabella di volo, la bomba a gravità e l’armamento dell’ordigno con i suoi 60 kg di U235 (uranio 235), vennero studiati nei minimi particolari e tutto si svolse così come era stato stabilito a tavolino.

Circa un’ora prima del rilascio della bomba, la rete radar giapponese lanciò un allarme immediato, rilevando l’avvicinamento di un gran numero di velivoli statunitensi diretti nella zona meridionale del Giappone. Il segnale di pericolo venne diffuso anche attraverso trasmissioni radio in moltissime città nipponiche e fra queste anche la stessa Hiroshima. Gli aerei si avvicinarono alle coste dell’arcipelago ad una quota molto elevata.

Poco prima delle 08:00 la stazione radar di Hiroshima stabilì che il numero di velivoli entrati nello spazio aereo giapponese era basso, probabilmente non più di tre, perciò l’allarme aereo venne ridimensionato (il comando militare giapponese infatti aveva deciso, per risparmiare il carburante, di non far alzare in volo i propri aerei per le formazioni aeree statunitensi di piccole dimensioni). I tre aeroplani statunitensi erano i bombardieri Enola GayThe Great Artiste e un altro aereo, in seguito chiamato Necessary Evil, cioè “male necessario” (l’unica funzione di questo velivolo fu quella di documentare, attraverso una serie di fotografie, gli effetti dell’impiego dell’arma atomica).

Alle 08:14 e 45 secondi l’Enola Gay sganciò “Little Boy” sul centro di Hiroshima; il sensore altimetrico era tarato per effettuare lo scoppio alla quota di 600 m dal suolo, dopo 43 secondi di caduta libera. Immediatamente dopo lo sgancio l’aereo fece un’inversione di 178°, prendendo velocità con una picchiata di circa 500 m e perdendo quota, allontanandosi alla massima velocità possibile data dai quattro motori a elica. L’esplosione si verificò a 580 m dal suolo, con una detonazione equivalente a sedici chilotoni, uccidendo sul colpo tra le 70 000 e le 80 000 persone. Circa il 90% degli edifici venne completamente raso al suolo e tutti i cinquantuno templi della città vennero completamente distrutti dalla forza dell’esplosione.

Testimone oculare del bombardamento di Hiroshima fu il padre gesuita e futuro generale dei gesuiti Pedro Arrupe, che allora si trovava in missione in Giappone presso la comunità cattolica della città e che portò aiuto ai sopravvissuti. Riguardo al bombardamento atomico egli scrisse:

«Ero nella mia stanza con un altro prete alle 8:15, quando improvvisamente vedemmo una luce accecante, come un bagliore al magnesio. Non appena aprii la porta che si affacciava sulla città, sentimmo un’esplosione formidabile simile al colpo di vento di un uragano. Allo stesso tempo porte, finestre e muri precipitarono su di noi in pezzi. Salimmo su una collina per avere una migliore vista. Da lì potemmo vedere una città in rovina: di fronte a noi c’era una Hiroshima decimata. Poiché ciò accadde mentre in tutte le cucine si stava preparando il primo pasto, le fiamme, a contatto con la corrente elettrica, entro due ore e mezza trasformarono la città intera in un’enorme vampa. Non dimenticherò mai la mia prima vista di quello che fu l’effetto della bomba atomica: un gruppo di giovani donne, di diciotto o venti anni, che si aggrappavano l’un l’altra mentre si trascinavano lungo la strada. Continuammo a cercare un qualche modo per entrare nella città, ma fu impossibile. Facemmo allora l’unica cosa che poteva essere fatta in presenza di una tale carneficina di massa: cademmo sulle nostre ginocchia e pregammo per avere una guida, poiché eravamo privi di ogni aiuto umano. L’esplosione ebbe luogo il 6 agosto. Il giorno seguente, il 7 agosto, alle cinque di mattina, prima di cominciare a prenderci cura dei feriti e seppellire i morti, celebrai Messa nella casa. In questi momenti forti uno si sente più vicino a Dio, sente più profondamente il valore dell’aiuto di Dio. In effetti ciò che ci circondava non incoraggiava la devozione per la celebrazione per la Messa. La cappella, metà distrutta, era stipata di feriti che stavano sdraiati sul pavimento molto vicini l’uno all’altro mentre, soffrendo terribilmente, si contorcevano per il dolore.»

Reazione giapponese al primo bombardamento

L’operatore di controllo di Tokyo della Società radiotelevisiva giapponese si rese conto che la stazione di Hiroshima non era più in onda: tentò di ristabilire il programma usando un’altra linea telefonica, ma anche questo tentativo fallì. Circa venti minuti più tardi, il centro telegrafico ferroviario di Tokyo si accorse che la linea telegrafica principale aveva smesso di funzionare poco a nord di Hiroshima. Da alcune piccole fermate ferroviarie entro 16 km dalla città, giunsero notizie ufficiose e confuse di una terribile esplosione a Hiroshima. Tutte queste notizie furono trasmesse ai quartier generali del Comando generale giapponese.

Le basi militari cercarono ripetutamente di mettersi in contatto con la stazione di Controllo dell’esercito di Hiroshima, tuttavia l’assoluto silenzio da quella città sconcertò gli uomini dei quartier generali: sapevano che non c’era stata nessuna potente incursione nemica e che a Hiroshima al momento non c’era nessun ragguardevole deposito di esplosivi. Un giovane ufficiale del Comando generale giapponese fu incaricato di volare immediatamente sul centro urbano, atterrare, rilevare i danni, quindi tornare a Tokyo con informazioni attendibili per i quadri. Nel quartier generale c’era la sensazione diffusa che non fosse accaduto nulla di serio, che si stesse esagerando la portata di un problema di dimensioni limitate.

L’ufficiale del comando andò all’aeroporto e decollò in direzione sud-ovest; dopo circa tre ore di volo, quando mancavano ancora approssimativamente 160 km a Hiroshima, l’ufficiale e il suo copilota scorsero la grande nuvola di fumo provocata dalla bomba: nel chiaro pomeriggio stavano bruciando le macerie di Hiroshima. Il loro aereo raggiunse presto la città, attorno alla quale volavano increduli: infatti tutto ciò che era rimasto era una grande cicatrice sul terreno ancora ardente, coperta da una spessa nuvola di fumo. Atterrarono a sud delle macerie e l’ufficiale, dopo aver comunicato con Tokyo, cominciò immediatamente a organizzare le operazioni di soccorso.

Nella capitale nipponica le prime informazioni di ciò che aveva realmente causato il disastro vennero dall’annuncio pubblico della Casa Bianca a Washington, sedici ore dopo l’attacco nucleare. L’avvelenamento da radiazione e le necrosi provocarono malattie e morti successive al bombardamento per circa il 20% di coloro che erano sopravvissuti all’esplosione iniziale. Alla fine del 1945, ulteriori migliaia di persone morirono per via della malattia acuta causata dalle radiazioni ionizzanti, portando il numero di vittime a circa 200 000 unità. Da allora molte migliaia di persone perirono per cause legate all’esposizione ai raggi: nei duecentomila morti sono inclusi tutti coloro che si trovavano in città al momento dell’esplosione e chi successivamente si trovò esposto al fallout.

Sopravvivenza di alcune strutture

Alcuni degli edifici in cemento armato a Hiroshima erano costruiti in modo molto resistente per via del pericolo di terremoto in Giappone e le ossature di alcune strutture non crollarono, sebbene si trovassero molto vicino alla zona danneggiata della città. Al momento della detonazione in aria della bomba atomica, l’esplosione si riversò verso il basso più che lateralmente, il che favorì la sopravvivenza della “Sala della prefettura per la promozione industriale”, ora comunemente conosciuta come Genbaku o “Cupola della bomba-A”, progettata e realizzata dall’architetto ceco Jan Letzel, che si trovava a pochi metri da ground zero (le sue rovine furono chiamate Memoriale della pace di Hiroshima e vennero rese un sito Patrimonio dell’umanità dell’UNESCO nel 1996, nonostante le obiezioni degli Stati Uniti e della Cina).

Eventi tra il 7 e il 9 agosto

Dopo il primo bombardamento il presidente Truman annunciò: «Se non accettano adesso le nostre condizioni, si possono aspettare una pioggia di distruzione dall’alto, come mai se ne sono viste su questa Terra». L’8 agosto furono lanciati volantini e furono dati avvertimenti al Giappone da Radio Saipan (la zona di Nagasaki non ricevette volantini di avvertimento fino al 10 agosto, nonostante questa campagna informativa continuasse dall’inizio del mese).

Un minuto dopo la mezzanotte del 9 agosto, ora di Tokyo, l’Armata Rossa lanciò un’offensiva verso la Manciuria con oltre 1 500 000 uomini, 26 137 cannoni, 5 556 mezzi corazzati e 5 000 aeroplani. Quattro ore dopo il governo di Tokyo venne formalmente informato che l’Unione Sovietica aveva rotto il patto di neutralità e dichiarato guerra all’Impero giapponese secondo gli accordi intercorsi con gli Alleati per aprire il nuovo fronte entro tre mesi dalla fine della guerra in Europa. Gli ufficiali anziani dell’esercito imperiale giapponese inizialmente sottovalutarono la portata dell’attacco sovietico, ma ben presto decisero di imporre la legge marziale, di concerto con il ministro della guerra Anami, per arrestare chiunque avesse tentato di firmare una pace.

Il 7 agosto Yoshio Nishina, il quale sarebbe poi morto di cancro nel 1951, insieme ad altri fisici atomici fu mandato a Hiroshima, in modo da constatare i danni prodotti dall’ordigno nucleare: effettivamente i fisici testimoniarono che la città era stata distrutta dal bombardamento atomico; tuttavia l’esercito giapponese, tra cui l’ammiraglio Soemu Toyoda, stimò che non più di una o due bombe supplementari potevano essere sganciate, concludendo che dopo “ci sarebbe più distruzione, ma la guerra potrebbe andare avanti”. La pianificazione per il secondo attacco venne stabilita dal colonnello Tibbets, in qualità di comandante del 509º Gruppo bombardieri di base a Tinian: inizialmente previsto per l’11 agosto contro Kokura, l’attacco venne anticipato di due giorni per le pessime condizioni meteorologiche previste dopo il 10 agosto.

Nagasaki

La mattina del 9 agosto 1945 l’equipaggio del Boeing B-29 Superfortress BOCKSCAR, il bombardiere scelto per la missione, si alzò in volo con a bordo la bomba atomica soprannominata “Fat Man”, alla volta di Kokura, l’obiettivo iniziale della missione. Tuttavia le nubi non permisero di individuare esattamente l’obiettivo e dopo tre passaggi sopra la città, ormai a corto del carburante necessario per il viaggio di ritorno, l’aereo venne dirottato sull’obiettivo secondario, Nagasaki. Intorno alle 07:50 ora di Tokyo il silenzio sulla città giapponese venne squarciato dall’allarme aereo che durò fino alle 08:30. Alle 10:53 i sistemi radar giapponesi segnalarono la presenza di solo due bombardieri e il comando giapponese, ritenendo che si trattasse solo di aerei da ricognizione, non lanciò l’allarme.

Poco dopo, alle 11:00, l’osservatore del bombardiere, creduto aereo di ricognizione, sganciò degli strumenti attaccati a tre paracadute: questi strumenti contenevano dei messaggi diretti al professore Ryokichi Sagane, fisico nucleare dell’Università Imperiale di Tokyo che aveva studiato all’Università di Berkeley assieme a tre degli scienziati responsabili della bomba atomica, perché informasse la popolazione dell’immane pericolo che stavano per correre. I messaggi vennero ritrovati dalle autorità militari, ma non furono consegnati al destinatario.

Alle 11:02, alcuni minuti dopo aver incominciato a sorvolare Nagasaki, il capitano avvistò visivamente, così come era stato ordinato, il nuovo obiettivo, che era ancora una volta nascosto dalle nubi. Dato che non era pensabile tornare indietro e rischiare un ammaraggio dovuto alla mancanza di carburante con un’arma atomica a bordo, il comandante decise, in contrasto con gli ordini, di accendere il radar in modo da individuare l’obiettivo anche attraverso le nubi: così “Fat Man”, che conteneva circa 6,4 kg di plutonio-239, venne sganciata sulla zona industriale della città. La bomba esplose a circa 470 m d’altezza vicino a fabbriche d’armi; a quasi km a nord-ovest da dove previsto: questo “sbaglio” salvò gran parte della città, protetta dalle colline circostanti, dato che la bomba cadde nella valle di Urakami.

Tuttavia il computo delle vittime rimase drammaticamente elevato. Le stime sul numero dei morti all’istante variano da 22.000 a 75.000 persone. Secondo la maggior parte delle valutazioni, almeno 3500040 000 dei 240 000 residenti a Nagasaki vennero uccisi all’istante e oltre 55 000 rimasero feriti. Il numero totale degli abitanti uccisi viene comunque valutato intorno alle 80 000 persone, incluse quelle esposte alle radiazioni nei mesi seguenti. Tra le persone presenti a Nagasaki il 9 agosto vi era anche un ristretto numero di sopravvissuti di Hiroshima. Nei mesi successivi alle esplosioni, il numero complessivo di vittime nelle città di Hiroshima e Nagasaki superò le 200 000 persone.

Reazione al secondo bombardamento

I due bombardamenti nell’arco di così pochi giorni, le centinaia di migliaia di vittime e la potenza annientatrice di quest’arma costrinsero i giapponesi alla resa il 15 agosto 1945: era la fine della seconda guerra mondiale. I superstiti del bombardamento vennero chiamati hibakusha (被爆者) una parola giapponese che significa letteralmente “persona esposta alla bomba”. Superstiti e soccorritori divennero il nucleo del pacifismo giapponese del dopoguerra e da allora il Paese nipponico è diventato paladino dell’abolizione delle armi nucleari in tutto il mondo. Durante il periodo post-bellico si utilizzò questo termine al posto di “sopravvissuti” per non esaltare la vita, cosa che all’epoca sarebbe stato considerato come una grave mancanza di rispetto nei confronti dei molti morti. Al 31 marzo 2011219 410 hibakusha erano ufficialmente riconosciuti come tali dal governo giapponese.

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