1862 – La lira italiana diventa la moneta unica del Regno d’Italia

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La lira italiana (simboloL.codice ITL; abbreviata anche come  o Lit.) è stata la valuta ufficiale dell’Italia dal 17 luglio 1861 al 28 febbraio 2002 quando, con l’introduzione dell’euro, ha definitivamente cessato di avere corso legale. Una lira era divisa in 100 centesimi (simbolo: Cent.).

Etimologia del nome

Tra il IV e il III secolo a.C. la litra entrò in uso nella civiltà romana, che adeguò al latino il termine greco trasformandolo in “libra” e attribuendole nel 293 a.C. un peso pari a poco più di 320 g (tradizionalmente 327,45 g). Oltre alla libbra romana in Italia convissero almeno altre otto diverse libbre, che ad eccezione delle libbre leggere e pesanti di origine etrusca, avevano un peso compreso tra i 220 g e i 280 g che coincideva, almeno alle origini, al peso dell’asse una delle più importanti monete romane. Il termine “lira” deriva originariamente dalla parola “litra” (greco antico: λίτρα), un’unità di misura ponderale e monetale in uso agli Italioti e ai Sicelioti già dal V secolo a.C. La litra nacque con lo scopo di facilitare gli scambi commerciali con le popolazioni indigene, fu quindi adottato il rapporto di scambio locale di 1:125 tra argento e bronzo e fu coniata la litra d’argento (greco antico: λίτρα ἀγυρία), un moneta di piccole dimensioni dal peso di circa 0,84 g e che costituiva la decima parte dello statere, la moneta in uso in Grecia.

Successivamente l’influenza delle lingue galloromanze sul latino provocò la lenizione della b nella parola “libra” e la conseguente nascita del termine “lira”. Sul finire del VIII secolo nell’ambito della riforma monetaria voluta da Carlo Magno la libbra divenne l’unità ponderale fondamentale del nuovo sistema monetario basato sul denaro d’argento. In seguito alla riforma le zecche furono obbligate a ricavare da una libbra d’argento, il cui peso variava tra i 407,92 g e i 409,25 g, ben 240 denari che a loro volta avevano un peso compreso tra 1,699 g e 1,760 g o successivamente 20 soldi, il cui valore era pari a 12 denari. A differenza di quanto enunciato nella riforma carolingia con il passare del tempo la libbra si trasformò in un’unità monetale, la lira che indipendentemente dal peso di argento contenuto indicava una quantità pari a 240 denari.

Origine

La lira come unità di conto

Il sistema monetario carolingio rimase in vigore in Italia per molti secoli, ma già dal X secolo la quantità di argento contenuta nei denari e quindi il loro valore diminuì progressivamente. Sul finire del Medioevo la svalutazione provocò la fine del denaro, che fu rimpiazzato dal quattrino, una moneta spicciola dal valore di 4 denari. Questo processo di svalutazione permise alla Repubblica di Venezia di coniare per la prima volta una moneta dal valore di 240 denari, la lira Tron, così chiamata in onore del doge Nicolò Tron. Le lire, ognuna con il relativo peso, iniziarono a diffondersi in tutti i maggiori stati italiani e furono emesse nel 1474 dal Ducato di Milano, nel 1498 dalla Repubblica di Genova, nel 1539 dal Ducato di Firenze e nel 1561 dal Ducato di Savoia, ma la continua svalutazione modificò in poco tempo il loro valore. Le prime banconote italiane furono emesse in lire nel Regno di Sardegna il 26 settembre 1745 per decreto di Carlo Emanuele III di Savoia. Nonostante la sua emissione la lira continuò ad essere utilizzata essenzialmente come unità di conto in quanto ancora nel XVIII secolo in Italia continuavano a coesistere due diversi sistemi tra loro incompatibili: la moneta grossa, con un valore stabile nel tempo e utilizzata principalmente negli scambi commerciali come ad esempio lo zecchino, il fiorino e il grosso e la moneta piccola, in perenne svalutazione e usata nel commercio minuto come il denaro. Un volta emessa infatti la lira divenne a tutti gli effetti una moneta grossa, condizione incompatibile con il valore tradizionalmente assegnatole di 240 denari.

La nascita della lira italiana

Analogamente all’Italia anche in Francia fino al XVIII secolo rimase in uso la monetazione basata sul denaro, il soldo e la lira (franceselivre tournois). Con il successo della rivoluzione francese e la nascita della prima repubblica il 7 ottobre 1793 si tentò di introdurre una nuova monetazione su base decimale che avrebbe avuto come riferimento la repubblicana, una moneta contenente 9 g d’argento fino. La Francia cambiò la valuta nazionale dalla livre tournois al franco francese il 7 aprile 1795, la nuova valuta fu poi definitivamente normata con la legge del 7 aprile 1803. Il franco doveva pesare 5 g ed essere costituito da argento 900‰, parallelamente furono coniate monete d’oro 900‰ da 20 franchi dal peso teorico di 6,451612 g dando così vita a un sistema bimetallico il cui il rapporto tra oro e argento di 1:15,5.

Nel 1796 con l’inizio della campagna d’Italia guidata da Napoleone Bonaparte, la nascita delle repubbliche sorelle e la conquista dell’Italia, la monetazione utilizzata nella penisola subì uno stravolgimento. Nel Regno di Sardegna, in età napoleonica sostituito dalla Repubblica Subalpina, lo scudo piemontese fu sostituito dal franco e con un decreto datato 13 marzo 1801 furono coniate probabilmente alla zecca di Parigi le monete da 5 e 20 franchi. Quella da 5 franchi seguì le prescrizioni già adottate in Francia nel 1795 mentre quella da 20 franchi, coniata in memoria della battaglia di Marengo e quindi denominata “marengo“, fu coniata seguendo i parametri le dimensioni che saranno due anni dopo ufficializzati dalla legge del 1803. Nella Repubblica Ligure la monetazione fu ordinata con l’introduzione di un sistema basto sulla lira genovese, nel Regno d’Etruria la situazione rimase confusionaria e radicata alla monetazione in fiorini del Granducato di Toscana, infine nel Regno delle Due Sicilie fu mantenuta la piastra fino al 1812 quando Gioacchino Murat introdusse la lira delle Due Siclie, una moneta pari al franco e rimasta in circolazione per tre anni.

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Nell’Italia nord-occidentale le Napoleone nel 1805 diede vita al Regno d’Italia, che con decreto del 21 marzo 1806 si dotò di una nuova moneta intercambiabile con il franco, la lira italiana. In rame 950‰ furono coniate le monete da 1, 3 e 5 centesimi (un soldo), in biglione in argento al 200‰ il 10 centesimi, le monete da 25, 50, 75 centesimi e 1, 2 e 5 lire in argento 900‰ e infine le monete da 20 e 40 lire in oro 900‰, tutte con i pesi e le dimensioni stabilite dalla legge del 1803.

La Restaurazione e il Risorgimento

Dopo la fine del Regno d’Italia nel 1814, la lira rimase presente solo nel Ducato di Parma e nel Regno di Sardegna. La lira di Parma venne introdotta dalla duchessa Maria Luisa d’Asburgo-Lorena, seconda moglie di Napoleone, che emise tagli delle monete da 1, 3, 5, 25, 50 centesimi e 1, 2, 5, 20 e 40 lire, mentre della lira sabauda introdotta da Vittorio Emanuele I di Savoia vennero coniate anche monete d’oro da 10, 50, 80 e 100 lire.

Sulla scia della primavera dei popoli il 18 marzo 1848 ebbero luogo nel Regno Lombardo-Veneto le cinque giornate di Milano che si conclusero il 22 marzo 1848 con la costituzione del Governo provvisorio di Milano, poi trasformato nel Governo provvisorio di Lombardia. Il nuovo governo lombardo il 27 maggio 1848 emise un decreto con il quale autorizzava la coniazione di una serie di monete dal valore di 5, 20 e 40 lire italiane che per composizione, peso e diametro erano uguali alle lire sabaude. Le 5 lire italiane vennero coniate nella zecca di Milano con una tiratura di 120 306 pezzi ed erano composte da argento 900‰, mentre le 20 e le 40 lire, coniate rispettivamente in 4 593 e 5 875 esemplari, erano in oro 900‰. Oltre a queste monete furono anche sviluppati dei progetti riguardanti le monete da 1 e 2 lire delle quali furono coniati pochi esemplari in stagno, zinco, rame e mistura d’argento. Il 6 agosto dello stesso anno, una volta caduto il governo provvisorio, le autorità austriache dichiararono queste monete fuori legge e molte di esse, in particolar modo le 5 lire vennero intagliate in modo da crearne delle piccole scatole.

Come la Lombardia anche il Veneto insorse contro l’Impero austriaco e il 22 marzo 1848 venne costituita la Repubblica di San Marco e come in Lombardia anche qui si decise di coniare delle lire basate sulla lira sabauda, ma a differenza di quelle lombarde queste riportavano semplicemente la dicitura lira (lira corrente sui centesimi) invece di lira italiana. La prima moneta di cui fu decisa la coniazione fu il marengo da 20 lire, il cui decreto venne emesso il 14 gennaio 1848, anche se probabilmente la moneta venne coniata dalla zecca di Venezia solo nel 1849 in 5 210 pezzi. Il 28 giugno e il 27 novembre 1848 venne emesso il decreto per la coniazione di due diverse tipologia di monete da 5 lire in argento 900‰, che come il marengo rispecchiavano il formato delle lire sabaude. Dopo queste monete vennero coniati dei centesimi con standard differenti da quelli del Regno di Sardegna e quindi il 10 dicembre 1848 fu la volta dei 15 centesimi in mistura d’argento, coniati in ben 155 196 pezzi e infine il 15 gennaio 1849 venne ordinata la produzione di circa cinque milioni di monete da 1, 3 e 5 centesimi di rame. Il governo cadde il 24 agosto 1849 e da quella data le autorità austriache dichiararono illegali le monete del governo provvisorio.

Durante il risorgimento le ultime monete coniate sulla base di quelle che saranno poi le lire del Regno d’Italia sono state quelle prodotte dal Governo provvisorio della Toscana e dalle Regie province dell’Emilia che costituivano quella che era la Legazione delle Romagne. Il 17 gennaio 1860 il governo emiliano decise di coniare nella zecca di Bologna le monete da 50 centesimi, 1, 2, 5, 10 e 20 lire, la cui coniazione cominciò di fatto solo nel 1860, vennero poi usati i coni sabaudi del 1826 per produrre monete di rame da 1, 3 e 5 centesimi, richieste dalla popolazione che non voleva più usare lo scudo pontificio. Queste monete però riportavano solo la scritta lira a differenza di quelle coniate nella zecca di Firenze, che come le lombarde del 1848, riportavano per esteso la dicitura lira italiana. È quindi fiorentina la prima moneta dal valore di 1 lira italiana e oltre a questa moneta il Governo Provvisorio della Toscana con due decreti datati 29 settembre 1859 e 1º novembre 1860, decise la coniazione delle monete da 2 lire italiane e da 50 centesimi e con l’ordinanza del 2 dicembre 1859 coniò le monete di rame da 5, 2 e 1 centesimo; tutte queste monete riportano la dicitura Vittorio Emanuele II re eletto.

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Storia

Il Regno d’Italia

Nei mesi che precedettero la proclamazione del Regno d’Italia Camillo Benso, conte di Cavour, all’epoca presidente del consiglio del Regno di Sardegna, si adoperò per la creazione di una singola banca centrale nazionale in modo da rendere il passaggio alla moneta fiduciaria legittimato e garantito da un forte istituto bancario. All’epoca il sistema bancario italiano era sostanzialmente dominato dalla Banca Nazionale negli Stati Sardi e dalla Banca Nazionale Toscana, a queste due però si affiancavano anche altri istituti minori: la Banca degli Stati parmensi, lo Stabilimento mercantile di Venezia, la Banca dello Stato Pontificio e la Banca delle Quattro Legazioni, riunite nel 1870 nella Banca Romana e poi vi erano anche il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia e la Banca Toscana di Credito che non avevano la possibilità di emettere titoli al portatore. La riforma voluta da Cavour si sposava perfettamente con quanto stava già accadendo in Francia, in Regno Unito, in Germania e in altri stati europei dove le banche centrali generalmente controllavano il tasso ufficiale di sconto, le operazioni finanziarie sui titoli di stato, gestivano le riserve auree e vigilavano sul sistema bancario nazionale. Negli anni immediatamente successivi all’unità d’Italia i governi che si susseguirono decisero di non portare aventi il progetto di unificazione bancaria voluto da Cavour, morto il 6 giugno 1861, poco meno di tre mesi dopo la nascita del Regno d’Italia, e anzi ostacolarono il tentativo della Banca Nazionale negli Stati Sardi di diventare egemone nel panorama nazionale. In Italia non fu quindi possibile emettere una serie di banconote uniforme su tutto il territorio nazionale, ad opporsi alla creazione di un’unica banca centrale fu in particolare Francesco Ferraraministro delle finanze del governo Rattazzi II, che per la sua convinzione liberista credeva fosse più vantaggioso lasciare il mercato libero e autorizzare qualsiasi operatore finanziario alla creazione di cartamoneta.

Il processo di unificazione stava mettendo in luce anche la confusione del sistema monetario italiano preunitario, per lo più basato sul monometallismo argenteo si trovava in contrapposizione con il monometallismo aureo in vigore nel Regno di Sardegna e nelle maggiori nazioni europee. Per conciliare i due sistemi monetari monometallici si decise di optare per il bimetallismo ispirandosi modello del franco francese, da cui furono copiate le dimensioni delle monete e il cambio di 1 a 15,50 tra oro e argento. Il sistema monetario italiano però differiva da quello francese per due aspetti: le monete d’argento potevano essere scambiate in quantità illimitate con lo stato, ma limitate tra privati e si decise di coniare monete che avevano nominalmente il 900‰ di argento fino, ma che di fatto ne contenevano l’835‰ in modo da avvicinarsi al reale cambio tra oro e argento portandolo di fatto a 1 a 14,38. A esattamente quattro mesi di distanza dalla proclamazione del Regno d’Italia, il governo introdusse la nuova valuta nazionale, la lira italiana. Il corso legale della nuova moneta fu stabilito dal Regio Decreto del 17 luglio 1861 nel quale si specificava il cambio in lire delle monete preunitarie e il fatto che le monete locali continuassero ad avere corso legale nelle rispettive province di origine.

Il 24 agosto 1862 venne emanato il decreto che stabilì la messa fuori corso di tutte le altre monete circolanti nei vari stati preunitari entro la fine dell’anno: 1 lira da 5 g di argento al titolo 900/1 000 corrispondeva a 0,29025 g d’oro fino, oppure a 4,5 g d’argento fino (scesi a 4,459 nel 1863), cioè allo stesso valore della vecchia lira napoleonica e del contemporaneo franco francese. Con quest’ultimo c’era una totale intercambiabilità, che permise la creazione dell’Unione monetaria latina e la libera circolazione del franco francese, del franco svizzero e del franco belga sul territorio nazionale italiano.

Nel 1866, a causa della crescita della spesa pubblica, in parte dovuta ai costi della Terza guerra d’indipendenza, fu stabilito il corso forzoso, che durò fino al 1881 (con effetto dal 1883). Già dalla fine del 1887 si dovette però sospendere di fatto la convertibilità dei biglietti, pur senza dichiararlo apertamente. Nel 1893 venne messa in liquidazione la Banca Romana e creata la Banca d’Italia, con una copertura aurea di almeno il 40% delle lire in circolazione.

Re Vittorio Emanuele III di Savoia, che successe sul trono d’Italia al padre Umberto I nel 1900, fu studioso di numismatica e grande collezionista di monete; pubblicò il Corpus Nummorum Italicorum (1909-1943), opera in 20 volumi in cui sono descritte e classificate le monete italiane. Durante il suo regno venne coniata una monetazione circolante ricca e variegata. All’atto dell’abdicazione, donò la sua collezione di monete allo Stato italiano: questa raccolta è parzialmente esposta all’interno del Palazzo Massimo alle terme a Roma.

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L’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale (1915), che portò alla penuria di metallo, fece ripristinare il corso forzoso, già abolito nel 1909. Il corso forzoso durò fino al 1927, quando 1 lira corrispondeva a 0,07919 g di oro fino. L’obbligo della copertura in oro venne abolito nel 1935 e nel 1936 la valutazione venne portata a 0,04677 g.

L’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale nel 1940 provocò nel settembre 1943 il crollo dell’apparato politico-militare e il conseguente disfacimento del tessuto economico italiano. In questa situazione la Banca d’Italia non fu in grado di mantenere la stabilità della lira, portando la quantità di circolante dai 16,5 miliardi di lire del 1936 ai 156,6 miliardi del dicembre del 1943 per via delle necessità belliche.

La Repubblica Italiana

La convertibilità della lira in oro fu ripristinata nel 1960 grazie all’ammissione al Fondo Monetario Internazionale, con una lira corrispondente a 0,00142 grammi d’oro o a 625 lire per dollaro.

Il D.P.R. del 31 marzo 1966, n. 171 del Governo Moro III, autorizzò il Tesoro a emettere biglietti di Stato a corso legale da 500 lire. Si trattava di una moneta non convertibile in una qualche riserva metallica, dei biglietti appunto, a fronte della quale fu istituita la Cassa Speciale per il Servizio dei Biglietti a Debito dello Stato. La norma fu seguita dai D.P.R. 14 febbraio 1974 e D.M. 2 aprile 1979, fra gli altri provvedimenti normativi.

Nel dicembre del 1973 alcuni dei maggiori paesi dell’OPEC decisero di aumentare bruscamente il prezzo del greggio innescando così una crisi petrolifera che colpì duramente l’economia italiana. L’aumento del prezzo del petrolio provocò un repentino rialzo del costo del denaro che nella primavera del 1974 fece arrivare il tasso di sconto della Banca d’Italia al 9%, inoltre per combattere la crisi fu emesso parecchio debito che nel 1975 espose la lira a intensi fenomeni speculativi. L’aumento del debito innescato dalla crisi petrolifera, provocò una forte svalutazione rispetto alle altre valute europee e per il suo risanamento la Banca d’Italia rialzò il tasso di sconto fino al 15% nell’autunno del 1976.

Nel marzo 1979 entrò in vigore il Sistema monetario europeo (SME) e nacque l’ECU, a cui parteciparono le monete di GermaniaFranciaItaliaDanimarcaPaesi Bassi e Lussemburgo. La fluttuazione delle monete venne limitata al 2,25% con l’eccezione della lira che beneficiò della banda allargata al 6%. La lira rimase nello SME fino al 1992, quando una gravissima crisi finanziaria in Europa costrinsero la sterlina britannica e la lira a uscire dallo SME. La lira rientrerà nello SME il 25 novembre 1996, col cambio di 990 Lire per un marco tedesco.

L’entrata in vigore dell’euro

Il 1º gennaio 1999 in Italia entrò ufficialmente in vigore l’euro al tasso di cambio fissato il giorno precedente di 1 euro per 1 936,27 lire italiane. Da quel momento la lira rimase in vigore solo come espressione non decimale dell’euro, anche se monete e banconote continuavano a essere denominate in lire. Da quella data, invece, per tutte le forme di pagamento “non-fisiche” (trasferimenti elettronici, titoli, ecc.), si adottò solo l’euro. Il 1999 fu anche l’ultimo anno in cui la zecca coniò ed emise le monete per la comune circolazione in lire.

In realtà, l’art. 109 del Trattato di Maastricht prescriveva come già due anni prima dell’ingresso nella Unione Monetaria, fissato per il 1º gennaio 1999, i paesi candidati non avrebbero più potuto svalutare la propria moneta rispetto all’ECU. Nel 1992 la svalutazione della lira (allora con un ECU si compravano 1 587 lire, oppure 2,02 marchi tedeschi), nel 1997 per acquistare un ECU ne occorrevano 1 929,66, molto vicino al futuro cambio fisso di 1 936,27.

Il 1º gennaio 2002, con l’entrata in circolazione delle monete e banconote in euro, si aprì una fase di doppia circolazione: le monete e banconote in lire vennero ritirate definitivamente il 1º marzo 2002. Nel 2002 terminò l’emissione delle serie divisionali in lire di monete proof e fior di conio. Inoltre vennero emesse altre serie speciali per ricordare gli anni d’oro della valuta appena abbandonata.

Inizialmente era stato fissato in dieci anni il termine per la prescrizione; di conseguenza le monete e banconote ancora in corso legale all’introduzione dell’euro potevano essere ancora cambiate presso le filiali della Banca d’Italia fino al 29 febbraio 2012. Tuttavia, la manovra del governo Monti decretò la prescrizione immediata delle monete e banconote al 7 dicembre 2011 (art. 26 del D.L. n. 201/2011, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 284 del 6 dicembre 2011). Tale norma è stata poi dichiarata incostituzionale dalla sentenza n. 216 del 7 ottobre 2015 della Corte Costituzionale, riaprendo di fatto i termini per il cambio.

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