Qualcuno, con sprezzo del ridicolo, chiedeva che il governo del nuovo “Emirato Islamico” dei Talebani in Afghanistan fosse “inclusivo”, qualcuno resterà persino deluso per la mancanza di una quota rosa… Molti hanno parlato di Talebani “moderati”, cambiati e oggi perlomeno pragmatici.

La stessa Casa Bianca ha usato l’attacco rivendicato dall’Isis-K all’aeroporto di Kabul per accreditare l’idea che ormai anche in Afghanistan l’Isis abbia scalzato al-Qaeda come minaccia numero uno, che rappresenti una minaccia per gli stessi Talebani, dunque che ci si possa fidare di loro, perché avremmo un nemico comune, e che ciò autorizzi a considerare i Talebani persino come potenziali “partner” nella lotta al terrorismo. Per stessa ammissione dei vertici militari Usa, d’altronde, è da almeno metà agosto che informazioni di intelligence (e persino le liste del personale da evacuare…) vengono condivise con i Talebani.

Che sia solo una narrazione, o che ci credano davvero – e purtroppo cominciamo temerlo – lo spin della “svolta moderata” dei Talebani è partito da Washington e la stampa “amica” – non senza qualche imbarazzo soprattutto negli Usa – l’ha assecondato, o quanto meno non contrastato. Per un semplice motivo: l’amministrazione Biden ha un disperato bisogno di chiudere il capitolo Afghanistan, ma di farlo senza ammettere di aver lasciato il Paese esattamente nelle mani di coloro che lo controllavano nel 2001, quindi deve negare persino l’evidenza, e cioè che il ritorno dei Talebani equivalga al ritorno di al-Qaeda e che l’Afghanistan sia tornato ad essere un “rifugio sicuro” per i più pericolosi e sanguinari terroristi islamici (Pakistan permettendo).

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Da qui l’insistenza nel sottolineare inesistenti elementi di discontinuità con il passato. Al contrario, la continuità con i Talebani che erano al potere l’11 settembre 2001, con il regime che rifiutò di consegnare Osama bin Laden agli Stati Uniti, è pressoché totale. Persino molti dei nomi, nonostante siano trascorsi vent’anni, sono gli stessi.

A dimostrarlo, non solo l’attacco che ha colpito i militari Usa in ritirata e i civili in fuga, nel quale non può non aver avuto un ruolo la Rete Haqqani. Non solo il ritorno nel Paese di Amin ul-Haq, ex capo della sicurezza di Osama bin Laden ai tempi di Tora Bora, uno dei suoi più stretti consiglieri nonché responsabile per il rifornimento di armi. Oggi la conferma arriva anche dalla composizione del nuovo governo talebano. Molti dei “nuovi” leader erano già leader del regime pre-9/11, figurano come terroristi nelle liste Usa e Onu e sono noti per i loro legami con al-Qaeda.

Il nuovo premier, Mohammad Hasan Akhund, ai tempi ministro degli esteri, poi vice primo ministro, e vicinissimo al leggendario mullah Omar, figura nella lista Onu delle persone designate come “terroristi o associati a terroristi”. Noto anche per aver approvato la distruzione dei Budda di Bamyan, ha avuto un ruolo guida nella Shura di Quetta, il consiglio dei leader formato dai Talebani dopo l’invasione Usa. Abdul Ghani Baradar, che ha negoziato l’accordo di Doha e molti ritenevano premier in pectore, sarà il suo vice.

Ma non è tutto. Veniamo alle due posizioni più pesanti militarmente – difesa e interni – entrambe legate a doppia mandata al regime del 2001.

Per chi avesse ancora dubbi sul ruolo militare e politico della Rete Haqqani nell’Afghanistan dei Talebani, il leader Sirajuddin Haqqani, figlio del fondatore Jalaluddin, è il nuovo ministro dell’interno. Ricercato dall’FBI, su di lui pende una taglia da 5 milioni di dollari. Sirajuddin ha lavorato a stretto contatto con il luogotenente di Osama bin Laden e i combattenti di al-Qaeda in Afghanistan, secondo i documenti recuperati nel complesso di Bin Laden in Pakistan. La sua nomina a ministro dell’interno è la conferma che Haqqani è il dominus dell’apparato di sicurezza dei Talebani, quindi era lui con i suoi uomini ad avere il controllo di Kabul, e del perimetro dell’aeroporto, quando lo scorso 26 agosto l’attentatore suicida si è fatto esplodere uccidendo 13 militari Usa e quasi 200 afghani.

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Ministro della difesa è il figlio del mullah Omar, il mullah Yaqoub. Il fratellastro del mullah Omar, Abdul Manan Omari, è ministro dei lavori pubblici. Khalil Haqqani, lo zio di Sirajuddin, ministro dei rifugiati. Per gli Usa un altro terrorista legato ad al-Qaeda.

Grazie al prezioso lavoro di Long War Journal sappiamo inoltre che quattro dei cinque detenuti di Guantanamo liberati nel 2014 (presidenza Obama-Biden) in cambio del soldato Bowe Bergdahl, finito nelle mani di Haqqani, hanno (o sarebbe più corretto dire riprendono) ruoli di rilievo nel nuovo governo talebano: Mohammad Fazl è vice ministro della difesa (esattamente la posizione che ricopriva nel governo talebano pre-11/9); Abdul Haq Wasiq è capo dell’intelligence (nella quale ricopriva una posizione senior già nel 2001); Khairullah Khairkhwa ministro per l’informazione e la cultura; Noorullah Noori ministro dei confini e degli affari tribali. Il quinto terrorista liberato, Mohammad Nabi Omari, è governatore di Khost.

Come si vede, sono nomi che ricorrono addirittura dopo vent’anni. Non è che non sono cambiati, sono proprio gli stessi. Tutti personaggi che gli Stati Uniti ritengono ancora oggi abbiano collaborato con i vertici di al-Qaeda.

Eppure, a ben vedere un segnale politico nuovo c’è, ma non nella direzione della “moderazione” e della presa di distanza dal terrorismo. Gli Haqqani – un network del terrore solitamente elusivo, che preferisce il leading from behind, agire dietro le quinte – dalla presa di Kabul hanno assunto un ruolo pubblico. Una svolta confermata dalla compagine di governo, in cui si sono assunti responsabilità di governo dirette, in prima persona, addirittura con il capo famiglia Sirajuddin.

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Dalla metà degli anni ’90 la Rete Haqqani, tuttora considerata organizzazione terroristica dagli Stati Uniti, è sempre stata l’anello di congiunzione, l’area grigia, tra Talebani, al-Qaeda e ISI, il servizio segreto pachistano. E nulla autorizza a pensare che le cose siano cambiate. Talebani e Haqqani negano l’esistenza di un network distinto e separato, sostengono che sono anch’essi Talebani. Ma la Rete Haqqani potrebbe aver dato vita ai Talebani stessi per conto dell’ISI.

In ogni caso, Talebani, Rete Haqqani e al-Qaeda sono stretti alleati, non c’è soluzione di continuità e rispondono all’ISI. Bisogna “responsabilizzare” (leggi: sanzionare) il Pakistan se si vuole ottenere qualche risultato in Afghanistan. All’indomani del sanguinoso attentato del 26 agosto ci è stato raccontato che l’attacco non era rivolto solo contro le truppe Usa, ma anche contro i Talebani, per boicottare la loro restaurazione al potere. Ecco, se è davvero così, l’Isis-K non mancherà di colpire i Talebani anche dopo il ritiro Usa… Ma se mancherà?