1938 – Viene aperto il campo di concentramento di Mauthausen

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«Quando siamo arrivati al campo e siamo entrati, pareva un po’ come entrare nella porta dell’inferno.»
(Aldo Carpi)

Il campo di concentramento di Mauthausen, denominato campo di concentramento di Mauthausen-Gusen dall’estate del 1940, era un complesso dei campi di concentramento nazisti tedeschi. Un luogo significativo dello sterminio dell’intellighenzia polacca sotto il cosiddetto Intelligenzaktion (1939-1945) – il piano delle autorità naziste tedesche di sterminare l’intellighenzia polacca per germanizzare le terre polacche conquistate. Il secondo gruppo più numeroso di vittime in termini di dimensioni erano i prigionieri di guerra sovietici.

Al centro era una fortezza in pietra eretta nel 1938 in cima a una collina sovrastante la piccola cittadina di Mauthausen, nell’allora Gau Oberdonau, ora Alta Austria, situata a circa venticinque chilometri a est di Linz.

Considerato impropriamente come semplice campo di lavoro, fu di fatto, fra tutti i campi nazisti, «il solo campo di concentramento classificato di “classe 3” (come campo di punizione e di annientamento attraverso il lavoro)». Vi si attuò lo sterminio soprattutto attraverso il lavoro forzato nella vicina cava di granito, e la consunzione per denutrizione e stenti, pur essendo presenti anche alcune piccole camere a gas.

Storia

«Fortezza… Contemporaneamente fortino e acropoli, muraglie gigantesche. Granito e cemento armato dominanti il Danubio: strani speroni coperti da cappelli cinesi; fili spinati e porcellana intreccianti un’insuperabile rete elettrica di protezione. Sì! La più formidabile cittadella costruita sulla Terra dal Medio Evo. Mauthausen. Mauthausen in Austria. Mauthausen dai 155 000 morti.»
(Christian Bernadac 1977, p. 18)

Campo di prigionia durante la Prima guerra mondiale

Durante la Prima guerra mondiale (1914 – 1918) gli austriaci aprirono un primo campo per prigionieri di guerra a est di Mauthausen per lo sfruttamento della cava di Wiener-Graben, un granito usato per pavimentare le strade di Vienna. In esso, russi, serbi, italiani raggiunsero la cifra di 40 000 internati, e circa 9 000 di loro vi persero la vita, tra i quali 1 759 italiani che vi morirono di fame e stenti. Un Cimitero di Guerra Internazionale è dedicato alla loro memoria.

Il campo di concentramento nazista (1938-1945)

Il lager nazista di Mauthausen fu aperto l’8 agosto 1938. Albert Sauer, che ne fu il primo comandante, fu sostituito meno di un anno dopo, il 9 febbraio 1939, dal trentacinquenne SS-Sturmbannführer (maggiore) Franz Ziereis che mantenne tale funzione fino al 5 maggio 1945 quando il campo fu liberato dal 41º Squadrone di ricognizione dell’11ª Divisione corazzata statunitense.

Nella prima fase, fino alla fine del 1940, il campo servì come luogo di isolamento e tormento di socialisti, comunisti, omosessuali principalmente tedeschi e austriaci, di opposizione potenziale o effettiva al nazismo e all’intellighenzia polacca. Fu il primo campo di concentramento tedesco stabilito al di fuori del Terzo Reich. I primi ad arrivare furono 300 prigionieri da Dachau, che cominciarono a costruire il campo e in seguito lo abitarono. All’apertura, ospitava 1 000 detenuti; in quasi sette anni di vita, furono rinchiusi oltre 200 000 prigionieri.

La guarnigione SS di Mauthausen è composta di poche centinaia di elementi nel 1938, 1 000 nel 1940, 5 900 nel 1945. Ziereis comincia ad addestrare le sue guardie a un comportamento disumano, emanando direttive più dure di quelle ufficiali. Ziereis incita a torturare, e sevizia lui stesso, premia con medaglie, promozioni, licenze le SS che si sono distinte per la loro crudeltà. I riluttanti, quelli che non sono in sintonia con lo “spirito del lager” sono trasferiti altrove, spesso al fronte.

La Gestapo vi deporta subito circa 1 050 pregiudicati della malavita austriaca, prelevati da penitenziari e carceri. Costoro saranno soprannominati ironicamente “Club dei soci fondatori”. Sono tra coloro che cominciano a trasportare le prime pietre, a costruire i primi baraccamenti e a recingerli di filo spinato, addestrati come futuri Kapo. Coloro che sopravvissero fino al 3 maggio 1945 furono uccisi dalle SS assieme al Sonderkommando, ovvero il commando speciale addetto al forno crematorio, e ai “portatori di segreti”, perché non parlassero.

Mauthausen, costruito con il granito della sottostante cava, era un’estesa fortezza di pietra in uno stile vagamente orientale, tanto che l’ingresso principale al lager era chiamato dai prigionieri “La Porta mongola”. La fortezza, di pianta rettangolare, era chiusa su tre lati da mura di pietra spesse due metri e alte fino a otto. Il lato del lager che non si riuscì a finire fu chiuso da un reticolato di filo spinato percorso da corrente elettrica ad alta tensione, luogo di numerosi suicidi. Dal marzo 1940 Ziereis viene affiancato dal nuovo vicecomandante, lo Schutzhaftlagerführer Georg Bachmayer, un bavarese che instaurò un regime brutale e di terrore tra i detenuti. Godeva nell’infliggere personalmente torture e morte; aveva due mastini napoletani addestrati a sbranare i prigionieri al suo comando; questa morte era chiamata dagli aguzzini “il bacio del cane”.

Come gli altri campi di concentramento gestiti dalle SS, camuffati da campi di lavoro, internamento o rieducazione, Mauthausen venne utilizzato anch’esso come campo di sterminio, da attuarsi soprattutto attraverso il binomio costituito dal lavoro forzato e dalla denutrizione.

I deportati venivano alimentati con prodotti di esperimenti sulla nutrizione, ottenuti anche in laboratori chimici. Con un’albumina che esplodeva in laboratorio si preparava una salsiccia sintetica di sapore e odore simili a quella naturale; il pane era rinforzato con segatura fine, le zuppe con bucce di patate; si parla anche di una misteriosa cenere aggiunta per dare corposità alla minestra.

A Mauthausen erano internati antinazisti, intellettuali, asociali, oppositori politici, testimoni di Geova, ma anche ebrei, rom, omosessuali, “vite indegne”, ovvero disabili, che furono assassinati nel Castello di Hartheim, criminali comuni, “irriducibili”, persone di tutte le classi sociali provenienti da tutti quei paesi che la Germania nazista via via occupò durante la Seconda guerra mondiale, giudicati pericolosi per la sicurezza del Reich. Gli ebrei, fino a che non giunsero le marce della morte dal Campo di concentramento di Auschwitz e da altri campi, alloggiavano in una baracca chiamata “La baracca degli ebrei”, la peggiore assieme a quella dell’Ordine K o Aktion K e cioè i condannati al colpo alla nuca. Ebrei e italiani non potevano scrivere lettere.

Per sfruttare la manodopera coatta, Himmler volle fondare la Deutsche Erd – und Steinwerke GmbH (DEST), un’azienda di proprietà delle SS che gestiva le due cave di pietra di Mauthausen e Gusen, la Wiener-Graben e la Bettlelberg, messe a disposizione fin dal 1938 dal Comune di Vienna. Il lavoro forzato dei prigionieri doveva produrre i manufatti di pietra da impiegare per la costruzione del campo stesso e per la realizzazione dei vari progetti architettonici voluti da Hitler.

Le prime vittime di Mauthausen venivano cremate a Steyr, finché il 5 maggio 1940 divenne operativo il primo dei tre forni crematori installati nel campo e fornito dalla ditta Kori di Berlino. Un secondo forno a doppia muffola fu installato nel 1941 dalla J.A. Topf und Söhne, una ditta tedesca specializzata nella costruzione di sistemi di combustione e fornitrice di forni crematori ai maggiori lager nazisti. Il terzo forno, funzionante a olio combustibile, fu distrutto probabilmente nel 1945 quando le SS, prima di fuggire, tentarono di cancellare le tracce dei loro crimini.

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Mauthausen cominciò a funzionare come “fabbrica della morte” che portò in pochi anni, a una cifra accertata di circa 128 000 vittime. Doveva esser fatto continuamente posto per i continui numerosi arrivi di altri condannati a morte, cosicché al deportato non era concesso vivere oltre il limite massimo stabilito di 2-3 mesi. Doveva morire dopo essersi letteralmente consumato, ridotto a uno scheletro vivente di qualche decina di chili di peso. Nel sistema di sfruttamento e annientamento dell’individuo nulla era lasciato al caso. I forni crematori del campo avevano una bocca molto piccola, dimensionata per contenere gli scheletrici cadaveri delle vittime: detratto lo spessore della barella sulle carrucole, usata per introdurre i corpi, lo spazio restante della bocca era davvero assai esiguo. L’ingegneria nazista li progettò con la massima economia possibile per essere usati alla fine del ciclo di distruzione del prigioniero ridotto a una sottile sagoma. Ciò consentiva una riduzione della dimensione dei forni, mirata a un grande risparmio sul tempo di cremazione e sulle spese di costruzione, di gestione e di combustibile.

Dal tetto del Bunker, la prigione del campo di Mauthausen, fuoriuscivano tre ciminiere: una in mattoni rossi presso l’angolo esterno sinistro, per chi guarda dal piazzale dell’appello; e due di colore bianco, di diversa dimensione. Erano i camini di tre impianti di cremazione (per un totale di quattro bocche di forno), dei quali impianti oggi ne restano solo due; un terzo fu distrutto. Il crematorio era situato proprio sotto il Bunker, ma completamente separato da esso. Ex reclusi del Bunker testimoniarono nei processi ai nazisti del dopoguerra di aver udito, dalle loro celle, acute grida provenienti dal sotterraneo, in concomitanza del rumore delle saracinesche dei forni che si aprivano e chiudevano, a testimonianza che molte persone venivano introdotte nei forni ancora vive. A selezionare i “maturi” per il crematorio, i cosiddetti musulmani, Muselmann (nella lingua dei lager erano i deportati ridotti a uno stadio di consunzione estrema che cadevano sfiniti in ginocchio con le mani in avanti come la tipica posa dei musulmani che pregano), provvedevano le continue e costanti selezioni e ispezioni del medico del campo, delle SS e dei kapo. Il deportato doveva essere soppresso quando era arrivato al suo ultimo giorno di lavoro, avendo esaurito tutte le energie sfruttabili per il lavoro da schiavo. Era vanto dei selezionatori il fatto di essere capaci di individuare il momento giusto per l’eliminazione. I “musulmani”, una volta individuati, venivano immediatamente tratti fuori dalle file dei prigionieri e poi uccisi con iniezioni letali al cuore, o avviati al gas, o eliminati con uno dei tanti modi in uso nel lager.

Il comandante del lager, Franz Ziereis, accoglieva i nuovi arrivati sulla porta dell’inferno con questo agghiacciante discorso: ” Siete venuti qui per morire… qui non esiste l’uscita ma solo l’entrata; l’unica uscita è dal camino del forno crematorio…” E indicava i camini del crematorio.

Lo stesso comandante del campo, nel 1942, al diciottesimo compleanno del figlio maggiore, lo armò di un revolver con il quale uccidere quaranta prigionieri.

Il medico del campo, Kiesewetter, come già detto, usava eliminare i prigionieri inabili con iniezioni al cuore, a base di benzina, fenolo o altri derivati. Tale compito fu esteso ad altri medici, infermieri e persino ai kapo, che lo effettuavano nella latrina del blocco anche a Gusen. Il prigioniero veniva fatto sedere e gli venivano coperti gli occhi, perché non vedesse, con l’avambraccio sinistro, tenuto da un inserviente alle sue spalle, mentre il medico effettuava l’iniezione con una siringa con un ago grosso e molto lungo (la siringa è esposta nel Museo di Mauthausen). Dopodiché, nei pochi secondi prima che il veleno facesse effetto, la vittima doveva correre il più possibile, trascinata dall’inserviente ed essere gettata ad agonizzare sul mucchio di cadaveri fuori della baracca, mentre un altro prendeva il suo posto; dopo i cadaveri venivano prelevati dal carro del crematorio. Questa tecnica si svolgeva in pochissimo tempo, con una micidialità di centinaia di vittime al giorno. L’SS Dr. Richter operava i prigionieri, in qualsiasi condizione, sani o malati che fossero, e asportava parti di cervello, causandone la morte. Questo fu fatto a circa 1 000 prigionieri. L’Obergruppenführer SS Pohl inviò centinaia di malati e prigionieri sfiniti nei boschi, lasciandoli morire di fame.

A volte, d’inverno, con temperature di −10 °C e oltre, quando il posto nel lager non c’era, i prigionieri in eccesso venivano lasciati nudi, all’aperto tutta la notte, continuamente irrorati con idranti d’acqua gelata; al mattino chi sopravviveva veniva ammesso nel lager. Erano massacri chiamati “Totbadeaktionen”, bagni di morte. Si vedevano detenuti trasformati in statue di ghiaccio. Inoltre, guardie ubriache contribuivano al massacro infierendo con spranghe di ferro o asce sulle vittime. A Mauthausen ogni irregolarità o lieve infrazione al regolamento era il pretesto per uccidere; molto usati per le esecuzioni erano anche i cani, addestrati a sbranare i prigionieri a comando. 2 500 prigionieri provenienti da Auschwitz furono immersi nell’acqua calda e poi in quella fredda e furono obbligati a restare nudi all’aperto fino alla morte.

Un detenuto che aveva disubbidito a un kapo fu costretto a mettere la testa nella fogna e i presenti a sedersi sopra di lui fino alla sua morte.

Nel 1940 venne aperto il Sottocampo di Gusen I a cinque chilometri di distanza, a cui seguirono Gusen II e Gusen III. Una lunga serie di sottocampi, tra i quali MelkEbenseeLinz (I-II-III)MödlingLoiblpass, saranno aperti di lì a poco. Bachmayer curò l’edificazione di Ebensee, il peggior sottocampo del lager, di cui fu il comandante.

Nel 1942 da Mauthausen furono inviati a Berlino cinquantadue chili di oro odontoiatrico ricavato dalle bocche delle sue vittime. Certamente l’oro espropriato a tutti i deportati all’arrivo doveva essere in quantità assai maggiore; vi sono testimonianze di militi delle SS che giravano nel campo con delle pinze pronti a strappare senza alcuna anestesia denti che potevano sembrare oro rivestito; diversi deportati rimasero senza denti.[senza fonte] Inoltre un’altra pratica comune a molti campi era quella che «gli uomini delle SS travestiti da medici pretendessero di “analizzare” le vittime prima di essere gasati. Il vero scopo della procedura serviva a segnare le vittime che avevano denti d’oro così che i loro cadaveri potessero poi essere messi da parte» per l’estrazione dei denti d’oro.

Fino alla prima metà del 1943, Mauthausen rimase quasi esclusivamente un centro dove gli internati venivano sfruttati nelle sole imprese possedute e amministrate dalle SS; dopo tale periodo e sotto la pressione esterna di Albert Speer, il Ministro per gli Armamenti che aveva visitato Mauthausen e si era rivolto a Himmler invitandolo “a un uso più ragionevole dei prigionieri“, parte dei deportati fu impiegata anche per lo sforzo bellico nei maggiori centri industriali austriaci.

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Mauthausen fu l’unico campo di concentramento classificato Lagerstufe III (Lager di III livello) destinato, secondo una circolare inviata il 2 gennaio 1941 da Reinhard Heydrich ai lager dipendenti, a «detenuti contro i quali sono state mosse gravi accuse, in particolare coloro che abbiano subito condanne penali e nel contempo debbano considerarsi asociali cioè virtualmente impossibili da rieducare […] ». Di conseguenza tutti i deportati che giungevano a Mauthausen erano trattati come soggetti irrecuperabili, da distruggere psicofisicamente. Dopo una prima selezione, gli inabili al lavoro normalmente erano sottoposti al «trattamento speciale», erano cioè, destinati al gas con l’immissione diretta al crematorio. I rimanenti subivano, oltre l’espropriazione dei beni, la rasatura totale a zero, una doccia, e finivano immediatamente rinchiusi nei «blocchi di quarantena». Questi erano ideati al fine di disumanizzare e portare alla distruzione fisica e psichica dell’individuo con percosse e torture mentali. Con il processo di spersonalizzazione il prigioniero cessava di essere un uomo e di avere un nome, per diventare semplicemente uno «stücke», un «pezzo», identificato unicamente dal suo numero tatuato. Il deportato, così ridotto in schiavitù, era pronto a prendere il posto lasciato da un prigioniero appena morto, nel sistema del ricambio continuo di manodopera. A sua volta era avviato alla morte per sfinimento fisico tramite denutrizione associata al massacrante lavoro forzato; quando poi non cadeva prima, ucciso dalla violenza del lager, scatenata dalla concezione nazista di padronanza assoluta sulla vita dell’uomo, meritevole di morte perché considerato di razza inferiore, oppositore politico, diverso, un asociale o di «vita indegna» di essere vissuta. La pena per la disubbidienza o il sabotaggio era la morte lenta e dolorosa. Durante i primi giorni di quarantena, i prigionieri, Häftlinge, dovevano imparare a togliersi e rimettersi il berretto a scatto, per prepararsi quando in seguito sarebbero passate le SS. Fino all’inizio del 1940 la maggior parte degli internati era rappresentata da socialistiomosessuali e rom tedeschi; però a partire da quella data cominciò a essere trasferito a Mauthausen-Gusen anche un gran numero di polacchi, essenzialmente artisti, scienziati, esponenti dello scautismo, insegnanti e professori universitari. Tra l’estate 1940 e la fine 1941 più di 7 000 repubblicani spagnoli esuli vennero trasferiti dai campi destinati ai prigionieri di guerra. Gli spagnoli che sopravvissero al 5 maggio erano quasi solamente kapo o prigionieri privilegiati.

Alla fine del 1941 fu invece la volta dei prigionieri di guerra sovietici: il primo gruppo venne immediatamente soppresso nelle camere a gas appena installate. Precedentemente, e fino al 1944, i prigionieri venivano trasferiti al Castello di Hartheim, un centro della Aktion T4 per lo sterminio degli inabili e disabili aperto il 1º settembre 1939 con annessa camera a gas e crematorio; ma soprattutto ai deportati veniva applicata la “Aktion 14 F 13” che prevedeva l’eliminazione nei centri di eutanasia specificamente dei detenuti dei campi di concentramento così debilitati da essere oramai inutili al lavoro o dei cosiddetti “asociali”. — Qui circa 5 000 prigionieri di Mauthausen-Gusen trovarono la morte; molti furono usati come cavie umane per esperimenti chirurgici nella sala operatoria del Castello. Nessuno sopravvisse. Ai prigionieri, che vi venivano inviati, si diceva che andavano in “Sanatorio”. A Hartheim vennero inviati anche oltre 3 000 prigionieri da Dachau e vari dal sottocampo di Ebensee.

Dal settembre-ottobre 1943 cominciano a giungere al campo anche migliaia di deportati politici italiani. Sono partigiani, scioperanti, vittime di rastrellamenti e rappresaglie. Sono accolti con disprezzo (come “traditori”) dai nazisti e con sospetto dagli altri detenuti. La percentuale di morti tra di loro supererà il 50%.

Nel 1944 giunse un gran numero di ebrei ungheresi e olandesi, molti dei quali morirono ben presto a causa del duro lavoro e delle pessime condizioni di vita, molti perché costretti a gettarsi dai dirupi delle cave di Mauthausen.

Gli ultimi mesi di vita del campo

Durante gli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale più di 20.000 prigionieri provenienti dagli altri campi di concentramento evacuati vennero trasferiti nel complesso di Mauthausen. Nel mese di aprile del 1945 le SS cominciano la distruzione dei documenti e lo sterminio totale dei prigionieri. Secondo ordini precisi del Reichsminister Himmler e dell’Obergruppenführer SS Kaltenbrunner al comandante del campo Ziereis, Mauthausen e Gusen devono scomparire, prigionieri inclusi.

Non ci sono più altri lager o centri dove evacuare i detenuti raggiungendoli con trasferimenti detti “Marce della morte” poiché la Germania è completamente occupata. Nello spaventoso mese di aprile ’45, le SS continuano le gasazioni a ritmo continuo; i forni crematori non riescono a incenerire tutti i cadaveri e si deve ricorrere anche allo scavo di grandi fosse comuni esterne. Dopo la fine della guerra in queste fosse furono rinvenuti 10 000 cadaveri. Si devono uccidere tutti i deportati, senza eccezione alcuna. Dal Revier, l’ospedale del campo prelevano 3 000 deportati esausti, li portano nel campo 3 e da lì, insieme con altri selezionati, a gruppi di centoventi-centocinquanta nella camera a gas. I prigionieri dal campo 3 vengono condotti alla camera a gas allettati con promesse di cibo e, se pur affamati, rovesciano le marmitte. Costretti in gruppi di 60-80 uomini per volta, stipati all’inverosimile nella piccola camera a gas vengono soffocati con lo Zyklon B, mentre gli altri condannati aspettano fuori il loro turno anche per ore.

La capienza della camera a gas però è troppo piccola per far fronte a un tale sterminio di massa e i centri di sterminio esterni come il Castello di Hartheim sono stati distrutti. Mauthausen, come altri lager, non era stato progettato con grandi camere a gas, non ne aveva bisogno, basando l’eliminazione sul lavoro, oltre alle malattie e la fame e modi di eliminazione vari (vedi metodologie di sterminio). Le camere a gas del campo erano usate per le esecuzioni di “indesiderabili”, per i deportati inabili appena arrivati o eccedenze fisicamente ridotte alla fine, selezionate per far posto a manodopera nuova.

E allora fu messo in progetto di ammassare tutti i deportati nelle gallerie di Gusen ed Ebensee e farle poi saltare con dinamite a forte potenziale esplosivo. Due gallerie di Gusen erano state già minate allo scopo di uccidere le numerose migliaia di deportati che con altri metodi non si riusciva a eliminare. Himmler assurdamente vagheggia accordi con gli Alleati, ha proposte per loro come quella di continuare insieme la guerra contro l’Unione Sovietica; ha paura che il suo nome resti legato al più grande assassinio della Storia, quindi con un cinismo mostruoso ordina di eliminare le decine e decine di migliaia di testimoni scomodi sopravvissuti, anche attraverso le micidiali “Marce della morte” e di smantellare i relativi impianti di sterminio. Inoltre appositamente le SS riducono tutte le razioni di cibo, il pane scompare e migliaia di prigionieri muoiono di fame. A liberazione avvenuta si scopriranno magazzini ricolmi di viveri e scorte immense di patate.

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Ma alla fine dell’aprile 1945 oramai il III Reich è crollato, Hitler stesso è morto. Ordini contrastanti, diserzioni delle SS e crolli improvvisi del fronte rendono l’ordine di Himmler di sterminio totale difficile da attuarsi; inoltre, l’intervento della Croce Rossa e la rivolta organizzata dal Comitato clandestino internazionale dei deportati scongiureranno il massacro totale.

Il 1º maggio la radio diffonde la notizia ufficiale della morte di Hitler, ma le SS continuano imperterrite a gasare. Il 3 maggio i prigionieri notano che i crematori sono spenti e al posto delle SS, che intanto si sono date alla fuga, sulle garitte vi sono poliziotti della gendarmeria locale. Prima di fuggire hanno bruciato i registri del campo e ucciso gli uomini del Sonderkommando, il commando speciale addetto ai forni crematori, nel tentativo di cancellare le tracce dei loro crimini.

La liberazione del campo

Il lager di Mauthausen, il sabato del 5 maggio 1945, fu raggiunto dalle avanguardie della 3ª Armata americana, che entrano dalla Porta mongola. Fu l’ultimo dei principali campi nazisti a essere liberato.

La popolazione di Mauthausen era in stragrande maggioranza formata da ragazzi, moltissimi oramai ridotti in condizioni terminali. Le precarie condizioni fisiche dei sopravvissuti portarono a un’alta mortalità anche dopo la liberazione, a causa dello stato di denutrizione e debolezza estreme, non sempre affrontate con adeguate terapie e profilassi di riabilitazione fisica e alimentare dalle truppe alleate, impreparate a questa emergenza. Larghi squarci sono aperti sul reticolato di filo spinato ormai senza più corrente elettrica e i deportati escono, finalmente liberi, a cercare cibo, parenti o amici sopravvissuti nel vicino lager di Gusen. Si formano squadre di prigionieri armate a cercare le SS fuggitive.

Brutta sorte ebbero diverse guardie SS che, dopo essere fuggite, furono ricatturate dai prigionieri; riportate al lager, furono linciate dalla popolazione del campo. Pappalettera, testimone oculare, racconta che di alcuni di loro non rimase che una traccia fisionomica sul terreno. Furono riaccesi i forni crematori per rappresaglia a massacratori come “il Negro”, che uccideva i prigionieri fischiettando. Si dice che alcune guardie furono gettate vive nei forni.

Le truppe del generale Patton entrando a Mauthausen trovano cataste di morti, 16 000 deportati vivi, dei quali circa 3 000 muoiono di stenti subito dopo la liberazione; altre migliaia, invece, dopo alcuni mesi, nonostante le cure. Gli americani, oltre a prestare vettovagliamento e cure per gli ex prigionieri, incendiano il Revier, focolaio di epidemie, e usano il nuovo DDT per disinfettarli dai numerosi parassiti.

Il comandante del campo Ziereis muore a Gusen il 25 maggio 1945, in conseguenza delle ferite riportate durante la cattura, dagli alleati. Rilascerà una deposizione in cui tenta di scagionarsi dalle sue responsabilità dicendo di aver ubbidito a ordini superiori, incolpando Himmler, Kaltenbrunner, Heydrich, Polh, Glucks e altri graduati SS “… quelli di Berlino“, nonostante avesse organizzato metodi per i massacri e le uccisioni e spesso ironizzato sugli atti di crudeltà, come confermano i nomi dati ai sistemi di eliminazione. Il “Muro del pianto”, l’operazione Kugel Erlass (“decreto pallottola”), il “Muro dei paracadutisti”, il messaggio di “benvenuto” che personalmente dava ai nuovi arrivati indicando il camino del crematorio come unica uscita dal lager, la “raccolta dei lamponi” (vedi metodi di sterminio) furono alcune delle sue meschine invenzioni. Non fu mai rimosso dal suo incarico poiché apprezzato per i suoi “meriti speciali” da Himmler, che il 20 aprile 1944 lo promosse SS Standartenführer. Si arricchì con il bottino rubato ai prigionieri tanto da potersi permettere anche di comprare un piccolo aeroplano personale. Le sue ultime parole furono “Non sono un uomo malvagio!”.

Il suo corpo fu appeso dagli ex prigionieri sul filo spinato di una recinzione del campo di Gusen, «oramai priva di corrente elettrica». Dopo la liberazione alleata, il controllo del campo passò quasi subito dalle mani statunitensi a quelle sovietiche (l’Austria sarà infatti divisa in sfere d’influenza, analogamente alla Germania, fino al 1955) che ne fecero per un breve periodo anche una caserma prima di riconsegnarlo alle autorità austriache, il 20 giugno 1947, dietro la garanzia di farne un luogo di commemorazione. Dal 1949 il campo divenne quindi “Monumento pubblico di Mauthausen”, sorsero i primi monumenti commemorativi e fu reso accessibile al pubblico.

Il 16 maggio 1945, in occasione del rimpatrio del primo contingente di deportati, quello sovietico, si tenne sul piazzale dell’appello una grande manifestazione antinazista, al termine della quale fu approvato il testo di questo appello, noto come il “Giuramento di Mauthausen”

«Si aprono le porte di uno dei campi peggiori e più insanguinati: quello di Mauthausen. Stiamo per ritornare nei nostri paesi liberati dal fascismo, sparsi in tutte le direzioni. I detenuti liberi, ancora ieri minacciati di morte dalle mani dei boia della bestia nazista, ringraziano dal più profondo del loro cuore per l’avvenuta liberazione le vittoriose nazioni alleate, e salutano tutti i popoli con il grido della libertà riconquistata. La pluriennale permanenza nel campo ha rafforzato in noi la consapevolezza del valore della fratellanza tra i popoli.

Fedeli a questi ideali giuriamo di continuare a combattere, solidali e uniti, contro l’imperialismo e contro l’istigazione tra i popoli. Così come con gli sforzi comuni di tutti i popoli il mondo ha saputo liberarsi dalla minaccia della prepotenza hitleriana, dobbiamo considerare la libertà conseguita con la lotta come un bene comune di tutti i popoli. La pace e la libertà sono garanti della felicità dei popoli, e la ricostruzione del mondo su nuove basi di giustizia sociale e nazionale è la sola via per la collaborazione pacifica tra stati e popoli. Dopo aver conseguito l’agognata nostra libertà e dopo che i nostri paesi sono riusciti a liberarsi con la lotta, vogliamo:

conservare nella nostra memoria la solidarietà internazionale del campo e trarne i dovuti insegnamenti;

percorrere una strada comune: quella della libertà indispensabile di tutti i popoli, del rispetto reciproco, della collaborazione nella grande opera di costruzione di un mondo nuovo, libero, giusto per tutti;

ricorderemo sempre quanti cruenti sacrifici la conquista di questo nuovo mondo è costata a tutte le nazioni.

Nel ricordo del sangue versato da tutti i popoli, nel ricordo dei milioni di fratelli assassinati dal nazifascismo, giuriamo di non abbandonare mai questa strada. Vogliamo erigere il più bel monumento che si possa dedicare ai soldati caduti per la libertà sulle basi sicure della comunità internazionale: il mondo degli uomini liberi!

Ci rivolgiamo al mondo intero, gridando: aiutateci in questa opera!

Evviva la solidarietà internazionale!

Evviva la libertà!»

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